Due mesi fa, dopo gli attacchi israeliani e statunitensi contro l’Iran, tutto il mondo si è chiesto che fine hanno fatto i 450 chili di uranio arricchito di cui disponeva il paese, un mistero che non è mai stato risolto. Nel frattempo la vicenda è finita al centro di un braccio di ferro diplomatico che si aggiunge al caos globale.

L’uranio arricchito in questione si troverebbe da qualche parte sottoterra e non sarebbe stato raggiunto dalle bombe israeliane e statunitensi. Secondo un esperto, oggi all’Iran basterebbe una piccola struttura in una località nascosta per completare il processo di arricchimento necessario a produrre una decina di testate nucleari. I bombardamenti hanno solo rallentato il programma nucleare iraniano, ma evidentemente non lo hanno “eliminato”.

Da decenni il mondo cerca di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica, attraverso il negoziato e l’azione militare. Il 28 agosto abbiamo vissuto un nuovo capitolo nella storia della frattura tra l’Iran e gli occidentali: i tre paesi europei che avevano firmato l’accordo del 2015 – Francia, Germania e Regno Unito – hanno fatto partire al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite un conto alla rovescia che fra trenta giorni potrebbe portare a un ritorno di sanzioni durissime contro Teheran. È l’ennesima svolta di questa vicenda.

Reazione automatica

L’accordo del 2015 era stato accolto con entusiasmo dalla popolazione iraniana, convinta che la fine delle sanzioni economiche fosse vicina. Erano i tempi della presidenza di Barack Obama negli Stati Uniti, prima che nel 2018 il suo successore Donald Trump rinnegasse l’intesa, commettendo l’errore dalle conseguenze più gravi del suo primo mandato. Da allora, infatti, è stato impossibile riprendere il filo del negoziato.

In caso di violazione dei termini dell’accordo una clausola nel testo del 2015 prevedeva il ritorno automatico delle sanzioni, il cosiddetto snapback. La clausola scadrà a ottobre, e gli europei hanno deciso di usarla per fare pressione su Teheran e convincerla a fermare il suo programma nucleare.

La guerra dei dodici giorni
Dopo aver attaccato i siti nucleari iraniani, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un cessate il fuoco. Che lascia dubbi e incertezze in un Medio Oriente ormai dominato da Israele.

Il conto alla rovescia dunque è partito: l’Iran ha trenta giorni di tempo per rientrare nei ranghi, magari cominciando a fare chiarezza sui famosi 450 chili di uranio.

Altrimenti le sanzioni rientreranno automaticamente in vigore e saranno quasi impossibili da cancellare, salvo un consenso (improbabile) tra le grandi potenze. L’Iran, dunque, deve scegliere.

La grande differenza rispetto al 2015 è data dal contesto internazionale. All’epoca la Russia e la Cina avevano partecipato insieme agli statunitensi e agli europei all’accordo che aveva “congelato” il programma nucleare. Oggi, invece, l’Iran consegna droni da combattimento alla Russia e vende buona parte del suo petrolio alla Cina. Anche a Washington le cose sono cambiate: Trump, chiaramente, non è Obama.

In passato la questione iraniana era regionale, ma oggi va letta nel contesto di un mondo in crisi e segnato dai conflitti. Mosca e Pechino hanno obiettivi molto diversi rispetto al 2015, vogliono rompere con l’occidente. Il presidente iraniano arriverà a Pechino la prossima settimana (come Vladimir Putin) per partecipare alle commemorazioni della fine della seconda guerra mondiale in Cina, un vero e proprio vertice del mondo non-occidentale. A Parigi si prevede una “guerra di narrazioni” per far passare l’Iran da vittima, soprattutto rispetto a Israele, che possiede la bomba atomica.

Mosca e Pechino non sono necessariamente interessate a vedere un Iran nuclearizzato, ma questo tema è diventato ormai uno dei pedoni dello scacchiere mondiale. Un pedone che contiene 450 chili di uranio arricchito.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it