Steve Witkoff è l’immobiliarista, senza alcuna esperienza diplomatica, che Donald Trump ha nominato “inviato personale per la pace”. Jared Kushner è il genero del presidente statunitense, ma almeno ha avuto un ruolo in uno dei pochi risultati ottenuti da Trump in politica estera: i cosiddetti accordi di Abramo, che nel suo primo mandato sembravano poter portare una certa stabilità in Medio Oriente. In Ucraina, però, i due non hanno ottenuto nulla. E non c’è motivo per pensare che la loro ultima iniziativa diplomatica possa cambiare le cose. Anzi, oggi la fine della guerra – per non parlare di un sua soluzione giusta e duratura – è lontana come non mai.

Prima che il duo Witkoff-Kushner partisse per gli incontri dei giorni scorsi a Mosca e a Kiev, Trump aveva confermato la fiducia nei suoi negoziatori, dichiarando: “Abbiamo un’idea per la pace”. In cosa consista quest’idea è poco chiaro. Dietro alle sue parole, tuttavia, potrebbe esserci qualcosa di più della solita spacconeria. Dopo un periodo in cui Trump aveva perso interesse nella regione, quest’iniziativa arriva quasi come una sorpresa.

Con la guerra nel Golfo in stallo e le elezioni di metà mandato alle porte, il presidente potrebbe essere alla ricerca di un riconoscimento come artefice di pace. Inoltre, la fine della guerra in Ucraina darebbe respiro all’economia mondiale, farebbe diminuire l’inflazione statunitense e riprendere le esportazioni di cereali da Ucraina e Russia. Stavolta, infine, Trump sembra sinceramente turbato dal costo umano di questa “stupida guerra” che, ha detto, uccide 25mila persone al mese.

Gli attacchi russi

Tuttavia, da un intervento a margine dei colloqui di Mosca con Vladimir Putin emerge un elemento più inquietante sulle vere motivazioni di questa nuova iniziativa di pace. Jurij Ušakov, consigliere di Putin per la politica estera, ha detto ai giornalisti che “sono state discusse in dettaglio questioni economiche e possibili grandi progetti congiunti, vantaggiosi per la Russia come per gli Stati Uniti”.

Queste parole riportano alla mente il precedente accordo tra Washington e Kiev per lo sfruttamento di terre rare e minerali ucraini. Ancora una volta Putin potrebbe aver intravisto un vantaggio nell’incoraggiare gli statunitensi a fare pressione su Kiev affinché accetti condizioni ingiuste e umilianti pur di porre fine ai combattimenti in quello che si preannuncia come un inverno eccezionalmente duro. Ma questo non significa che il leader russo voglia rinunciare all’obiettivo strategico di controllare l’Europa orientale.

Stando all’esperienza recente, ci si può aspettare che Mosca intensifichi ulteriormente la guerra di logoramento contro la popolazione ucraina, in una fase in cui a Kiev mancano i missili Patriot per resistere agli attacchi. Come in passato, i russi prenderanno di mira le ferrovie, le linee elettriche e perfino le forniture d’acqua, rendendo la vita insopportabile agli ucraini (subito dopo la vita di Witkoff e Kushner un attacco su Kiev l’8 settembre ha fatto cinque morti e 35 feriti). E l’assistenza europea difficilmente riuscirà a colmare le lacune nella difesa aerea ucraina.

Questo fa pensare che i colloqui con gli emissari di Trump non cambieranno nulla per Putin. Il leader russo resta fedele al suo piano A – la vittoria militare – perché ritiene di avere la possibilità di ottenere sul campo un risultato più ampio di quello che garantirebbe un accordo diplomatico. Non c’è nessuna proposta concreta per un cessate il fuoco. Anche l’ucraino Volodymyr Zelenskyj è arrivato a una conclusione simile, incoraggiato dal sostegno europeo e dagli aggiustamenti in atto nel congresso statunitense a favore di Kiev.

La conseguenza è che la guerra si trascinerà per il 2027 e forse oltre, trasformandosi in un conflitto permanente in cui nessuna delle parti è in grado di assestare il colpo decisivo. L’ipotesi di un cambiamento di linea politica a Washington dà agli ucraini un ulteriore incentivo a resistere. A quanto pare i 25mila morti al mese sono un prezzo che Mosca e Kiev sono disposte a pagare per evitare la sconfitta, anche se la vittoria è un miraggio. È questa la conclusione che Witkoff e Kushner possono trarre dai loro colloqui.

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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati