Esiste un modello spagnolo di opposizione a Donald Trump? Oppure il contesto spagnolo rende la posizione di Madrid impossibile da esportare? Comunque sia, il paese guidato dal socialista Pedro Sánchez è oggi lo stato europeo che contrasta in modo più diretto il presidente statunitense, accettando il rischio d’incorrere nella sua collera.
Il governo spagnolo si è rifiutato di permettere agli aerei statunitensi diretti verso l’Iran di usare gli aeroporti militari del paese per fare rifornimento, oltre ad aver condannato nettamente la guerra israelo-americana contro l’Iran in nome del diritto internazionale.
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Trump è furioso e minaccia d’interrompere tutti gli scambi commerciali tra Washington e Madrid, ma il 4 marzo ha incassato la risposta sferzante di Sánchez, che si è spinto fino a dove nessun altro leader europeo aveva osato finora. Il primo ministro spagnolo ha preso la parola per affermare un quadruplo “no”: no alla guerra, no alle violazioni del diritto internazionale, no all’idea che il mondo possa risolvere i problemi a colpi di bombe e no “alla ripetizione degli errori del passato”, una chiara allusione alle guerra in Iraq del 2003.
Esistono due motivi dietro questa posizione risoluta. La prima è legata alla guerra in Iraq, a cui la Spagna ha partecipato sotto la guida dei conservatori di José María Aznar prima che i socialisti, arrivati al potere l’anno successivo sulla scia del terrificante attentato terrorista di Madrid, ritirassero unilateralmente le truppe spagnole dall’Iraq, accodandosi al rifiuto di Francia e Germania.
All’epoca il governo socialista era guidato da José Zapatero e aveva come ministro degli esteri Miguel Ángel Moratinos. Oggi Zapatero e Moratinos sono molto vicini al capo del governo, che ha fatto riferimento alla marcia indietro spagnola del 2004. Siamo dunque di fronte a un gesto di coerenza storica.
La seconda spiegazione è più prosaica: il Partito socialista spagnolo (Psoe) vive una situazione difficile, indebolito alle urne e scosso da diversi scandali. In quest’ottica la sua opposizione alla guerra israelo-statunitense è utile per mobilitare la sinistra e contrapporsi all’estrema destra di Vox, molto trumpiana e in grande ascesa.
In Europa osserviamo cinquanta sfumature di prudenza rispetto a questa guerra, fatta eccezione, appunto, per la condanna spagnola. Il 3 marzo, in occasione dell’incontro fra Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Madrid ha vissuto un grande momento di solitudine quando il presidente statunitense si è lanciato in un’invettiva contro la Spagna, affermando addirittura che gli Stati Uniti potrebbero usare le basi spagnole anche senza il permesso di Sánchez.
Trump ha ricordato che la Spagna si è rifiutata di allinearsi alla decisione della Nato di aumentare la spesa militare fino al 5 per cento del pil. Suscitando lo stupore degli spagnoli, il cancelliere tedesco ha deciso di accodarsi alle critiche nei confronti della Spagna invece di difenderla in nome della solidarietà europea. Il governo di Madrid ha manifestato la propria irritazione a Berlino.
La Spagna tende a distinguersi in politica estera. Madrid ha riconosciuto la Palestina un anno prima della Francia, si è rifiutata di piegarsi al volere di Trump sulla spesa militare al 5 per cento (una soglia che in privato tutti considerano poco realista) e ora manifesta la sua opposizione alla guerra. La posizione di Sánchez, oggi, ci costringe a fare i conti con una domanda imbarazzante: e se gli spagnoli avessero ragione? Forse l’Europa dovrebbe prendere seriamente in considerazione la possibilità di cominciare a dire no.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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