Cieli blu notte da cui cola petrolio vischioso, animali imbrattati e agonizzanti, chiazze nere che inquinano il mare fino a decine di chilometri dalla costa. Nei giorni scorsi l’esercito ucraino ha lanciato una serie di attacchi contro le infrastrutture petrolifere russe, causando incendi difficili da spegnere. L’impatto ambientale è enorme. Tuttavia, mentre i cittadini e gli esperti mettono in guardia sugli effetti potenzialmente catastrofici per persone e animali, le autorità russe cercano di minimizzare la portata dei danni.

Tra il 29 e il 30 aprile i droni ucraini hanno colpito gli impianti della compagnia petrolifera russa Transneft nella città di Perm, negli Urali. Nei filmati che hanno subito invaso i canali Telegram si vedevano edifici e automobili ricoperti di petrolio. “Pioggia nera a Perm”, ha scritto un abitante della città commentando una foto che mostrava gocce nere sul vetro di una finestra. Il governatore della regione di Perm, Dmitrij Machonin, ha escluso “danni significativi”, raccomandando alla gente di non condividere immagini del disastro. “Se lo fate, aiutate il nemico”, ha scritto sul suo canale Telegram.

Nelle ultime tre settimane l’Ucraina ha condotto quattro grandi attacchi con droni contro una raffineria di petrolio di importanza strategica a Tuapse, nella regione di Krasnodar, sul mar Nero. Sono scoppiati giganteschi incendi, che hanno danneggiato strade e automobili.

Dopo i primi attacchi, la raffineria è stata colpita nuovamente il 28 aprile e il 1 maggio. Nella prima occasione il petrolio è finito nel fiume Tuapse e si è riversato nel mar Nero, dove si è formata una macchia di dieci chilometri quadrati. Alla fine del 2024 anche la fascia costiera nei pressi della città di Anapa era già stata pesantemente inquinata in seguito agli attacchi dei droni ucraini contro due vecchie petroliere russe. Il petrolio in fiamme minaccia inoltre la flora e la fauna nelle zone colpite intorno a Perm e sul mar Nero, dove la popolazione comincia a essere molto preoccupata. Si registrano già problemi respiratori e si rischia l’inquinamento delle falde di acqua potabile. A Tuapse i cittadini sono stati invitati a tenere chiuse porte e finestre, mentre i soccorritori diffondono immagini di uccelli e animali marini morenti. “Anche voi amate i delfini?”, chiede provocatoriamente un volontario vestito con una tuta protettiva bianca, mentre ne mostra due ricoperti di petrolio su una spiaggia di ciottoli. “Un tempo la gente ci invidiava perché abitavamo qui sul mare. Oggi non è più così”, dice una donna in un video in cui una ragazzina fa vedere le mani macchiate di greggio.

Una nuova fase

L’Ucraina conduce da tempo attacchi mirati contro l’industria petrolifera russa, ma negli ultimi tempi l’intensità è cresciuta significativamente. L’obiettivo è evitare che la Russia approfitti dell’aumento del prezzo del petrolio dovuto alla chiusura dello stretto di Hormuz a causa della guerra in Iran. Il 29 aprile il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha scritto su X che le ultime incursioni segnano “una nuova fase nell’uso delle armi per limitare le capacità belliche russe”. Ha ringraziato i servizi di sicurezza ucraini “per la loro precisione” e ha promesso che gli attacchi proseguiranno, con lo scopo di costringere la Russia a sedersi al tavolo dei negoziati.

Tuttavia, il presidente russo Vladimir Putin non ha lasciato trasparire grande preoccupazione per l’entità del disastro ambientale. Nel corso di una riunione al Cremlino sulle prossime elezioni parlamentari, previste per settembre, ha affermato che l’impatto su esseri umani e animali è solo “potenziale”. Ma il 29 aprile ha inviato a Tuapse il ministro della protezione civile, Aleksandr Kurenkov, per fare il punto della situazione. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha elogiato “l’impegno eroico di centinaia di specialisti per arginare le conseguenze degli attacchi terroristici” e ha accusato Kiev di voler destabilizzare il mercato globale dell’energia.

Tregua e bombardamenti

◆ Nelle ultime settimane l’esercito ucraino ha preso di mira con intensità crescente le infrastrutture petrolifere russe, spina dorsale dell’economia del paese ed essenziali per garantire il finanziamento della guerra. Tra il 16 aprile e il 2 maggio i droni di Kiev hanno colpito quattro volte la raffineria di Tuapse, sul mar Nero, uno dei principali snodi per l’esportazione del petrolio russo. Il 29 aprile è stato danneggiato l’impianto di Perm, sui monti Urali, e sei giorni dopo la raffineria di Kiriši, nell’oblast di Leningrado. I bombardamenti hanno causato la morte di almeno tre persone e un disastro ambientale. Il 4 maggio le forze ucraine hanno colpito anche una fabbrica di componenti per droni a Čeboksary; il 5 hanno causato cinque morti nella Crimea occupata dai russi. Negli stessi giorni l’esercito russo ha bombardato obiettivi civili in Ucraina: negli attacchi condotti tra il 4 e il 5 maggio, particolarmente intensi nelle regioni di Zaporižžja, Charkiv e Poltava, ci sono stati 32 morti e 130 feriti. Intanto il Cremlino ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per l’8 e il 9 maggio, ricorrenza della vittoria nella seconda guerra mondiale, minacciando di reagire in caso di bombardamenti ucraini; Kiev ha risposto proclamando a sua volta una tregua a partire dalla mezzanotte del 5 maggio, violata dai russi poche ore dopo, e annunciando che le forze ucraine risponderanno a eventuali attacchi.

Reuters, Kyiv Independent


Secondo l’ambientalista russo in esilio Vladimir Slivjak le conseguenze di questo e degli altri disastri ecologici causati dalla guerra si faranno sentire per decenni. “Anche se il petrolio visibile verrà rimosso dalle spiagge, ogni volta che ci sarà un temporale o mare grosso i resti del greggio saranno portati a riva”, ha scritto in un commento per il sito russo indipendente Moscow Times. “Non credo proprio che qualcuno verrà a pulire la costa dopo ogni mareggiata. Costerebbe un sacco di soldi. E oggi a Putin i soldi servono per fare la guerra”. ◆ oa

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati