Come non risolvere una crisi. Potrebbe essere questo il titolo di un’analisi di quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Il cosiddetto piano Trump segue il suo corso: il consiglio di pace, battezzato dal presidente statunitense al forum di Davos dello scorso gennaio, si prepara a entrare in azione nonostante le critiche (soprattutto quelle degli europei, che si tengono alla larga), mentre l’Indonesia potrebbe contribuire con diverse migliaia di soldati alla forza internazionale destinata a disarmare Hamas a Gaza. Intanto si è aperto uno spiraglio nel valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto.
Tuttavia, questo progresso apparente nasconde a malapena un piano traballante, un cessate il fuoco che dall’entrata in vigore a settembre ha già provocato cinquecento morti tra i palestinesi e condizioni di vita insostenibili per la popolazione dei territori occupati.
Come se non bastasse, il divieto imposto da Israele impedisce a 37 organizzazioni non governative – tra cui Medici senza frontiere, che gestisce un letto ospedaliero su cinque – di fare il loro lavoro in un territorio devastato da due anni di guerra.
In Cisgiordania, meno raccontata sui giornali rispetto a Gaza sotto le bombe, è in corso un’annessione silenziosa, per volere dei ministri di estrema destra del governo Netanyahu. Le ultime modifiche alle regole sulla proprietà terriera nel territorio occupato sono state descritte dall’Unione europea come “controproducenti e incompatibili con il diritto internazionale”. Il governo israeliano continua a chiudere gli occhi davanti alla violenza dei coloni estremisti, che conducono una pulizia etnica in ampie zone dell’area.
Nel mondo di oggi le cose vanno talmente male – tra crisi a ripetizione in diversi continenti, la minaccia di una guerra con l’Iran e i dubbi sull’ordine mondiale minacciato dal ritorno degli imperi – che la tragedia del Medio Oriente attira a mala pena l’attenzione dei mezzi d’informazione, dopo aver scosso il pianeta per due anni.
Se solo il nuovo ordine permettesse il ritorno di una pace reale, potremmo anche chiudere un occhio sul mancato rispetto del diritto internazionale. Ma chi potrebbe mai credere che la negazione continua dei diritti di un popolo che è parte integrante della regione, profondamente legato alla propria identità, possa produrre altro se non crisi e tragedie? Da decenni le menti più lucide del Medio Oriente hanno capito che la pace non arriverà mai attraverso la vittoria di un popolo sull’altro, ma solo da un compromesso storico, che finora non è stato trovato.
Le vittorie militari creano solo sete di vendetta e nuovi impulsi distruttivi. Mentre Hamas continua a controllare la popolazione di Gaza e Israele è in preda a una coalizione estremista, all’orizzonte non si vedono sbocchi.
Come succede sempre in situazioni simili, anche oggi c’è la tentazione a comportarsi come se tutto fosse in ordine. Fino alla prossima esplosione. L’Europa è troppo divisa per avere un peso, mentre il mondo arabo vive un “vassallaggio felice”, come ha scritto il quotidiano francofono di Beirut L’Orient-le-Jour riprendendo una formula coniata dal presidente della repubblica italiano Sergio Mattarella.
Gli Stati Uniti, intanto, agiscono nella regione con l’arroganza ignorante del loro presidente. È la ricetta ideale per non risolvere una crisi, sostenendo di averlo fatto. In privato, però, molti leader sono assolutamente lucidi e preoccupati, anche se impotenti. In attesa della prossima crisi.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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