Ai quattro angoli del pianeta – dal Guatemala alla Siria, dalle Filippine al Portogallo, fino alla Francia – l’aumento dei prezzi dell’energia provoca tensioni sociali e in alcuni casi anche rivolte. La ragione della rabbia? Una nuova impennata dei prezzi, che mette in difficoltà la vita delle persone più fragili.
Il problema è che i governi dei paesi coinvolti non hanno alcuna responsabilità per i rincari. Il massimo che possono fare, in alcuni casi, è alleggerire il fardello finanziario che grava sulla popolazione. La causa del fenomeno è nota: il conflitto nella regione del Golfo, ricco di colpi di scena, che mette a repentaglio la produzione e l’esportazione di idrocarburi.
Il prezzo del greggio ha superato di slancio i cento dollari a barile, mentre prima della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran era fermo a sessanta.
Parlando delle ultime evoluzioni in Yemen, che hanno fatto nuovamente schizzare in alto il costo del petrolio, il vicepresidente JD Vance ha detto: “Abbiamo tutto sotto controllo”. In realtà tutto sembra indicare il contrario: la situazione sembra essere completamente sfuggita di mano all’amministrazione Trump, che non riesce a trovare una via d’uscita da una crisi che colpisce il mondo intero.
Nonostante Washington contasse su una vittoria rapida grazie alla potenza degli eserciti statunitense e israeliano, la guerra dura ormai da più di sei mesi ed è diventata un conflitto in tre atti. In questo confronto asimmetrico, il forte e il debole non combattono la stessa guerra e non adottano gli stessi metodi.
Ai bombardamenti massicci, l’Iran ha risposto chiudendo lo stretto di Hormuz e attaccando le basi statunitensi nella regione e i paesi del Golfo. All’impasse strategica si è aggiunta una nuova zona di conflitto (il terzo atto) con l’entrata in scena dei ribelli huthi in Yemen, che minacciano lo stretto di Bab el Mandeb, un altro snodo cruciale del trasporto marittimo.
L’Arabia Saudita è stata colpita contemporaneamente dai missili lanciati dagli huthi e da un attacco condotto dalle milizie sciite irachene contro un oleodotto vitale, che avrebbe dovuto consentire di aggirare lo stretto di Hormuz. Se osservate una carta geografica vi accorgerete immediatamente del perché l’Arabia Saudita, paese chiave della regione, abbia dovuto interrompere le esportazioni petrolifere, evidenziando una grande vulnerabilità.
Cosa fanno gli Stati Uniti? È il grande mistero del momento. Gli americani, infatti, dovrebbero proteggere l’Arabia Saudita in base al patto di Quincy, siglato nel 1945. Washington ha avuto alcuni contatti con gli huthi, gli stessi che l’anno scorso sono stati bombardati ripetutamente dall’esercito statunitense. Finora, però, questo approccio non ha prodotto risultati.
In questo stallo era stato avviato un negoziato tra i paesi del Golfo e l’Iran, ma è stato annullato. L’incertezza generale alimenta il nervosismo del mercato degli idrocarburi e spiega l’aumento dei prezzi, che potrebbe aggravarsi se non emergerà una soluzione in tempi brevi.
Trump e gli Stati Uniti sono i grandi sconfitti. La forza di dissuasione statunitense è chiaramente in crisi, e non solo in Medio Oriente. Trump rischia di pagare le conseguenze di tutto questo tra meno di due mesi, alle elezioni di metà mandato. Il prezzo del barile è diventato il barometro del fallimento del presidente statunitense nel Golfo.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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