Appena un mese fa, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha concluso un importante accordo commerciale con Donald Trump. Una parte degli europei ha tirato quindi un sospiro di sollievo per aver evitato lo scontro con gli Stati Uniti, mentre altri hanno parlato di un’umiliazione per l’Unione europea.

La speranza condivisa, comunque, era che la questione commerciale fosse chiusa. Ma non per Trump. Dopo aver imposto il 15 per cento di dazi supplementari sui prodotti europei, il presidente degli Stati Uniti vuole di più. Come al solito, ha scelto il suo social media per attaccare. Il bersaglio questa volta è la regolamentazione del digitale.

Nel suo post, Trump pretende di far cancellare a tutti i paesi con tasse, leggi e regolamenti sul digitale quelle che lui definisce “misure discriminatorie”. È un ordine: chi non si piegherà al volere di Washington subirà nuovi dazi “consistenti”. Il messaggio minaccioso si conclude con queste parole: “Portate rispetto per l’America e le sue straordinarie aziende tecnologiche, altrimenti ne subirete le conseguenze”.

Un nuovo dilemma

Trump non cita nessun paese in particolare, ma il bersaglio è evidentemente l’Unione europea, che è il primo mercato per i giganti della tecnologia statunitensi. Negli ultimi anni l’Unione ha stabilito una serie di leggi, eredità del passaggio del politico francese Thierry Breton alla Commissione europea, da cui è uscito l’anno scorso. Gli acronimi di queste norme che irritano la Silicon valley sono Dsa, Dma e Ai Act (che stanno per Digital services act, Digital markets act e Artificial intelligence act; regolano il mercato digitale, i diritti degli utenti e l’intelligenza artificiale).

A febbraio, in occasione della sua visita lampo alla Casa Bianca, il presidente francese Emmanuel Macron mi aveva confidato che durante un pranzo, il vicepresidente statunitense J.D. Vance aveva parlato di una cosa sola: la regolamentazione del digitale e il fatto che l’Europa se ne doveva sbarazzare. Vance è vicino ai cosiddetti “oligarchi della tecnologia”.

Una guida per fare a meno della tecnologia statunitense
Dalle email ai social media, passando dalle piattaforme di streaming: essere puristi è impossibile, ma ci sono molte alternative.

Mark Zuckerberg, padrone della Meta (casa madre di Facebook, Instagram eccetera), nel suo discorso di inizio anno si era esplicitamente rivolto all’amministrazione Trump per chiedere aiuto contro i regolamenti europei. Sei mesi dopo, il suo desiderio è stato esaudito: il post di Trump annuncia l’avvio dell’offensiva.

Gli europei devono dunque affrontare un nuovo dilemma nel loro rapporto complicato con Trump: l’Unione europea è in grado di resistere? A priori, Bruxelles non avrebbe alcun motivo di cedere: le aziende statunitensi hanno bisogno del mercato europeo, il principale nel mondo, mentre l’Europa ha tradizioni che non corrispondono al liberalismo della costituzione statunitense.

Ma la questione del digitale non è isolata. Per comprendere la posta in gioco bisogna tenere presente che gli Stati Uniti assicurano ancora, in linea di principio, la sicurezza dell’Europa attraverso la Nato, e che in questo momento è in corso una partita molto delicata sulla guerra in Ucraina, i rapporti fra Trump e Putin e più in generale i rapporti transatlantici.

Resistere a Trump significa assumersi il rischio di una guerra commerciale che avrebbe conseguenze inevitabili in termini politici e di sicurezza. Cedere, invece, vorrebbe dire accettare una condizione di vassallaggio e la perdita di ogni libertà di scelta.

Da tempo l’alleanza fra Trump e la Silicon valley lasciava presagire uno sviluppo simile. Ora i nuovi contorni dell’egemonia statunitense sono chiari. L’Europa è con le spalle al muro.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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