Nella guerra in corso tra l’esercito guidato dal generale Abdel Fattah al Burhan e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), in corso dall’aprile 2023 e che oggi si concentra nella regione sudanese del Kordofan Meridionale, un punto di svolta è stato l’arrivo dei droni. Un articolo del sito Sudan War Monitor, una fonte affidabile sugli sviluppi del conflitto, parla di una recente serie di attacchi letali contro depositi di carburante, mercati e convogli di veicoli in alcune regioni controllate dalle Rsf.
In particolare, l’esercito sta usando droni “kamikaze”, cioè apparecchi che sorvolano un’area in cerca del loro obiettivo e ci si schiantano sopra dopo averlo individuato. Il successo di questa strategia, nota Sudan War Monitor, spiega in parte le recenti battute d’arresto delle Rsf nel Kordofan Meridionale e la sospensione temporanea dei loro attacchi via terra.
Questo tipo di armi, ampiamente usate in altri conflitti nel resto del mondo, non ha caratterizzato la guerra in Sudan fin dal principio. C’è stato un momento ben preciso in cui il ricorso ai droni ha cambiato l’equilibrio delle forze in campo. Inizialmente era l’esercito ad avere il controllo dei cieli grazie all’aviazione, ma a maggio del 2025 le Rsf hanno lanciato il primo attacco con i droni sulla città costiera di Port Sudan, dove si era trasferito quel che restava del governo militare sudanese. Fino ad allora, ricorda l’Economist, Port Sudan era considerata una città sicura, perché distava più di mille chilometri dalle basi conosciute delle Rsf, e per questo il bombardamento – che aveva danneggiato l’aeroporto e la principale centrale elettrica della città – ha avuto conseguenze psicologiche durature.
In un interessante approfondimento sull’uso dei droni in Sudan, Al Jazeera sottolinea che queste tecnologie sono ormai a disposizione di entrambe le parti, che sono facili da ottenere e da nascondere. Sono anche semplici da assemblare a partire dalle singole componenti, permettendo di aggirare l’embargo sulle armi e le sanzioni, e si rivelano molto efficaci nel mettere fuori gioco infrastrutture cruciali, facendo scendere il buio sulle città sudanesi. Allo stesso tempo sono incredibilmente letali e a farne le spese sono, come sempre, i civili.
“Il terreno pianeggiante e le grandi distese rendono il Sudan particolarmente adatto all’uso di droni per attaccare e per condurre operazioni di sorveglianza, nota un’analisi del progetto Critical threats. L’esercito e le Rsf usano sia droni a corto raggio sia quelli in grado di coprire distanze fino a quattromila chilometri, che possono quindi raggiungere qualsiasi obiettivo nel paese”, scrive Al Jazeera.
I principali fornitori di droni all’esercito di Al Burhan sono l’Iran e la Turchia, mentre le Rsf ricevono soprattutto tecnologie cinesi attraverso gli Emirati Arabi Uniti. Come mostrano alcune analisi di immagini condivise sui social media, i paramilitari hanno anche modificato i droni quadricotteri usati in agricoltura o per la logistica per renderli delle pericolose armi.
Dall’inizio della guerra, l’area più colpita dai droni è stata la capitale Khartoum con almeno 440 raid. Secondo l’ong Acled, questo tipo di attacchi ha causato più di tremila morti in tutto il paese. Tra i bombardamenti più letali e più recenti, si ricorda quello delle Rsf di inizio dicembre del 2025 su Kalogi, nel Kordofan Meridionale, in cui sono stati colpiti un asilo nido e un ospedale, con un bilancio di 114 morti.
“Il Sudan ci indica con chiarezza cosa succederà nei prossimi conflitti che coinvolgeranno paesi fragili”, ha detto ad Al Jazeera Andreas Krieg, esperto di sicurezza del King’s college di Londra. “Ci mostra cosa accade quando delle forze irregolari sono in grado di coprire distanze e avere effetti simili a quelli di un’aviazione militare, ma senza una vera forza aerea. Così una milizia può infliggere pesanti perdite a uno stato, anche se non è in grado di vincere battaglie convenzionali”.
L’Economist concorda: “I droni stanno cambiando il volto della guerra in Africa. Per decenni nel continente si sono combattute guerre terrestri, condotte con la fanteria, visto che molte forze armate non avevano l’aviazione. I droni di oggi, poco costosi e letali, possono rivelarsi un vantaggio decisivo in battaglia. Renderanno le guerre del continente più facili da cominciare e più difficili da terminare”.
Tra l’altro i droni stanno diventando molto diffusi. Si calcola che nel 2023 li avessero almeno trenta stati del continente. Ma sono a disposizione anche di diversi gruppi ribelli: per esempio, i tuareg del nord del Mali (aiutati dall’Ucraina) li avrebbero usati per attaccare un convoglio di mercenari russi nel paese africano a giugno dell’anno scorso.
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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