Kilmar Ábrego García (Carol Guzy, ZUMA Press Wire/Ansa)

Dopo Eswatini (ex Swaziland), Sud Sudan e Ruanda, anche l’Uganda ha stretto accordi con Washington in materia di questioni migratorie. L’ha fatto sapere il 21 agosto il ministero degli esteri ugandese, secondo cui l’intesa riguarda il trasferimento dagli Stati Uniti “di cittadini di paesi terzi, esclusi minori non accompagnati e persone con precedenti penali, ai quali potrebbe non essere concesso l’asilo negli Usa e che hanno timore di tornare nei propri paesi d’origine”. Il quotidiano ugandese Monitor scrive che i rapporti tra Kampala e Washington sono ora in una fase di distensione dopo gli anni dell’amministrazione di Joe Biden, il predecessore di Trump, che aveva sanzionato l’Uganda a causa dell’approvazione di una dura legge contro le persone omosessuali. In realtà, scrive Al Jazeera, molti ugandesi criticano l’accordo, raggiunto senza l’approvazione del parlamento e considerato un modo per alleviare le pressioni politiche sul presidente Yoweri Museveni. Tra le persone che gli Stati Uniti vorrebbero trasferire con la forza in Uganda potrebbe esserci anche il salvadoregno Kilmar Ábrego García, diventato il simbolo degli eccessi della politica migratoria di Trump dopo essere stato espulso ingiustamente e poi riportato negli Stati Uniti al termine di una battaglia legale durata mesi. Ábrego è stato nuovamente arrestato il 25 agosto a Baltimora (nella foto), nonostante una giudice avesse ordinato la sua liberazione pochi giorni prima. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati