Il 27 agosto sono entrati in vigore negli Stati Uniti dazi doganali aggiuntivi del 50 per cento sui prodotti importati dall’India, rispetto al 25 per cento applicato finora, un aggravio voluto da Donald Trump per punire gli acquisti di petrolio russo.
L’entrata in vigore dei dazi non ha suscitato una reazione immediata delle autorità indiane, che in precedenza li avevano definiti “ingiusti e irragionevoli”.
I dazi del 50 per cento sono tra i più alti imposti dal presidente statunitense dopo il suo ritorno alla Casa Bianca.
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Potrebbero avere gravi conseguenze per l’India, la quinta economia mondiale, dato che gli Stati Uniti sono il suo principale partner commerciale. Ogni anno più di 87 miliardi di dollari di prodotti “made in India” sono venduti negli Stati Uniti.
Trump, che negli ultimi mesi ha sconvolto il commercio mondiale con i suoi annunci sui dazi, aveva annunciato queste misure punitive all’inizio di agosto, irritato dal rifiuto di Mosca di accettare un cessate il fuoco in Ucraina.
Nonostante la calorosa accoglienza riservata di recente in Alaska al presidente russo Vladimir Putin, Trump non ha voluto revocare le misure, il cui è obiettivo è minare la capacità di Mosca di finanziare la guerra.
Dopo la Cina, l’India è il principale acquirente di petrolio russo, che nel 2024 rappresentava quasi il 36 per cento delle sue importazioni totali nel settore, contro il 2 per cento di prima dell’inizio della guerra in Ucraina, secondo i dati del ministero del commercio indiano.
Per l’India si è trattato di una scelta pragmatica: dato che la produzione dei paesi del Golfo è destinata in via prioritaria all’Europa, che ha deciso di rinunciare agli idrocarburi russi, New Delhi ha dovuto rivolgersi ad altri fornitori.
I dazi aggiuntivi statunitensi risparmieranno però alcuni prodotti, tra cui gli iPhone, che sempre più spesso sono realizzati in India.
Questi ultimi potrebbero però essere interessati dai dazi settoriali, fino al 100 per cento, che Trump vorrebbe imporre progressivamente sui semiconduttori e sui prodotti elettronici.
Gli esportatori indiani temono un forte calo degli ordini, delocalizzazioni e perdite di posti di lavoro.
Il 25 agosto l’influente Federazione delle organizzazioni esportatrici indiane (Fieo) ha avvertito che gli importatori statunitensi hanno già cominciato a rivolgersi a paesi concorrenti come il Bangladesh e il Vietnam.
Riavvicinamento con Pechino
L’India punta ancora a negoziare un accordo commerciale con Washington, che però potrebbe essere difficile da raggiungere, anche a causa di divergenze sul possibile accesso statunitense al mercato indiano dei prodotti agricoli e lattiero-caseari.
Le discussioni sono cominciate già a febbraio, ma l’India si sta rivelando un “negoziatore molto più duro del previsto”, ha ammesso Trump.
Nel frattempo, New Delhi ha intrapreso un riavvicinamento con Pechino dopo alcuni anni di tensioni bilaterali.