Le prime tre persone che appaiono nel documentario It’s never over, Jeff Buckley sono le tre donne più importanti della vita del cantante: le ex fidanzate Rebecca Moore e Joan Wasser e la madre Mary Guibert. La strada del rock è disseminata di figure belle e dannate, e negli anni novanta Jeff Buckley lo fu più di chiunque altro. Figlio di Tim Buckley, fu il più grande musicista emerso in quel decennio. Diretto da Amy Berg e prodotto da Brad Pitt, il film parte dall’inizio: Mary, figlia d’immigrati panamensi, rimase incinta di Jeff a 17 anni. Tim era già assente, e quel vuoto segnò Jeff. Dopo il liceo in California, passato tra bulli e musica (amava i Led Zeppelin), Buckley cominciò a suonare finché nel 1991 partecipò a un tributo a suo padre a Brooklyn. Nessuno lo conosceva, ma dopo aver cantato I never asked to be your mountain uscì con sessanta biglietti da visita da contattare. Quella sera incontrò Rebecca Moore, sua musa. Il film racconta gli anni a New York, la firma con la Columbia e l’uscita di Grace. Attraverso le interviste a musicisti e produttori emerge il ritratto di un artista inafferrabile. Il secondo disco, My sweetheart the drunk, fu tormentato da debiti e conflitti. Poi la tragedia: nel 1997 Buckley annegò a Memphis, a soli trent’anni. La sua inquietudine rende difficile escludere un gesto autodistruttivo. Pur senza offrire risposte, It’s never over restituisce un ritratto intenso grazie alle donne che lo amarono. Un film imprescindibile per chi ama Jeff Buckley.
Dave Steinfeld, Flood
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati