“Dopo quasi vent’anni di dominio incontrastato la sinistra ha perso il potere in Bolivia”, scrive El País. Nel primo turno delle elezioni presidenziali del 17 agosto, i due candidati più votati sono stati il centrista Rodrigo Paz Pereira (32 per cento dei voti) e l’ex presidente di destra Jorge Quiroga (27 per cento), che si sfideranno al secondo turno previsto il 19 ottobre. I consensi della sinistra si sono ridotti drasticamente a causa della frammentazione del Movimento per il socialismo, il partito che governa il paese dal 2006, e dei contrasti tra l’attuale presidente Luis Arce ed Evo Morales, al potere per tre mandati dal 2006 al 2019. Dopo che il tribunale elettorale e la corte costituzionale avevano stabilito che non avrebbe potuto ricandidarsi, Morales ha invitato i suoi sostenitori, ancora molto numerosi, ad annullare il voto. L’appello ha funzionato visto che, secondo i risultati provvisori, i voti nulli sono stati quasi 1,2 milioni, circa il 19 per cento di quelli espressi (nelle elezioni precedenti erano intorno al 5 per cento). In campagna elettorale Paz Pereira si è concentrato sull’aumento dei fondi distribuiti dal governo centrale agli enti regionali e sulla lotta alla corruzione, con lo slogan “capitalismo per tutti, non solo per pochi”. Ha proposto un programma per favorire l’accesso al credito, agevolazioni fiscali per rilanciare l’economia ed eliminare le barriere all’importazione per i prodotti che la Bolivia non produce. Quiroga invece propone politiche di austerità in campo economico, tra cui la cancellazione dei sussidi per il carburante, la vendita delle imprese pubbliche e una serie di accordi con aziende straniere per sfruttare le riserve di litio del paese. Riguardo alla politica internazionale, sostiene che il paese dovrebbe allontanarsi dai suoi alleati tradizionali – Cuba, Venezuela e Nicaragua – e avvicinarsi agli Stati Uniti e all’Unione europea. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati