Lo statunitense Stephen Shames, nato nel 1947 a Cambridge, in Massachusetts, in Europa è conosciuto soprattutto per le fotografie scattate da giovane e in particolare per il suo lavoro sulle Pantere nere. “Il mio percorso fotografico è cominciato negli anni sessanta, quando ero studente all’università della California a Berkeley. Sono diventato un artista della lotta. Ho incontrato i leader dei movimenti contro la guerra del Vietnam e del Black power, in particolare Bobby Seale, uno dei fondatori delle Pantere nere, che è diventato il mio mentore. Seale e le Pantere mi hanno insegnato a vedere dall’interno una comunità che non era la mia”. Il suo punto di vista non è quello del semplice militante, ha un carattere più sfumato. Shames coglie e documenta la complessità del movimento, in contrasto con il flusso mediatico di immagini di uomini, donne e bambini armati dall’aria minacciosa. Di fatto alcuni mezzi d’informazione consideravano le Pantere nere una forza influente per l’autonomia dei neri, mentre altri la vedevano come un’organizzazione criminale. In Power to the people, pubblicato nel 2016, il fotografo propone la visione di un’organizzazione militante che si batteva per l’insurrezione e la resistenza armata, ma che lottava anche per creare delle comunità nere autonome, forti del loro potere e della loro espressione culturale. Accanto alle figure storiche del movimento – come Angela Davis – quello che colpisce di più in questo lavoro è la vicinanza ai soggetti fotografati. Come per esempio le immagini delle scuole delle Pantere nere, in cui momenti di complicità o di lavoro sono inquadrati senza alcuna enfasi, senza deformazione ottica, con un obiettivo che restituisce esattamente quello che viene visto. In un corpus fotografico sviluppato nell’arco di cinquant’anni, Shames porta avanti con tenacia e convinzione la stessa linea, e riesce sempre a trovare la giusta distanza, quella che non cerca di affermare uno stile, ma si concentra sul soggetto fotografato. Shames sa farsi dimenticare da chi è ripreso e non si pone mai in modo narcisistico. La sua è una fotografia al servizio di quello che vuole mostrare.
Nel suo percorso, che finalmente viene celebrato con un’ampia mostra retrospettiva e con un’importante monografia, si incontra la grande storia, la lotta per i diritti civili, i disordini di Berkeley nel 1970, Barack Obama nel 2008 prima della sua elezione, Robert F. Kennedy in campagna elettorale il 31 maggio 1968, cinque giorni prima della sua uccisione. E poi scelte che confermano il suo impegno politico in Irlanda del Nord con i militanti dell’Ira, in Romania dopo la caduta di Ceaușescu, con il presidente egiziano Anwar al Sadat nel suo villaggio d’origine. Ma la parte più importante del suo lavoro non va cercata qui. Quello che ha occupato e preoccupato Shames per tutta la vita è stato l’effetto della povertà sui bambini. Prima di tutto negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo, dal Brasile al Canada, dalla Romania alla Repubblica Dominicana, dal Giappone all’Irlanda del Nord. “Nonostante abbia fotografato soggetti molto diversi e persone provenienti da tantissime culture, le mie immagini seguono un filo conduttore: la maggior parte mostra bambini in difficoltà e mette l’accento sull’identità e sulla famiglia, su quello che ci lacera e quello che ci unisce, sulla violenza e gli abusi, ma anche sulla sensualità, l’amore, la speranza e la trascendenza”.
I titoli di due suoi libri, entrambi pubblicati da Aperture, riassumono bene questo approccio: Outside the dream (1991), sulla povertà dei bambini negli Stati Uniti; e Pursuing the dream (1997), un messaggio di speranza attraverso l’impegno delle associazioni e l’azione delle famiglie, a cui si potrebbero aggiungere Bronx boys del 2014 e la fanzine Youth (2023). Questo insieme di fotografie fa coesistere violenza e tenerezza, disperazione e amore. Nelle immagini di Shames si vedono bambini abbandonati, bambini di strada, adolescenti appena usciti dall’infanzia mentre maneggiano armi, si iniettano droga e la vendono, e si prostituiscono. Ma ci sono anche ragazzi che si innamorano, che esprimono tenerezza, che mostrano la grande solidarietà che li lega. Si vedono i ragazzi di Budapest che giocano a fare i duri e che si abbracciano per dimostrare la loro amicizia, una ragazzina che fa fumare un bambino più piccolo, uno più grande che aiuta un adolescente a iniettarsi della droga e una coppia della stessa età in una piscina mentre esprime il suo amore. Mondi e universi contraddittori che riguardano ragazzi molto giovani in un mondo complicato. E ovunque si sia trovato, in giro per uno dei cinque continenti, Shames si è sempre dimostrato molto presente – in tutti i sensi – empatico, senza mai cercare di rubare le immagini di nascosto e senza mai giudicare: “Fotografare è un mestiere intenso. Per ottenere delle buone fotografie bisogna immergersi nella vita degli altri, e per fare questo bisogna riuscire a ottenere la loro fiducia e avere una relazione profonda con loro”. Tutta la vita e la carriera di Shames – che di fatto si sovrappongono – testimoniano una forma di impegno che va ben oltre la sola volontà di testimoniare e di descrivere. Si tratta di far condividere altruisticamente un’esperienza che, di fronte alla durezza della vita di questi giovani, fa riflettere sia sulla responsabilità della società sia sulla funzione del fotografo.
“Anche se si inserisce nella tradizione documentaria, il mio lavoro si concentra sui confini dell’esperienza, laddove le cose sono più ambigue e irrazionali, in quei momenti interiori dove gli avvenimenti pubblici incontrano le nostre paure e le nostre intime speranze. È qui che si trova l’azione, il luogo dell’arte”. ◆ adr
◆ La retrospettiva su Stephen Shames sarà esposta nella chiesa dei domenicani di Perpignan dal 30 agosto al 14 settembre nell’ambito del 37° festival internazionale di fotogiornalismo Visa pour l’image. Il libro Stephen Shames: a lifetime in photography è pubblicato da Kehrer.
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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati