“Bisogna politicizzare le ondate di calore, denunciare l’incapacità dei partiti in posizioni di responsabilità di garantire la sicurezza delle persone e dei beni di fronte ai rischi climatici”. Queste parole del climatologo Christophe Cassou, pubblicate da Libération alla fine di giugno, mentre la Francia era alle prese con la seconda ondata di calore dell’anno, non hanno perso forza oggi, alla fine di un’estate segnata dagli incendi e dalla siccità. In Francia le fiamme hanno distrutto 96mila ettari di foresta, secondo il servizio europeo Copernicus, mentre le ondate di calore sono state associate a 7.300 morti in più tra maggio e luglio, e a una preoccupante ondata di ansia climatica.
Ma seguire il consiglio di Cassou non è così facile. Il rullo compressore della campagna per le presidenziali ha già relegato in secondo piano la questione climatica, focalizzandosi sulle polemiche sul velo islamico, sulle alleanze politiche e sull’organizzazione delle primarie. “In pochi parlano di quello che è successo quest’estate”, lamenta Jean-François Julliard, direttore della federazione ambientalista France nature environnement (Fne).
“Nel dibattito pubblico esistono solo le crisi immediate, e il caldo estivo non ha prodotto un vero elettroshock politico”, aggiunge Jérémie Suissa, delegato generale dell’associazione Notre affaire à tous, all’origine della campagna “L’affaire du siecle” che nel 2021 aveva portato alla condanna dello stato francese per inazione climatica.
“Serve una nuova mobilitazione”, hanno scritto il 6 settembre su Libération gli attivisti Cyril Dion e Claire Nouvian, chiedendo una legge d’emergenza climatica e ambientale. Il loro appello è stato raccolto da vari collettivi. La sera del 15 settembre circa cinquanta organizzazioni – tra cui l’Fne e Greenpeace, ma anche Attac, il collettivo femminista Nous toutes, la rete studentesca Fage e la Lega dei diritti umani (Ldh) – hanno partecipato a un’iniziativa di protesta davanti al ministero dell’economia e delle finanze, mentre il 26 settembre sono previste più di duecento manifestazioni in tutto il paese.
I due movimenti hanno rivendicazioni simili, tra cui l’introduzione di un piano d’emergenza contro le ondate di calore e per l’adattamento climatico, anche attraverso misure come l’ammodernamento degli edifici pubblici e la lotta alla dispersione energetica, oltre ovviamente alla riduzione delle emissioni di gas serra, da ottenere con il progressivo abbandono dei combustibili fossili.
“A situazione inedita, risposta inedita”, sottolinea Julliard. Il direttore di Fne, tra gli organizzatori dell’evento del 15 settembre, ha una proposta forte: inserire la questione climatica nel dibattito sulla legge di bilancio, che comincerà in autunno e si annuncia particolarmente complicato. “Per fare la differenza dobbiamo essere presenti a Bercy (sede del ministero dell’economia) e formulare proposte legate alla manovra economica”, spiega Julliard.
Come il movimento del 26 settembre, anche quello del 15 settembre insiste sul rafforzamento del Fondo verde. Il taglio ai finanziamenti della transizione energetica a livello locale, passati dai 2,5 miliardi di euro del 2024 agli 837 milioni di quest’anno, è diventato infatti uno dei simboli del disimpegno dello stato.
“Tradizionalmente a settembre ricominciano le mobilitazioni sociali”, ricorda la portavoce di Attac Youlie Yamamoto. “E quest’anno vogliamo che siano all’insegna della giustizia ecologica”. Il dibattito potrebbe essere dominato dai soliti temi della crescita debole, del debito pubblico e della riduzione del potere d’acquisto. “Ma il clima dovrebbe essere la preoccupazione principale”, prosegue Yamamoto. “Noi vogliamo vivere, non sopravvivere. E poi i primi a pagare il prezzo della crisi climatica sono i poveri e i precari”.
Per finanziare l’installazione di persiane e ventilatori in tutte le case, e un piano di prevenzione degli incendi, il movimento propone di tassare i principali inquinatori e annuncia delle misure con una copertura finanziaria realistica. “Le nostre richieste sono ragionevoli e i ricchi non andranno in rovina”, ironizza Yamamoto. Il movimento che ha indetto le manifestazioni del 26 settembre invita a colpire “i super-profitti delle aziende dei combustibili fossili e delle armi, e i grandi patrimoni”.
Nuovi alleati
Un’altra novità del fronte sociale ambientalista è la presenza di nuovi alleati, che finora non si erano esposti su questi temi. È la dimostrazione che l’ambiente è ormai una questione trasversale, inscindibile dai problemi sociali e dalla difesa dei servizi pubblici.
All’inizio di settembre i vigili del fuoco, che hanno pagato con quattro morti e più di un centinaio di feriti la lotta contro gli incendi estivi, hanno indetto uno sciopero nazionale di sei settimane. Saranno inoltre rappresentati a Bercy dal sindacato dei pompieri volontari di Francia.
Si sta mobilitando anche il sindacato nazionale degli infermieri. “Per noi ambientalismo non significa preoccuparsi degli orsi polari sulla banchisa artica, ma del degrado delle condizioni di vita dei nostri pazienti”, spiega il portavoce Thierry Amouroux. “Le morti legate alle ondate di calore sono molte, ma c’è anche un generale peggioramento delle condizioni dei malati cronici”.
I nuovi alleati aumenteranno il peso del movimento ambientalista nel dibattito pubblico? “I pompieri sono stati gli eroi dell’estate, è difficile immaginare che il loro sostegno non abbia effetti positivi”, sottolinea Julliard.
I collettivi vogliono farsi sentire dimostrando che lo stato non sta svolgendo una delle sue funzioni più importanti: proteggere la popolazione. “I nostri pazienti erano ricoverati in stanze con temperature fra i 35 e i 40 gradi, ma non potevamo fare altro che cercare di oscurare i vetri delle finestre. È davvero frustrante. Non siamo forse la settima economia mondiale?”, dice Amouroux.
La Lega dei diritti umani ha invece lanciato un appello a manifestare con queste parole: “Siamo in tanti a essere colpiti, soprattutto i più vulnerabili. I politici sono colpevoli d’inazione climatica”.
Quanto all’associazione Notre affaire à tous, sta cercando d’imporre il concetto di “vittime climatiche” per chi subisce direttamente le conseguenze del riscaldamento globale. “Oggi a provocare il maggior numero di vittime in Francia non sono il gruppo Stato islamico, la Russia o il velo islamico, ma il cambiamento climatico e l’inquinamento”, sottolinea Suissa. “La minaccia ambientale è sicuramente la più grave di questa fase storica. La necessità di rafforzare le nostre difese è evidente. Ci sono due possibilità: o diciamo ai cittadini che devono cavarsela da soli oppure progettiamo una nuova solidarietà nazionale”.
All’inizio di luglio la campagna “L’Affaire du siècle” ha lanciato una piattaforma per raccogliere testimonianze. “Il caldo mi fa stare male (quest’estate nella mia camera da letto c’erano 33 gradi) e soffro di una forte ansia. La distruzione della natura e la morte degli alberi intorno a me mi sconvolgono”, scrive una donna in una delle 150mila testimonianze raccolte finora. È l’ennesima dimostrazione di come la questione climatica sia ormai una priorità per i cittadini.
Tutto questo basterà a dare vita a una mobilitazione per il clima paragonabile a quella della fine degli anni dieci del duemila? È quello che spera Mattia Geonget, vent’anni, coordinatrice per i giovani del movimento del 26 settembre. “Gli eventi degli ultimi mesi dovrebbero spingere tutti all’azione. Bordeaux, le Landes, il Var, la Corsica, Fontainebleau: tutti questi territori hanno sofferto. Oggi nessuno può sostenere in buona fede che il clima sia una questione secondaria”.
“I sondaggi indicano che l’ambiente occupa un posto sempre più rilevante tra le preoccupazioni dei francesi, ma non al punto da prevalere su tutti gli altri temi”, spiega Théodore Tallent, ricercatore all’università Sciences-Po di Parigi ed esperto per la Fondation Jean-Jaurès. “La rabbia estiva potrebbe rappresentare per alcuni l’occasione di chiedere provvedimenti a breve termine senza avviare una vera trasformazione ambientalista: migliorare la gestione dei boschi, facilitare gli spostamenti dei vigili del fuoco”.
Anche gli effetti psicologici delle catastrofi rischiano di essere limitati: “Sembra che ci siano apatia e rassegnazione. Il rischio è che la rabbia, invece di favorire la nascita di un movimento di massa, sfoci in piccoli movimenti minoritari, alcuni dei quali potrebbero radicalizzarsi”.
Forte repressione
Yamamoto, la portavoce di Attac, aggiunge che la storia recente della mobilitazione contro la crisi climatica potrebbe essere un freno: “Le marce per il clima organizzate dopo la Cop21 non hanno prodotto risultati concreti. Inoltre, movimenti come Extinction rebellion hanno subìto una forte repressione, e molti attivisti sono stati accusati di ‘ecoterrorismo’”. Tutto questo, ovviamente, scoraggia la partecipazione alle manifestazioni.
Resta il fatto che le reti si stanno attivando e stanno stringendo nuovi legami. “Le manifestazioni del 26 settembre saranno un vero grido d’allarme, e la mobilitazione sta assumendo dimensioni che non mi aspettavo”, spiega Geonget.
Mentre si avvicinano la Cop31 ad Antalya, in Turchia, a novembre e le presidenziali in Francia nella primavera del 2027, si pone il problema di come dare seguito a questo slancio. Probabilmente servirà un ottimismo della volontà per fronteggiare gli ostacoli politici che si presenteranno nei prossimi mesi. “Le mobilitazioni per l’ambiente funzionano quando si ripetono con regolarità”, sottolinea Suissa. “Solo così possono smuovere le montagne”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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