Il 23 settembre Volodymyr Zelenskyj è stato chiaro davanti all’assemblea delle Nazioni Unite: “Sappiamo che l’inverno sarà difficile e non abbiamo altra scelta se non quella di renderlo doloroso anche per la Russia”.
Il mese di settembre è stato il peggiore in termini di bombardamenti russi contro Kiev dall’inizio della guerra, nel 2022. Mosca ha colpito quasi ogni giorno la capitale ucraina e altri centri urbani, usando missili balistici e droni Shahed dotati di reattori e impossibili da intercettare per la difesa antiaerea ucraina.
I bersagli sono civili: infrastrutture energetiche, abitazioni. Il 23 settembre è stata perfino colpita una delle principali fabbriche di medicine del paese. Si tratta di potenziali crimini di guerra, sempre che il diritto umanitario internazionale abbia ancora senso per qualcuno.
L’unica difesa di cui dispone l’Ucraina, in questo momento, è la capacità di portare la guerra in territorio russo, come ha fatto di nuovo all’inizio della settimana, colpendo Mosca. Prendendo di mira il 45 per cento delle raffinerie russe (oltre a diversi depositi di Wildberries, l’Amazon russo), i droni ucraini hanno portato la guerra nella vita quotidiana dei russi. La frase pronunciata il 23 settembre da Zelenskyj ha fatto capire che non è ancora finita, anche se le operazioni dell’esercito ucraino stanno provocando reazioni forti.
Donald Trump ha chiesto espressamente all’Ucraina di non colpire il settore energetico russo, lasciando intendere che sarebbe all’origine dell’aumento del prezzo del diesel in tutto il mondo (dimenticando di aver scatenato personalmente una guerra nel golfo Persico).
Per mostrare la sua buona volontà, Zelenskyj ha proposto una moratoria sugli attacchi contro le infrastrutture energetiche a condizione che sia reciproca, un’iniziativa sostenuta il 22 settembre da Emmanuel Macron alle Nazioni Unite. Mosca, però, non ha nemmeno commentato.
Il 23 settembre, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov si è limitato a dire che “non ci sarà alcuna tregua nell’operazione militare speciale”, riprendendo l’eufemismo con cui la Russia definisce la guerra in Ucraina. L’intransigenza del Cremlino è legata al fatto che la Russia è consapevole dell’attuale debolezza ucraina in termini di difesa antiaerea e perciò sta aumentando gli attacchi militari contro Kiev e i suoi alleati europei.
Il 23 settembre, in occasione della riunione del Consiglio di sicurezza, l’ambasciatore degli Stati Uniti Mike Waltz si è rivolto ai due paesi: “Non vi spingete oltre e riconoscete che non esiste una soluzione militare per questo conflitto. Riprendete la via del negoziato”.
Questo invito, però, non è accompagnato da pressioni reali, che potrebbero spingere verso un compromesso la Russia, ancora arroccata sulle sue pretese massimaliste. L’amministrazione Trump si lascia manipolare da Putin ormai da mesi. Anche se il presidente statunitense ha firmato pochi giorni fa le sanzioni contro Mosca – annunciate poco prima della sua morte dal senatore Lindsey Graham – non è scontato che sia intenzionato ad applicarle.
Trump, evidentemente, è ancora sensibile alle sirene di Mosca e al potenziale economico che intravede in Russia, anche se non ha fatto alcun progresso dopo aver promesso di risolvere la guerra in “24 ore”. Gli ucraini si apprestano a vivere un inverno terribile, ma sanno di non avere altra scelta: devono resistere a un avversario che vuole cancellare il loro paese.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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