Striscioni di tutte le provenienze, slogan in tutte le lingue: i manifestanti che si ritrovano quasi sistematicamente in occasione dei grandi vertici come quello del G8 a Genova hanno dei punti in comune?
Questi movimenti sono diversificati, diffusi e compaiono sotto forme molto differenti in almeno tre continenti. Ma hanno un punto in comune: non mirano al potere. In altre parole, non pensano al cambiamento dall’alto. Sanno che non serve a nulla chiedere al potere di essere in questo o quel modo. Ovunque, ogni volta che un partito che prometteva un’alternanza è arrivato al potere, il suo primo gesto è stato quello di ammettere la propria impotenza: “Avremmo voluto ma è impossibile”. Oggi, a differenza della contestazione dei decenni scorsi, questo movimento è molto più realista e prende in considerazione la complessità del mondo. Anziché aderire a un partito o limitarsi a votare per l’estrema sinistra, questi nuovi attivisti occupano terre e case vuote, costruiscono nuove forme di socialità o sistemi economici paralleli. Per questi giovani resistere significa creare.
In occasione di queste manifestazioni, si è parlato soprattutto degli scontri fisici, ma questa è solo una delle forme del movimento, non l’elemento essenziale. Lo dico con cognizione di causa, perché negli anni Settanta ho partecipato in Argentina al movimento di resistenza contro la dittatura. Del resto lo si è potuto vedere anche venerdì 20 luglio a Genova: l’atteggiamento dei manifestanti è stato solo un pallido riflesso di quello del sistema. Nel terribile bilancio di quei giorni si vede chiaramente da che parte si trova la vera violenza. Ma al di là di questa tragedia e per quanto complicato possa essere, lo scontro deve essere solo un elemento e non deve travolgere tutto il resto.
E la lotta contro la globalizzazione?
La maggior parte della gente che lotta contro la globalizzazione protesta contro la sensazione che la sua vita sia sempre decisa altrove. In realtà la globalizzazione è una verità relativa. È vero che la finanza e il mercato si uniscono in un centro che prescinde da tutte le frontiere. Ma la forza di questa centralità risiede proprio nel suo carattere virtuale, impossibile da attaccare in modo frontale. Nel momento in cui accettiamo l’idea ingenua di avere identificato il nemico, che basterebbe eliminare per vincere la battaglia, l’antiglobalizzazione diventa altrettanto virtuale e spettacolare della globalizzazione. È sempre molto eccitante essere “contro”, essere nello scontro: questo permette di dimenticare la vita, di proiettarsi nel futuro. Tutto ciò fa di nuovo riecheggiare quella nozione di speranza che ha accompagnato tanti movimenti di protesta.
Ma questi movimenti sono diversi da quelli precedenti?
Completamente. Per questi movimenti conta solo il presente, mentre in passato si puntava soprattutto sul futuro. Ci si batteva in nome di una promessa, di un futuro migliore. Si facevano le cose in attesa di quel grande giorno. Ma si continuava ad aspettare Godot. Questi movimenti si sono esauriti alla fine degli anni Settanta e con loro il modello scelto dalla società per migliorarsi. Sostenuti dalla rivoluzione francese o da quella russa, questi movimenti si basavano sull’idea delle avanguardie, che attraverso un progetto di società già definito pensano e agiscono per il cambiamento. Ma si è visto che non è possibile modificare il mondo a partire da un progetto ideale. Negli anni Ottanta si è entrati in un periodo di vuoto, quello del riflusso e dell’individualismo esasperato: l’epoca dei soldi, del trionfo del postmoderno. Quel periodo è stato contrassegnato da una grande depressione, in cui più nessuno osava lottare per il cambiamento. Certo, c’erano movimenti di resistenza, ma erano soprattutto fenomeni underground e piuttosto superati. Poi, all’improvviso, verso il 1994-95 c’è stato il movimento zapatista in Chiapas, le occupazioni delle terre in Brasile e in India, i sans-papiers in Francia. Con forza sono emerse nuove esperienze, caratterizzate da un ritorno del desiderio di giustizia, da un nuovo radicalismo che nasce un po’ ovunque.
Si potrà continuare senza una vera organizzazione?
Il rischio più grave è proprio quello di organizzare questo movimento. All’interno della contestazione si avverte da più parti la voglia di omogeneizzarla, unificarla, organizzarla. Alcune figure del movimento pensano che sia giunto il momento di fare sul serio: tutto questo radicalismo è positivo, ma aspettare che le cose cambino dal basso potrebbe richiedere troppo tempo. Sarebbe molto meglio e più rapido se si trasformasse tutto ciò in un partito politico, che agisce dall’alto. In un certo senso queste persone affermano che di fronte all’ingiustizia è meglio creare una scorciatoia per la giustizia. Ma le scorciatoie non esistono: sono strade senza uscita, che ci riportano indietro all’impotenza di cui parlavamo prima. Quando qualcuno vuole imparare a suonare il clarinetto, sa già che sarà lungo e faticoso. Non dice subito di essere un grande musicista e considera normale prendere delle lezioni. Cambiare il mondo è ancora più complicato, eppure c’è chi vorrebbe che avvenisse subito. Ma anche altri condividono questo sogno di ricostruire una forma di contestazione centralizzata e sono proprio coloro che vi si oppongono, il G8, il G7 o l’Unione europea. Mi sembra quindi fondamentale che questi movimenti continuino ad agire come stanno facendo, sforzandosi di cambiare la società dal basso. ◆ adr
Miguel Benasayag è un filosofo e psicoanalista, ex dirigente del movimento guevarista.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 6. Compra questo numero | Abbonati





