Dopo qualche settimana di tregua, tra Stati Uniti e Iran sono riprese le ostilità, al punto da rimettere in discussione un accordo siglato meno di un mese fa il cui obiettivo principale era la riapertura dello stretto di Hormuz.

Dall’inizio della guerra di Israele e Stati Uniti per rovesciare il regime di Teheran, l’Iran aveva trasformato in un’arma di dissuasione questo passaggio strategico per il commercio degli idrocarburi. Ne era seguita una crisi sui mercati dell’energia che aveva reso questa guerra ancora più impopolare tra l’opinione pubblica statunitense. Quel malcontento e l’improvvisazione dell’amministrazione Trump hanno portato Washington ad accettare un accordo mal congegnato, che spiega in gran parte l’attuale impasse. Teheran approfitta della vaghezza del punto dell’accordo sulla riapertura dello stretto per rivendicarne il controllo, anche con la forza. Gli Stati Uniti cercano di canalizzare il traffico marittimo nelle acque dell’Oman, sull’altra sponda dello stretto, per aggirare l’Iran.

L’attenzione su questo collo di bottiglia è una vittoria a breve termine per Teheran, perché nessuno parla più del suo programma nucleare, che era stato presentato come una delle motivazioni principali per l’attacco. Annunciando l’intenzione di esigere un tributo dalle navi che attraversano lo stretto sotto la protezione statunitense (per poi fare subito marcia indietro) Trump ha dato indirettamente credito alla pretesa iraniana di imporre un pedaggio, nel totale disprezzo della libertà di navigazione.

Il governo di Teheran – radicalizzato dal conflitto e convinto di avere vinto la prova di forza – rischia di essere spinto verso un’escalation le cui conseguenze ricadrebbero soprattutto sulla popolazione. Negli Stati Uniti la linea dura guadagna terreno, tanto che Trump potrebbe essere di nuovo accecato dalla superiorità militare del suo paese, la stessa che ha mostrato i suoi limiti nella prima fase di questa guerra asimmetrica. Ma il tempo stringe per entrambi. L’Iran sa che non può reggere a lungo il blocco dei suoi porti da parte della marina statunitense. Trump rischia di irritare ulteriormente l’opinione pubblica a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Il doppio stallo espone di nuovo i paesi della sponda araba del Golfo alle ritorsioni iraniane e indebolisce l’economia mondiale. E sottolinea l’impotenza della Casa Bianca, sia che scelga di fare la guerra sia che si rassegni alla via diplomatica. Una constatazione devastante per chi aveva promesso di far tornare l’America di nuovo grande. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati