L’Unione europea è in uno dei momenti più difficili della sua esistenza. E il problema non è unicamente la guerra d’aggressione scatenata da Vladimir Putin in Ucraina, che minaccia di mandare in frantumi l’intero progetto comunitario e di fronte alla quale i paesi dell’Unione sono stati lasciati soli dal loro alleato e “protettore” tradizionale, gli Stati Uniti. L’azione combinata del protezionismo eurofobico di Donald Trump e della megamacchina manifatturiera messa in piedi dalla Cina di Xi Jinping rischiano di mettere in ginocchio l’industria europea e quindi l’intera economia dell’area.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, a gennaio, Trump ha inflitto all’Unione europea dazi pesanti, che usa per ricattare Bruxelles e i singoli paesi, chiedendo sia investimenti negli Stati Uniti (come ha già fatto con il Giappone, la Corea del Sud e la Svizzera, nei casi più clamorosi) sia generosi acquisti di titoli di stato statunitensi e agevolazioni per le aziende americane.
Semmai ce ne fosse bisogno, quest’atteggiamento è stato reso evidente da una recente missione in Europa di Howard Lutnick, il segretario al commercio degli Stati Uniti. In occasione di un incontro con la Commissione europea e i rappresentanti dei paesi dell’Unione, si è parlato di una possibile riduzione dei dazi del 50 per cento imposti da Washington all’acciaio, all’alluminio e ai loro derivati, due tariffe che colpiscono al cuore la produzione manifatturiera europea visto che praticamente in ogni macchinario, veicolo o elettrodomestico sono presenti i due metalli (sono in gioco più di quattrocento tipologie di merci).
Lutnick ha fatto capire che per parlare di una possibile riduzione dei dazi è necessario che prima l’Unione europea riveda la sua legislazione sulle piattaforme digitali: il Digital services act, studiato per contrastare la disinformazione online, e il Digital markets act, che dovrebbe impedire la formazione di grosse concentrazioni di mercato. Secondo la Casa Bianca, queste leggi penalizzano i colossi tecnologici statunitensi, che non a caso sono schierati tutti al fianco di Trump.
Il secondo shock
L’industria europea e la sua tradizionale vocazione all’esportazione devono fare i conti anche con il cosiddetto “secondo shock cinese”, cioè l’arrivo di prodotti a prezzi molto competitivi dal paese asiatico. Mentre il primo shock fu caratterizzato da manufatti che gli europei avevano per lo più smesso di fare, come i capi d’abbigliamento o i giocattoli, l’attuale seconda ondata è formata da prodotti avanzati e ad alto contenuto tecnologico, come le auto elettriche, che gli europei vorrebbero produrre. A questo si aggiunge il quasi monopolio di Pechino su molte materie prime, tra cui le terre rare.
È interessante al riguardo uno studio della Banca centrale europea (Bce). “Prima della pandemia di covid-19”, scrivono gli autori Alexander al Haschimi, Natálie Dvořáková, Julien Le Roux e Tajda Spital, “le esportazioni e le importazioni cinesi tendevano a muoversi in sincronia. In seguito tutto è cambiato: le esportazioni hanno cominciato a crescere a ritmi molto più alti, mentre le importazioni sono rimaste al livello del 2021. Tutto questo ha comportato un’esplosione del surplus commerciale della Cina”.
Le conseguenze sono state molte, sottolinea la Bce: l’arrivo di prodotti molto competitivi sui mercati dei singoli paesi, il calo della domanda cinese (da tempo Pechino promuove una minore dipendenza dai fornitori stranieri) e la concorrenza feroce su tutti i mercati mondiali. Tra le aree più penalizzate c’è sicuramente l’Unione europea, le cui aziende per anni hanno fatto ricchi affari nel paese asiatico, vendendogli manufatti e tecnologie, e ora si vedono messe ai margini sia sul mercato cinese sia nel resto del mondo. La situazione è peggiorata – ed è destinata a peggiorare ancora – a causa della guerra commerciale di Trump: “Le tensioni tra Washington e Pechino potrebbero provocare un ulteriore dirottamento delle esportazioni cinesi verso l’Europa”, conclude la Bce, per compensare la difficoltà di accesso al mercato statunitense.
La principale vittima è la Germania: quello che fino a poco tempo fa era il “campione mondiale delle esportazioni” è stato spodestato dalla Cina. Gli effetti sono devastanti. Come scrive il Financial Times, in Germania “la produzione industriale è ai livelli del 2005” e i punti di forza del suo sistema oggi sono diventati un problema: “Attività difficili da decarbonizzare, elevata dipendenza dalle esportazioni in un’epoca in cui la globalizzazione sta cambiando profondamente, una potente industria automobilistica che con l’avvento del motore elettrico deve mettere da parte 140 anni di esperienza nel motore a combustione”.
Nonostante qualche accenno di ripresa in questo autunno, i numeri sono impietosi: nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni tedesche negli Stati Uniti sono diminuite del 7,4 per cento; quest’anno la Germania è in deficit con la Cina per quanto riguarda i beni d’investimento; le esportazioni in Europa di macchinari fabbricati nel paese asiatico sono raddoppiate negli ultimi sei anni; dal febbraio del 2022 il numero di disoccupati in Germania ha superato quota tre milioni (il livello più alto dal 2014) in 37 mesi su 44, mentre il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 6,3 per cento.
Grandi aziende come le case automobilistiche Volkswagen, Porsche e Mercedes-Benz, insieme ai fornitori Bosch, Continental e Zf, hanno già annunciato decine di migliaia di licenziamenti. Secondo l’istituto di statistica nazionale, la disastrata industria automobilistica tedesca nel giro di un anno ha mandato a casa quasi cinquantamila dipendenti, il risultato peggiore tra tutti i settori produttivi. Che comunque non se la passano bene: la metallurgia ha perso il 5,4 per cento degli occupati, i produttori di elettronica e ottica il 3 per cento, la meccanica il 2,2 per cento, la chimica l’1,2 per cento. Tutto questo succede mentre la Germania si trova nel suo quarto anno di stagnazione.
Per conto proprio
I guai della principale economia europea riguardano ovviamente anche il resto del continente. Non fa eccezione l’Italia, che registra da tempo un pericoloso declino industriale (vedi il settore dell’auto e il caso dell’Ilva). L’Unione europea, presa nella morsa fra Trump e Xi Jinping e minacciata dalla folle guerra imperialista di Putin, deve badare alla sua sicurezza da sola e allo stesso tempo recuperare alcuni gravissimi gap che la svantaggiano nell’economia globale. Basti pensare alla dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e a quella industriale e delle materie prime dalla Cina.
Lo scenario peggiore è la deindustrializzazione: è di questi giorni la notizia riportata dal Financial Times che la Volkswagen afferma di poter “produrre un veicolo elettrico interamente in Cina alla metà dei costi che sosterrebbe in qualunque altro paese”. Il più grande produttore di auto europeo per la prima volta “può sviluppare veicoli lontano dalla Germania, comprese le attività di test e le nuove tecnologie, come la guida assistita”.
Uscire da questa situazione non sarà facile, soprattutto perché nessuno ha una soluzione pronta per l’uso. Finora le misure protezionistiche decise da Bruxelles, come i dazi sulle auto elettriche, non hanno avuto grande effetto, perché sia i governi nazionali sia le aziende temono le rappresaglie di Pechino. L’economista tedesca Dalia Marin suggerisce di applicare in Europa alcune misure volute dalla Cina per proteggere i suoi mercati, per esempio concedendo l’accesso alle aziende cinesi solo se formano una joint venture con partner europei. Ma nessuna soluzione, per quanto efficace, potrà funzionare se i paesi europei procederanno ognuno per conto proprio.
Come ha sottolineato in uno dei suoi ultimi interventi pubblici l’ex presidente della Bce ed ex presidente del consiglio Mario Draghi, “l’Europa è poco attrezzata in un mondo dove geoeconomia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento, più che non l’efficienza, ispirano le relazioni commerciali internazionali. La nostra organizzazione politica deve adattarsi alle esigenze del suo tempo quando esse sono esistenziali. Noi europei dobbiamo riuscire ad arrivare a un consenso su ciò che questo comporta. È chiaro che distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze”.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Economica.
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