Come le scosse di assestamento di un terremoto, che possono arrivare anche molto tempo dopo il sisma iniziale, il 7 ottobre 2023 continua a scuotere il Medio Oriente. A tre anni di distanza da quel giorno fatidico, il paesaggio regionale è segnato dalle guerre, dalle fratture e dai conflitti senza soluzione: da Rafah, nella Striscia di Gaza, a Hormuz, nel golfo Persico; da Naqura, nel sud del Libano, a Mocha, in Yemen.

Tutto questo, evidentemente, non è cominciato il 7 ottobre. La dinamica si era già messa in moto da tempo e ognuno dei conflitti citati ha vissuto numerosi episodi molto prima del 2023. Tuttavia, l’attacco di Hamas contro le comunità del sud di Israele – con il suo carattere inedito, la sua portata, il gran numero di vittime civili, la cattura di numerosi ostaggi e lefalle nella sicurezza dello stato ebraico – è stato un punto di rottura in questa regione martoriata.

Fin dai primi giorni è apparso chiaro che Israele avrebbe risposto subito al più grave attacco terroristico dalla sua nascita. Sapevamo che questa risposta sarebbe stata sproporzionata, perché questa è la dottrina dell’esercito israeliano. Presto abbiamo scoperto anche che sarebbe stata impietosa, sull’onda della sete di vendetta e dell’idea che a Gaza non ci fossero “innocenti”.

Ma a pagarne il prezzo non sono stati solo gli abitanti della Striscia. Anche il Libano è stato trascinato nella guerra quando Hezbollah, movimento armato sciita e filoisraeliano, ha voluto manifestare la propria solidarietà ad Hamas. Nel 2024, e poi di nuovo quest’anno, il Libano si è ritrovato sotto le bombe israeliane, mentre gli abitanti del nord di Israele hanno dovuto affrontare i razzi di Hezbollah. Oggi il Libano è in un’impasse, incapace di disarmare Hezbollah e alle prese con un’occupazione prolungata del sud del paese da parte delle forze israeliane. Una tragedia, per uno stato ormai esangue.

La vera svolta, però, è arrivata con la guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, con una violenza mai vista in passato. Prima c’è stata la cosiddetta guerra dei dodici giorni, nel 2025. Poi, con bombardamenti ancora più massicci, è arrivata l’offensiva dello scorso febbraio, che ha decapitato il regime iraniano, uccidendo la guida suprema Ali Khamenei.

Da allora Donald Trump, con la sua incompetenza, si è impantanato sempre di più in una guerra da cui non riesce a uscire e che ha intaccato la credibilità della potenza statunitense nella regione.

Una soluzione a breve termine per questi conflitti non esiste. Al contrario, la guerra si sta allargando allo Yemen, con il coinvolgimento dell’Arabia Saudita che difende le sue esportazioni petrolifere. Nel frattempo la violenza dei coloni in Cisgiordania continua a crescere, il calvario di Gaza prosegue e un’intera regione vive il terzo anno di tempesta.

L’unico elemento che potrebbe fermare questa spirale infernale è l’esito delle elezioni israeliane, previste fra tre settimane. Ma davvero gli elettori dello stato ebraico decideranno di punire il primo ministro Benjamin Netanyahu per la sua responsabilità in queste tragedie? O si affideranno ancora una volta a lui (ciecamente, verrebbe da dire)?

Gli oppositori di Netanyahu non sono certo moderati sulla questione palestinese, ma resta il fatto che una sua eventuale uscita di scena, insieme alla sua coalizione di estrema destra, cambierebbe le carte in tavola, permettendo, forse, di voltare finalmente la pagina tragica aperta il 7 ottobre 2023.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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