La cittadina di Göd, a nord di Budapest, è nota per l’idilliaco paesaggio sulle rive del Danubio e per una fabbrica di batterie della Samsung. Ma da alcune settimane il suo nome è associato a un grave scandalo. Secondo un’indagine del sito d’informazione indipendente Telex, lo stabilimento ha rilasciato sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel suolo. Il governo ungherese lo sapeva fin dal 2023. Telex sostiene che Budapest aveva perfino messo in conto la possibilità che chi lavorava nei capannoni sarebbe stato esposto ad alte concentrazioni di agenti tossici. La Samsung e il governo respingono le accuse, assicurando che tutte le procedure sono conformi alla legge.

Quello che sta succedendo a Göd getta luce sullo stato dell’economia ungherese e sul crescente malumore della popolazione nei confronti del premier Viktor Orbán. Il 12 aprile si terranno le elezioni legislative e secondo i sondaggi Fidesz, il partito di Orbán, è in svantaggio rispetto a Tisza, il partito d’opposizione guidato da Péter Magyar.

Nel 2010 Orbán ottenne una schiacciante vittoria proprio grazie all’economia, in particolare promettendo di riportarla sotto il controllo degli ungheresi. Dopo la caduta della cortina di ferro, spiega David Karas, un ricercatore che studia l’economia ungherese alla Central european university (Ceu), il predominio del capitale estero in Ungheria ha raggiunto livelli straordinari perfino per l’Europa centrale e orientale. Il mercato è stato liberalizzato e nel paese sono arrivati investitori da tutto il mondo.

Quella promessa è stata mantenuta, ma non nel modo previsto. Orbán ha creato un sistema economico a due corsie: da una parte ci sono le aziende ungheresi vicine al governo, che dipendono dalla sua benevolenza, al punto che perfino i lavori più umili sono assegnati a persone legate a Fidesz; dall’altra ci sono le aziende straniere, che in Ungheria trovano condizioni particolarmente favorevoli. Per esempio le case automobilistiche tedesche: secondo la camera dell’industria e del commercio tedesco-ungherese, le imprese tedesche danno lavoro al 7 per cento della popolazione attiva ungherese. Da alcuni anni, inoltre, Orbán fa la corte alle aziende asiatiche. Le prime ad arrivare sono state quelle sudcoreane, ma a Debrecen, nell’est del paese, è in costruzione una grande fabbrica cinese di batterie.

L’invasione dell’Ucraina

Il sistema economico di Orbán ha funzionato bene finché l’energia e la manodopera costavano poco. Ma con la pandemia di covid-19 e l’invasione russa dell’Ucraina la situazione è cambiata. I tassi d’interesse sono aumentati e l’inflazione è salita. Il paese dipende dalle forniture di petrolio e gas russi. Il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è tra i più alti dell’Unione europea. È così le elezioni legislative si svolgeranno con l’industria nazionale allo sfinimento e una chiara riduzione del potere d’acquisto.

A questo si aggiunge la resistenza dei cittadini alle industrie asiatiche. A Debrecen, per esempio, molti temono che la produzione di batterie provocherà un consumo eccessivo di risorse idriche e un notevole inquinamento. Questi malumori favoriscono Magyar, che da mesi visita città e villaggi e attacca il governo sull’aumento del costo della vita, sulle tasse alte e sull’emigrazione dei giovani in Europa occidentale.

Nel frattempo Orbán dà la colpa di tutto alla guerra in Ucraina e chiede di “porre fine al conflitto”, anche evitando di mandare soldi a Kiev. Da almeno due anni l’economia ristagna. Ma invece di affrontare le cause strutturali, il governo ha cercato di cambiare rotta elargendo favori per tenersi stretto il suo bacino elettorale. All’inizio del 2026 ha aumentato dell’11 per cento il salario minimo, ma allo stesso tempo gli investimenti pubblici si sono ridotti di quasi un terzo rispetto al 2022.

Questa lacuna non può comunque essere colmata dagli investimenti privati. In reazione alle crepe emerse nell’assetto democratico del paese, la Commissione europea ha congelato fondi destinati all’Ungheria per venti miliardi di euro, un valore che corrisponde all’8 per cento del pil nazionale. Per compensare la perdita, negli ultimi anni il governo di Fidesz ha cercato di promuovere di più gli investimenti dalla Cina. Ma a differenza di Bruxelles, i cinesi si sono concentrati su pochi settori, specialmente sull’industria automobilistica. “La scommessa che gli investimenti diretti cinesi potessero rimpiazzare i fondi europei è fallita”, osserva Mateusz Urban, economista della Oxford Economics specializzato nell’Europa centrale e orientale. Secondo lui, le violazioni dello stato di diritto sono state determinanti nella debolezza dell’economia ungherese.

Certo, gli anni in cui il partito Diritto e giustizia ha governato la Polonia hanno dimostrato che una maggioranza nazionalista di destra che toglie potere alle istituzioni democratiche non è necessariamente un freno per i capitali stranieri. Ma è vero che le misure arbitrarie delle autorità ungheresi hanno intimorito alcuni investitori dell’Unione europea. Durante la crisi del covid-19 in Ungheria l’esecutivo ha dichiarato uno stato d’emergenza che gli ha permesso di governare per mezzo di decreti; così ha potuto istituire da un giorno all’altro un’imposta straordinaria per le imprese. Urban è pessimista: “Fondamentalmente l’industria ungherese attraversa una fase di declino costante dal 2022. Il fatto è che nei paesi della regione un indebolimento dell’industria non può essere mitigato facilmente dagli altri settori”.

La questione è cosa succederà dopo le elezioni. Né Fidesz né Tisza potranno contare su una maggioranza stabile, e questo renderà molte cose estremamente imprevedibili. Inoltre, il nuovo governo dovrà comunque risanare il bilancio. Orbán potrebbe essere costretto a cancellare agevolazioni fiscali che aveva già concesso, come l’esonero dall’imposta sul reddito su cui molte donne con figli possono contare vita natural durante dalla fine del 2025.

Se Magyar ottenesse la maggioranza, forse potrebbe recuperare i miliardi trattenuti dalla Commissione europea, ma le difficoltà finanziarie gli impedirebbero di mantenere molte promesse fatte in campagna elettorale. Qualunque sia lo scenario politico ungherese dopo il 12 aprile, per l’economia del paese la situazione resterà difficile. ◆ fp

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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati