Ora che i marines sono in posizione vicino all’Iran, Donald Trump deve decidere se dare il via a un’operazione di terra, provocando una drammatica escalation del conflitto, o mettergli fine, come lo spingono a fare gli indici di borsa e i dubbi della popolazione statunitense.
Il problema di un’interruzione immediata dell’attacco è che malgrado le quotidiane dichiarazioni trionfali, Washington lascerebbe la regione in uno stato più instabile rispetto a un mese fa, quando insieme a Israele ha cominciato a bombardare l’Iran. Lo stretto di Hormuz resterebbe in balia della volontà iraniana, con un sistema di pagamento per il passaggio che per di più potrebbe essere basato sulla valuta cinese.
I paesi del Golfo resterebbero a portata dei missili dei Guardiani della rivoluzione iraniani, mentre il regime di Teheran si crederebbe vincitore per il semplice fatto di essere sopravvissuti.
Gli sviluppi degli ultimi giorni dimostrano che Trump si è lasciato intrappolare dalla guerra asimmetrica condotta dai Guardiani della rivoluzione. Più o meno è la stessa condizione che gli statunitensi hanno vissuto in Vietnam e in Afghanistan, dove potevano contare sui bombardieri B-52 ma hanno perso la guerra contro combattenti che indossavano i sandali. In questo caso non si tratta di una guerriglia, ma di uno stato che combatte a modo suo.
L’esempio più visibile di questa dinamica è la chiusura prolungata dello stretto di Hormuz, ottenuta dall’Iran senza dover nemmeno inviare grandi mezzi militari. Lo stesso discorso vale per la capacità di Teheran di continuare a lanciare missili che superano la Iron Dome israeliana e distruggono aerei statunitensi nelle basi saudite, nonostante un mese di bombardamenti intensi da parte di due eserciti infinitamente superiori a quello iraniano.
Il 29 marzo, dopo il bombardamento di diversi campus universitari a Teheran, l’università americana di Beirut (situata a duemila chilometri dall’Iran) ha deciso di proseguire le lezioni online per paura delle rappresaglie iraniane.
Per gli Stati Uniti, evidentemente, la situazione attuale è insostenibile. Trump deve decidere: fermarsi a rischio di apparire un “loser”, un perdente (la cosa che più detesta al mondo) o lanciarsi in un’escalation che potrebbe avere conseguenze drammatiche? Ma qual è il rischio concreto di questa escalation?
In breve: una degenerazione e un allargamento del conflitto. Gli Stati Uniti non hanno ancora ammassato una quantità di soldati ed equipaggiamenti sufficiente per attaccare l’Iran, un paese popolato da novanta milioni di persone e grande tre volte la Francia. Tuttavia, le forze basterebbero per effettuare singole operazioni di terra, per esempio mettendo in sicurezza le rive dello stretto di Hormuz o conquistando l’isola di Kharg e i suoi terminal petroliferi. Al momento tutto lascia pensare che gli statunitensi si stiano preparando ad agire.
Il problema è che nel caso in cui queste operazioni isolate non fossero sufficienti o dovessero fallire, la tentazione di proseguire sulla via dell’escalation sarebbe forte. D’altronde tutti gli interventi statunitensi dopo la seconda guerra mondiale hanno seguito questo percorso.
Il secondo rischio è regionale. Negli ultimi giorni sono entrati in gioco anche gli huthi in Yemen, paese che confina con lo stretto di Bab el Mandeb, via d’accesso al mar Rosso e al canale di Suez. Nel frattempo si moltiplicano gli incidenti in Iraq, con l’attività delle milizie sciite controllate dall’Iran.
Oggi Donald Trump non ha a portata di mano nessuna buona soluzione: se abbandona, lo farà da sconfitto; se resta, pagherà un prezzo elevatissimo per la vittoria. La trappola della guerra in Iran sta stringendo la sua morsa attorno al presidente statunitense.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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