“Il fucilato è ancora vivo”, è la frase che Rodolfo Walsh ascolta per caso in un bar di La Plata mentre gioca a scacchi alla fine del 1956. Queste parole lo spingono a mettersi sulle tracce dei sopravvissuti di un’operazione segreta, condotta dai militari per eliminare gli oppositori politici del regime argentino che l’anno prima aveva preso il potere con un golpe contro il presidente Juan Domingo Perón.
Prima ancora che fosse dichiarata la legge marziale, in un sobborgo di Buenos Aires alcuni sicari avevano ucciso in un’esecuzione extragiudiziale un gruppo di civili, accusati di essere sostenitori dell’ex presidente. Ma circolavano voci che alcuni fossero sopravvissuti al massacro avvenuto in una discarica. Dalla testimonianza di uno di loro prende avvio Operazione Massacro, un’inchiesta condotta da Walsh insieme alla giornalista Enriqueta Muñiz, che è diventato un pilastro del giornalismo narrativo contemporaneo, scritto otto anni prima di A sangue freddo di Truman Capote e diversi anni prima che Tom Wolfe negli Stati Uniti parlasse di new journalism.
All’inizio Walsh fa fatica a trovare un giornale che voglia pubblicare l’inchiesta, esce un pezzo sulla rivista sindacale Revolución Nacional, quindi nove articoli sulla rivista Mayoría. Ma poi decide che ha abbastanza materiale per farne un libro che attraversi il tempo e superi la cronaca. E qui sta la scommessa. Operazione Massacro non è solo la raccolta degli articoli già usciti, è molto di più. È una lunga inchiesta nella forma del romanzo. Con una scrittura letteraria e avvincente, il giornalista racconta le pieghe più oscure e violente della realtà in un libro che si legge come un’opera di finzione. Gli scrittori e i giornalisti latinoamericani da quel momento in poi non potranno ignorarlo, da Gabriel García Márquez a Leila Guerriero passando per Julio Cortázar, chedefinirà Operazione Massacro “un reportage immaginario della realtà”.
Già alla fine degli anni cinquanta, Walsh capisce che in un paese come il suo, in cui non c’è una stampa libera, uno dei pochi modi in cui i giornalisti possono raccontare la verità e smascherare il potere è aprire la strada a un genere ibrido e nuovo. Ma capisce anche che uno dei modi in cui gli scrittori possono inventare mondi è indagare la realtà, smontarla, svelarla. Oggi siamo abituati a delle opere di non fiction che hanno una forza letteraria, pensiamo a La guerra non ha un volto di donna o Preghiera per Černobyl’ della scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, premio Nobel nel 2015, oppure al francese Emmanuel Carrère. Ma negli anni cinquanta il lavoro di Walsh è quello di un pioniere e la sua esperienza mostra che il giornalismo narrativo ha una tradizione più radicata in paesi in cui queste figure bifronti di giornalisti-scrittori o di scrittori-giornalisti lo praticano anche come reazione ai limiti imposti dalla realtà e alla mancanza di libertà.
Walsh è il capostipite di diverse generazioni di giornalisti-scrittori che hanno usato la scrittura per capire e svelare più che per intrattenere o incantare, riuscendo a essere eleganti, coinvolgenti e ironici nello stile come autori di fiction anche per raggiungere il più alto numero possibile di lettori. In America Latina il suo esempio è ancora luminoso e dopo la fine delle dittature sono fiorite in tutto il continente riviste di giornalismo narrativo come Etiqueta Negra in Perù, Piauí in Brasile, Gatopardo in Messico, che sono state fucine di autori di non fiction. La vita stessa di Rodolfo Walsh può aiutare a capire la genesi di un genere che è così vicino al nostro tempo, assediato dalla realtà.
Tra colpi di stato e rivoluzioni
Walsh è nato in provincia, a Lamarque, nel 1927 in una famiglia del ceto medio di origine irlandese. Negli anni quaranta si è trasferito nella capitale, Buenos Aires, per lavorare nell’editoria come correttore di bozze in una casa editrice e come giornalista culturale per diverse testate. Nel 1953 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti polizieschi, voleva fare lo scrittore. Come racconta lui stesso, era un appassionato di scacchi, di letteratura fantastica, di polizieschi, scriveva racconti e aveva intenzione di pubblicare un romanzo, quando il colpo di stato del 1955 gli cambia la vita. E invece di rimanere a giocare a scacchi quella sera, dopo avere sentito la frase si mette sulle tracce della verità.
Abbandona una vita tranquilla, l’ambizione di scrivere romanzi di finzione e trova un’altra strada: è costretto a cambiare nome, a entrare in clandestinità, va a vivere in una baracca sul fiume, va in giro con una pistola. Al centro dell’indagine c’è un fatto che sembra cronaca nera e invece è la quotidianità politica del paese. Walsh decide di partire da una singola storia per rappresentare l’intero sistema politico e sociale su cui si regge l’Argentina, tanto da scrivere un racconto che nel tempo è diventato una lettura essenziale sui meccanismi che regolano la violenza e il potere. In quel primo colpo di stato c’è già in nuce quello che succederà nel paese alla fine degli anni settanta, l’avvento di un nuovo regime ancora più sanguinario.
“Non so cos’è che mi attira di quella storia vaga, lontana, piena di cose improbabili. Non so perché chiedo di parlare con quell’uomo, perché parlo con Juan Carlos Livraga. Però poi lo scopro. Guardo quella faccia, il foro nella guancia, il foro più grande sulla gola, la bocca spaccata e gli occhi opachi in cui continua ad aleggiare un’ombra di morte. Mi sento insultato”, spiega lui stesso nel prologo di Operazione Massacro.
In quella storia che incontra per caso e che decide di raccontare, Walsh vede nello specchio il suo paese e in fondo vede sé stesso, scoprendo anche quello che sarà il suo destino. Dopo la rivoluzione cubana, Walsh si trasferisce all’Avana per fondare un’agenzia di stampa chiamata Prensa Latina, l’idea è di raccontare il continente da un altro punto di vista. È lì che conosce Gabriel García Márquez, coinvolto in quell’esperienza come molti altri intellettuali dell’epoca. Proprio a Walsh, García Márquez dedicherà anni dopo (nel 1977) un racconto: Rodolfo Walsh, el escritor que se adelantó a la Cia (Rodolfo Walsh, lo scrittore che arrivò prima della Cia) riportando il momento in cui il giornalista scoprì per caso, attraverso un cablogramma, il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’operazione alla Baia dei Porci nel 1961 e permise ai cubani di sventarla.
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Alla fine degli anni sessanta, Walsh torna in Argentina e si avvicina sempre di più alla politica attiva, in quelli che sono anni molto problematici per il paese. Infatti il ritorno al governo di Perón nel 1973 invece che unire il paese lo divide ancora di più. Walsh si affilia ai peronisti di sinistra e alla frangia più rivoluzionaria, quella dei Montoneros. Ma entra in collisione pure con la leadership del gruppo armato, anche se l’avvento della dittatura militare nel 1976 accelera gli eventi e determina la sua tragica fine.
Sempre più isolato rispetto ai compagni e costretto a rientrare in clandestinità, perderà in una sparatoria la figlia Vicki, una militante montonera di soli ventisei anni, e continuerà a fare il giornalista in un’agenzia di stampa segreta, convinto che la dittatura deve essere combattuta anche con l’informazione. Il 24 marzo del 1977 scrive la sua condanna a morte, la “Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare”, in cui denuncia gli orrori della dittatura.
La lettera è diffusa clandestinamente e inviata a tutti i giornali, ma nessuno la pubblica. Il giorno dopo Walsh è ucciso per strada. Viene portato alla Esma (Escuela superior de mecánica de la armada) che è già morto e il suo cadavere mostrato ai prigionieri di quel campo di concentramento come monito. In seguito il suo corpo non sarà mai ritrovato, come quello di trentamila desaparecidos, oppositori del regime fatti scomparire e assassinati durante la dittatura. “Una volta riempite le carceri ordinarie, avete creato nelle principali guarnigioni del paese virtuali campi di concentramento in cui non entra nessun giudice, avvocato, giornalista, osservatore internazionale. Il segreto militare sui processi, invocato come necessità delle indagini, trasforma la maggioranza degli arresti in sequestri che consentono la tortura senza limiti e la fucilazione senza processo”, scrive il giornalista nella lettera che è il suo testamento.
Anni dopo la fine del regime militare, l’omicidio di Rodolfo Walsh è stato uno dei due casi portati davanti a un tribunale nel processo contro i responsabili della dittatura, cominciato nel 2007 e concluso nel 2011 con la condanna di diciotto militari che facevano parte dei vertici del regime guidato dal generale Jorge Videla e dall’ammiraglio Emilio Eduardo Massera. Operazione Massacro è il prologo di una delle dittature più feroci di ogni tempo, ma anche una premonizione. Vent’anni dopo averlo scritto, il suo autore, Rodolfo Walsh, da testimone e giornalista finirà per essere ucciso come il protagonista del suo libro più importante, ma di lui sopravvivrà attraverso la scrittura la capacità di vedere il tempo, di anticiparlo e di esserne la coscienza viva. Il fucilato è ancora vivo.
Questo testo è tratto dalla prefazione di “Operazione massacro” di Rodolfo Walsh edito da Sur e ripubblicato in Italia il 18 febbraio 2026 con la traduzione di Bruno Arpaia.
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