Difficile navigare nei commenti attorno alla presenza di Sfera Ebbasta a San Siro circondato da dieci ragazze vestite di nero senza pensare a Silvio Berlusconi e Noemi Letizia nel 2009. I riferimenti potrebbero essere tanti, ma i primi che affiorano sono datati, e comunque nostrani: per essere un artista che si è fregiato di dialogare con la scena trap statunitense e che con le sue microevoluzioni – è stato tra i primi a portare in Italia le svolte latine, pop e rosate di Bad Bunny – Sfera Ebbasta opta per un fondale culturale decisamente locale, un ripiegamento fuori tempo massimo che probabilmente lo fa risultare nostalgico perfino ai suoi fan. O meglio: è avvilente pensare che il suo messaggio sia destinato a giovanissimi che non hanno vissuto la stagione d’oro della trap italiana di dieci anni fa, e che possono guardare alla videografia del gangsta rap come magari le persone della mia generazione guardavano le foto delle groupie dei Led Zeppelin, con curiosità ma anche con una forma sotterranea di disagio. È difficile far aderire le proprie idee di sessualità, desiderio, controllo o, nel caso peggiore, di soggettivazione del corpo femminile a delle proposte d’archivio. Semmai ogni generazione s’inventa le sue forme per svilire l’altro sesso. Con quella sfilata, Sfera Ebbasta sembra in ritardo su tutto, anche sullo stile, che per questi musicisti conta più di tutto. E a volte bisognerebbe smantellare una cosa brutta dicendo che oltre a essere problematica è anche profondamente sfigata. Altrimenti la si fa diventare patriarcato mediterraneo: diventa una cosa seria, e tornare indietro è difficile. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati




