A marzo del 2016 AlphaGo batte a go Lee Se-Dol, da molti considerato, all’epoca, il miglior giocatore del mondo. Proprio come era successo con gli scacchi e Kasparov, la cosa fa notizia. Quello stesso anno, in Unione europea iniziano i lavori per la relazione Delvaux, sulla robotica e le intelligenze artificiali (sarà approvata nel 2017) e l’amministrazione Obama pubblica il rapporto sul futuro delle ia.

Ma ad aprile del 2016, al G7 delle telecomunicazioni, è il Giappone a guidare per la prima volta l’idea che occorra una governance globale delle tecnologie che verranno. La ministra delle comunicazioni giapponese Sanae Takaichi (che oggi è prima ministra) propone una discussione internazionale su principi condivisi per la ricerca e sviluppo sulle intelligenze artificiali, con l’idea di rendere le ia “controllabili dagli esseri umani” e rispettose di dignità e privacy.

È l’inizio della prima fase delle discussioni internazionali sulle intelligenze artificiali. A trazione prevalentemente asiatica, appunto, si basa sull’idea di creare delle soft law, cioè dei principi condivisi che non hanno un’efficacia giuridica vincolante né sanzioni tradizionali.

Lontano dai riflettori e dalla copertura giornalistica, ma anche dalle discussioni sui social media, si parla di intelligenze artificiali al G7 di Taormina nel 2017. Lo stesso anno, il Future of life institute (un’organizzazione non profit legata all’ideologia del lungotermismo) organizza una conferenza che produce un documento in 23 punti. Tra i firmatari ci sono molti nomi di ricercatori in robotica e intelligenze artificiali che all’epoca sono per lo più ignoti al grande pubblico. I più famosi sono Elon Musk e Stephen Hawking.

Prima del G7 di Charlevoix nel 2018, Trudeau e Macron chiedono, a nome della Francia e del Canada, di creare un organo scientifico consultivo internazionale simile all’Ipcc (quello per il cambiamento climatico). Il 22 maggio 2019 c’è il primo standard intergovernativo sulle ia dell’Ocse. Si basa su pochi principi valoriali e su alcune raccomandazioni ai governi; quindi, al G20 di Osaka, con l’accordo di Stati Uniti e Cina, arrivano i G20 ai principle, un documento non vincolante che getta le basi per uno sviluppo globale sostenibile delle intelligenze artificiali.

L’ispirazione viene chiaramente ancora una volta dal Giappone: il governo di Tokyo approva i Social principles of human-centric ai (Principi sociali per un’ia umanocentrica). A febbraio del 2020, a Roma, la Pontificia accademia per la vita lancia un appello per l’etica delle ia. Lo firmano anche la Ibm e la Microsoft.

Questa prima fase in cui tutti sembrano più o meno d’accordo si chiude con l’istituzione della Global partnership on artificial intelligence (Gpai) nel 2020: è qui che iniziano a cambiare gli equilibri, visto che la Cina non ne fa parte.

Ad aprile del 2021 la Commissione europea propone il primo quadro normativo vincolante, con approccio basato sul rischio d’uso degli strumenti: sono le basi per l’Ai act. A novembre 2021 a Parigi tutti i 193 stati membri approvano le raccomandazioni dell’Unesco: gli Stati Uniti, però, non ne facevano più parte.

Un po’ di realismo

In quest’ultimo documento c’è tutto quello che dovrebbe contenere un testo all’altezza delle sfide di una tecnologia potenzialmente dirompente: il divieto di usi a rischio altissimo come l’attribuzione di un punteggio sociale e la sorveglianza di massa; la richiesta di condividere il codice degli strumenti quando sono in gioco i diritti umani; e l’affermazione che se il costo ambientale è sproporzionato l’ia non va usata.

Con un po’ di realismo, va detto che il documento, scritto e approvato senza gli Stati Uniti, è uno stupendo esercizio di stile che dimostra, se non altro, comprensione dei problemi che sarebbero arrivati e che ispira altri documenti successivi. Purtroppo, l’adozione su base volontaria disinnesca completamente qualsiasi raccomandazione.

Ma, in tutto questo lavoro preliminare, ancora non era stato lanciato ChatGpt. E in effetti dopo il suo lancio commerciale, cambia di nuovo tutto.

A marzo del 2023 il Future of life institute chiede di fermare l’addestramento dei modello di ia per almeno sei mesi: firmano anche Elon Musk, Steve Wozniak, Yuval Harari. È l’inizio del panico da ia, spesso alimentato proprio da persone che producono i modelli o da chi ha tutti gli interessi a raccontare le possibili catastrofi.

A maggio, l’amministratore delegato della OpenAi Sam Altman, che non aveva firmato la petizione precedente, chiede la formazione di un’agenzia federale negli Stati Uniti che possa anche revocare le licenze alle imprese. Poi la sua azienda va oltre e propone un’autorità internazionale. È la richiesta più radicale mai fatta da un’azienda privata.

Da lì in poi, petizioni, allarmi e proposte si susseguono a una velocità vertiginosa: quelle di cui si parla di più sono sempre quelle che fanno paura. Il 30 maggio 2023 il Center for ai safety chiede di occuparsi del rischio di estinzione dovuto alle ia. Firmano anche illustri scienziati come Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio.

L’Onu comincia a lavorare all’idea di una nuova entità sovranazionale. A ottobre del 2023 la Cina, che sembrava essere rimasta ai margini dopo i primi coinvolgimenti internazionali, propone la sua Global ai governance initiative: si intravede già la costruzione di un blocco contrapposto a quello occidentale, perché il documento cinese parla di “pari diritto allo sviluppo per tutti i paesi”, opposizione alle barriere tecnologiche e attenzione al sud globale.

Contemporaneamente, l’amministrazione Biden, concentrata su questioni interne, firma un ordine esecutivo nazionale per obbligare le aziende a comunicare al governo federale tutto ciò che riguarda la sicurezza dei loro modelli più potenti.

A novembre del 2023 la Cina e gli Stati Uniti firmano lo stesso testo: è la dichiarazione di Bletchley, che propone la cooperazione scientifica internazionale sulle ia e riconosce i rischi dei modelli di frontiera. Ma, di nuovo, non è un testo vincolante.

A dicembre del 2023 in Unione europea si concludono i lavori del trilogo sull’Ai act: alcune prescrizioni (come l’obbligo di indicare i contenuti prodotti con ia) sono in vigore dal 2 agosto 2026. Altri sono posticipati al 2027 o al 2028, perché il regolamento non è così semplice da applicare e comunque è soggetto a grandi pressioni da parte delle lobby.

Nel frattempo arriva una risoluzione delle Nazioni Unite approvata per consenso, senza voto, che si concentra sullo sviluppo sostenibile della tecnologia; in Cina un gruppo internazionale di scienziati propone un documento con i limiti che le ia non devono superare (autoreplicazione autonoma, ricerca di potere, assistenza allo sviluppo di armi di distruzione di massa, attacchi informatici).

Gli Stati Uniti si sfilano

La linea sembra tracciata: addirittura, a maggio del 2024, sedici aziende si impegnano a non sviluppare modelli se i rischi non sono mitigabili; anche l’Africa produce una propria strategia di sviluppo delle ia, finché a settembre del 2024 arriva il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante, firmato da una cinquantina di paesi. È quello del Consiglio d’Europa. Però è ancora in attesa di ratifica.

Anche perché poi la vittoria di Trump alle presidenziali statunitensi cambia di nuovo tutto. Gli Stati Uniti si sfilano dai discorsi di governance globale, Trump rimuove l’ordine esecutivo di Biden, la Silicon valley si schiera con il nuovo presidente: le ia statunitensi diventano strumento di colonizzazione tecnologica, grazie al vantaggio competitivo, agli algoritmi proprietari e alle infrastrutture.

La Cina risponde mettendo in guardia da questo oligopolio e al tempo stesso esporta modelli di frontiera open weight sperando così di offrire supporto infrastrutturale ai paesi del sud del mondo che non possono permettersi i più costosi modelli statunitensi. L’Unione europea, nonostante gli sforzi di Macron e le promesse di investimenti, continua a giocare un ruolo di difesa e regolamentazione interna con l’Ai act.

Finalmente, a febbraio del 2026 partono i lavori dell’Onu, senza l’accordo degli Stati Uniti (che votano contro una nuova agenzia) e l’India ospita il primo grande incontro sulle ia nel Sud globale, con la produzione della dichiarazione di Nuova Delhi. Sorprendentemente, firmano sia la Cina sia gli Stati Uniti, ma il documento è poco più di una generica dichiarazione di intenti che ripete sempre le stesse cose (ia per la scienza, democratizzazione delle risorse, ia per lo sviluppo economico…). Stesse cose che vengono ribadite anche dal segretario dell’Onu a luglio del 2026.

E finalmente arriviamo a oggi. In ordine di tempo, gli ultimi due appelli per una governance globale arrivano da Bill Gates e da Andrew Bailey, governatore della banca d’Inghilterra.

Il primo dice, fra l’altro, che bisogna tassare le aziende che producono ia per riqualificare i lavoratori: è la stessa proposta della relazione Delvaux del 2017 (e Gates l’aveva già fatta, quasi identica, proprio nel 2017). Anzi, è la stessa proposta del documento Triple revolution del 1964, che chiedeva anche l’introduzione di un reddito di base universale.

E, se leggiamo bene la storia, era anche la stessa proposta dei luddisti britannici dell’ottocento: è vero che una lettura romantica li vedeva come distruttori delle orrende macchine, ma in realtà le conoscevano, le usavano, a volte le modificavano: non erano contro le macchine, erano contro i padroni che li sfruttavano e li sostituivano. I luddisti, infatti, volevano tassarli.

Il secondo appello, invece, riconosce che le ia rappresentano un rischio per i sistemi di finanza globale – e per la loro opacità, soprattutto negli investimenti incrociati fra aziende di ia e data center – e propone una governance globale per impedirne il crollo. Andrew Bailey lo ha scritto a chi ha partecipato al G20 della finanza.

Ma pochi giorni dopo, al G20 per l’innovazione, gli Stati Uniti hanno chiesto ai partner di impegnarsi a non creare nessun nuovo organismo internazionale di supervisione, ad applicare le leggi esistenti e a riservare le norme nuove ai casi inediti. A quanto pare hanno firmato tutti i partecipanti. Anche la Cina.

Sono passati dieci anni da quando AlphaGo ha battuto Lee Se-dol e da quando il Giappone ha proposto di lavorare insieme per uno sviluppo collettivo delle ia per il bene comune.

La sensazione è che tutti questi discorsi, importantissimi ma sempre uguali fra loro, siano costantemente affossati dagli interessi politici ed economici del momento. Ci abbiamo provato, ma il compromesso che ne è venuto fuori fino a questo momento è un compromesso al ribasso. Almeno per il bene comune.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Artificiale.

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