E se la Cina fosse la grande vincitrice della guerra in Iran? Questa ipotesi potrebbe sembrare controintuitiva, anche perché il blocco dello stretto di Hormuz da parte della flotta statunitense minaccia di privare Pechino di parte del suo approvvigionamento petrolifero, oltre al fatto che la Cina mantiene rapporti stretti con un regime iraniano sempre più minacciato.

Eppure il governo cinese sta ottenendo diversi vantaggi dalla situazione. Il primo è legato all’immagine. Mentre Donald Trump stravolge il mondo, insulta gli alleati e si contraddice ogni giorno, Xi Jinping non ha grandi difficoltà a presentarsi come un modello di affidabilità. Per i paesi del sud globale, tutto questo conta.

Il leader cinese si permette addirittura di dare lezioni sul rispetto del diritto internazionale a Trump, che tra l’altro ha dichiarato di non curarsene affatto. Nel piano presentato da Xi per l’Iran, uno dei quattro punti riguarda il rispetto del diritto internazionale, il colmo per un paese accusato di violarlo apertamente nel mar Cinese meridionale.

Dall’inizio della guerra Pechino ha mantenuto un atteggiamento discreto, senza però restare immobile. Prima di tutto sul piano diplomatico, al punto che perfino Trump è stato costretto ad ammettere che la Cina ha avuto un ruolo importante per convincere l’Iran ad accettare il cessate il fuoco.

Negli ultimi giorni a Pechino si sono avvicendati diversi politici: dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, che ha promesso di aumentare la consegna di idrocarburi alla Cina, al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, decisamente un habitué.

Ma ad attirare l’attenzione è stata soprattutto la visita del principe ereditario di Abu Dhabi, molto significativa perché il figlio del presidente degli Emirati Arabi Uniti, bersaglio degli attacchi missilistici iraniani, ha accettato di recarsi in un paese considerato molto vicino a Teheran. Xi lo ha ricevuto con tutti gli onori. Anche se il piano di pace annunciato dal leader cinese è troppo vago per essere operativo, dimostra che la Cina parla con tutti per cercare di smorzare la tensione.

Inoltre, Pechino finora è riuscita a evitare le frizioni con gli Stati Uniti nonostante tutte le criticità. Questo è un aspetto molto importante per la Cina, perché tra meno di un mese, il 14 e 15 maggio, Pechino accoglierà Trump per un vertice la cui importanza non può essere sottovalutata. In quei giorni saranno negoziati i termini dei rapporti sino-americani dei prossimi anni, in campo commerciale e strategico. Trattandosi della relazione tra le sue superpotenze del ventunesimo secolo, è evidente che si tratti di un appuntamento cruciale.

Il vertice è già stato rinviato di due mesi a causa della guerra in Iran, e potrebbe subire l’influenza di molti fattori: per esempio una petroliera cinese bloccata nello stretto di Hormuz dalla marina statunitense o informazioni su un aiuto militare cinese all’Iran.

Il 15 aprile il Financial Times ha rivelato che l’Iran ha comprato dalla Cina un satellite per lo spionaggio che gli permetterebbe di colpire le basi militari statunitensi nei paesi arabi del Golfo. Trump, però, ha risposto in modo conciliante, ricordando sui social network che Pechino si è impegnata a non consegnare armi all’Iran e aggiungendo che il presidente Xi gli riserverà presto “una grande accoglienza” a Pechino.

Per tutti questi motivi, la Cina ha grandi risorse per attraversare la tempesta in corso e uscirne rafforzata nella costruzione di un’immagine di superpotenza responsabile. Xi Jinping deve ringraziare Donald Trump per questo regalo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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