Il 16 settembre la polizia ha eseguito 23 perquisizioni, sequestrando telefoni e computer di medici in nove città italiane: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Quasi tutte le persone coinvolte non erano formalmente indagate al momento delle perquisizioni. Una, l’infettivologo Nicola Cocco, è finita nel registro degli indagati con ipotesi di reato gravi come l’associazione a delinquere finalizzata alla creazione di certificati falsi per impedire i rimpatri delle persone migranti irregolari. Per chi segue il tema dell’immigrazione è un nuovo capitolo di un lungo processo cominciato più di dieci anni fa, che criminalizza chiunque attui un controllo sulle politiche pubbliche e che mette in discussione l’indipendenza dei professionisti: prima gli umanitari, poi gli avvocati e i giudici, ora i medici.
L’accusa: organizzazione a delinquere. Lo scopo: evitare il trattenimento nei centri di detenzione per gli stranieri che non sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Non è chiaro però quale sarebbe il movente, visto che si esclude che ci siano finalità di lucro o che qualcuno abbia guadagnato qualcosa firmando dei certificati in cui si attesta la non idoneità di alcune persone a entrare in centri che diversi rapporti hanno definito dei “buchi neri”, al centro anche di diverse inchieste giudiziarie. L’inchiesta della procura di Ravenna somiglia molto a quella messa in piedi dalla procura di Catania nel 2016-2017contro gli operatori umanitari accusati di soccorrere persone in mare.
Anche all’epoca si era ipotizzata l’associazione a delinquere, oltre alla collaborazione con i trafficanti di esseri umani. Le accuse non sono mai state dimostrate. Allora come oggi il principale errore metodologico degli inquirenti è stato presupporre l’esistenza di interessi politici, vista l’assenza di motivazioni economiche. Inoltre, anche in quell’occasione si metteva in discussione l’indipendenza di professionisti che erano impegnati a tutelare un diritto fondamentale, quello alla vita.
L’inchiesta nasce a Ravenna, dove nei mesi scorsi erano già stati perquisiti otto medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale della città. Secondo l’accusa, avrebbero prodotto 34 certificati falsi dichiarando la non idoneità di alcune persone a essere trattenute in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Tre di loro sono stati sospesi dall’esercizio della professione per dieci mesi, mentre agli altri è stato vietato di occuparsi delle certificazioni necessarie per i Cpr.
Ora la procura sostiene che dietro quei certificati ci sia addirittura un’organizzazione per impedire il trasferimento delle persone nei centri di detenzione. Uno degli elementi considerati più significativi dagli inquirenti è una “bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nei Cpr”. Il documento era allegato ad alcuni certificati redatti dai medici ed è stato poi trovato anche in strutture sanitarie di altre città. Per la procura, questa sarebbe la prova dell’esistenza di un’organizzazione.
Ma la bozza non è un documento segreto: era stata pubblicata sul sito della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), nell’ambito di una campagna destinata ai sanitari per richiamare l’attenzione sulle condizioni di salute delle persone trattenute nei Cpr e sulla “patogenicità” di quei centri, dimostrata da [diversi studi](https://www.thelancet.com/journals/lanepe/article/PIIS2666-7762(26) pubblicati su riviste scientifiche internazionali come Lancet.
L’accusa di associazione a delinquere
Il medico Nicola Cocco, che secondo gli investigatori avrebbe avuto un ruolo centrale, respinge l’accusa di avere organizzato una rete per produrre certificati falsi e difende l’indipendenza della professione medica dalle interferenze della politica e della magistratura.
Cocco è un medico infettivologo, esperto di sanità pubblica, medicina delle migrazioni e medicina penitenziaria. Il 16 settembre, alle 5, la squadra mobile si è presentata a casa sua per una perquisizione. E ha scoperto anche di essere indagato per associazione a delinquere. Gli investigatori gli hanno sequestrato il telefono e il computer, e per due giorni hanno analizzato la sua documentazione e lo hanno trattenuto nelle questure di Milano e Varese. “Sono tornato a casa solo qualche ora per la notte”, racconta.
L’uomo non riesce a credere all’accusa: “Sarebbe un’associazione a delinquere che opera pubblicamente, sotto la luce del sole, che non ha una struttura, una gerarchia”, racconta il medico. “Tra l’altro sarebbe un’associazione a delinquere a perdere”, visto che non si riesce a capire quale sarebbe il vantaggio economico.
Cocco non lavora nei Cpr e non ha mai rilasciato i certificati contestati. È uno degli attivisti della rete Mai più lager-No ai Cpr e fa parte della Simm. Il suo coinvolgimento nell’inchiesta, spiega, sarebbe legato soprattutto alla campagna sulla valutazione dell’idoneità sanitaria delle persone destinate ai centri.
La campagna
La campagna nasce da una questione che Cocco considera innanzitutto medica e deontologica. La direttiva del ministero dell’interno che disciplina l’accertamento sanitario prevede che, prima dell’ingresso in un Cpr, una persona sia sottoposta a una visita da parte di un medico del servizio sanitario nazionale. La valutazione dovrebbe considerare non solo le malattie infettive, ma anche patologie croniche, disabilità, disturbi psichiatrici e vulnerabilità sociali. Secondo Cocco, però, le certificazioni di idoneità sono rilasciate nella quasi totalità dei casi. Spesso i medici si limitano a escludere alcune malattie contagiose come la scabbia, ma non valutano per esempio le condizioni psichiatriche della persona. “Tanto che negli ultimi casi di suicidi avvenuti all’interno dei Cpr le persone erano state considerate idonee”. Quindi non erano state valutate per esempio le loro vulnerabilità psicologiche.
Da qui la discussione tra alcuni medici e la campagna alla quale Cocco ha partecipato, che ha raccolto anche la letteratura scientifica internazionale che si è occupata degli effetti sulla salute della detenzione amministrativa. “Noi abbiamo fornito ai medici una sorta di rassegna stampa sistematica di tutto ciò che è stato pubblicato sulla detenzione amministrativa a livello internazionale”, spiega Cocco. L’obiettivo era invitare i colleghi a considerare anche il contesto in cui una persona sarebbe stata detenuta: “Quando si dà un’idoneità, l’idoneità è per un luogo e per un dispositivo che a livello internazionale è definito patogeno, psicopatogeno”. Da qui l’invito a redigere i certificati “in scienza e coscienza”.
La procura di Ravenna contesta invece ad alcuni medici di avere prodotto certificazioni false per evitare l’ingresso nei Cpr. Secondo quanto Cocco ha appreso, sarebbero 23 i certificati nei quali sono state rilevate discrepanze, per esempio una diagnosi di scabbia senza una successiva indicazione terapeutica. Per Cocco, però, questo non dimostrerebbe un falso: “Quello non è un falso, quello è un certificato sbagliato. È un errore clinico, professionale”. Il falso ideologico, sostiene, richiederebbe invece che il medico attesti consapevolmente una circostanza inesistente.
La campagna, insiste Cocco, non chiedeva ai medici di falsificare i certificati. “Nessuno ha scritto questo e nessuno ha mai detto di redigere dei falsi. Anzi, uno degli obiettivi della campagna era proprio evitare che esistessero dei certificati falsi, che sono quelli che invece danno le idoneità a persone che non sono idonee”.
L’inchiesta ha già avuto conseguenze sul suo lavoro. Cocco lavora nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo, dove sono ricoverate persone detenute. Dopo la notizia dell’indagine, la polizia penitenziaria gli ha revocato l’autorizzazione all’ingresso nel circuito penitenziario e ora attende di sapere quale sarà la sua destinazione lavorativa.
Ma non vuole che l’attenzione si concentri su di lui. “Quello che sto passando io non è niente rispetto a stare una settimana, due settimane in un Cpr”, dice. Il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli, è intervenuto a difesa dei colleghi, ricordando che i sanitari non sono “ausiliari delle politiche di sicurezza”, il loro compito è tutelare la salute delle persone, indipendentemente dal luogo in cui i pazienti si trovano e a prescindere dai governi.
È una posizione ripresa dal Tavolo asilo e immigrazione, una rete che riunisce associazioni come Amnesty International Italia, Asgi, Emergency, Medici senza frontiere (Msf) e Oxfam. Il Tavolo asilo ha espresso solidarietà ai medici perquisiti e sostiene che i centri per il rimpatrio sono incompatibili con i principi costituzionali e con la tutela della salute.
Nel gennaio 2026 il Tavolo asilo e immigrazione ha pubblicato il secondo monitoraggio sui Cpr, dedicato proprio alle condizioni sanitarie e sui luoghi di detenzione. Il rapporto descrive un quadro di violazioni dei diritti e segnala, insieme a diversi studi pubblicati su piattaforme scientifiche, i rischi legati alla detenzione amministrativa: deterioramento della salute mentale, riattivazione di traumi precedenti, difficoltà nell’accesso alle cure e uso diffuso di psicofarmaci.
Anche sul piano istituzionale la questione della tutela sanitaria nei Cpr è già arrivata davanti ai giudici. Nell’ottobre 2025 il consiglio di stato ha parzialmente annullato i bilanci e i finanziamenti dei centri, contestando carenze relative alla tutela della salute e alla prevenzione del rischio suicidario. Nel luglio 2026 ha imposto al ministero dell’interno un termine di sei mesi per dare piena esecuzione alla sentenza e introdurre le modifiche richieste.
Per i medici e le organizzazioni che li sostengono, invece, il punto di partenza è che esiste una valutazione clinica che deve essere fatta sulla persona che il medico ha davanti e nessun orientamento politico può cambiare quello che è un obbligo per i medici. Medici senza frontiere ha provocatoriamente invitato la procura di Ravenna ad acquisire nelle carte dell’inchiesta il giuramento di Ippocrate che obbliga tutti i medici a rispondere solo della salute dei pazienti. “Per prima cosa, non nuocere”, è il principio cardine della pratica medica.
I Cpr sono luoghi in cui il diritto alla salute è sistematicamente compromesso e rappresentano un sistema patogeno, dove le persone si ammalano, si suicidano e i diritti vengono sistematicamente calpestati. È indispensabile che ai medici venga riconosciuta la libertà di svolgere il proprio ruolo senza condizionamenti, curando e tutelando ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione, mettendo la salute al centro di ogni decisione clinica”, ha scritto Msf in un comunicato di solidarietà con i medici coinvolti nell’inchiesta di Ravenna.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.
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