“Traditori in tempo di guerra”. Il ministro della cultura israeliano Miki Zohar non ha usato mezzi termini parlando dei due registi del documentario Naza, ipotizzando che a Yuval Abraham e Rachel Szor siano revocata la cittadinanza israeliana.

Il capo dell’esercito Eyal Zamir si è spinto ancora più in là usando l’espressione “accusa del sangue”, un riferimento esplicito a una vecchia accusa antisemita. Zamir ha chiesto all’esercito di studiare provvedimenti contro gli ex militari intervistati nel film.

Sia Zohar sia Zamir hanno ammesso di aver visto solo il trailer del film e letto gli articoli pubblicati dai giornali, ma all’origine dei loro attacchi ci sono il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia e i 24 minuti di standing ovation in occasione della proiezione del film.

Questa accoglienza eccezionale per un documentario che rivela i crimini dell’esercito israeliano a Gaza mette Israele davanti al fatto che l’Europa gli ha ormai voltato le spalle. Anziché interrogarsi sulle ragioni di questo fenomeno, però, i leader dello stato ebraico preferiscono demonizzare i portatori di cattive notizie e accusare di antisemitismo tutti coloro che li hanno applauditi.

Perché reazioni così violente? Il motivo è semplice: Naza mette in discussione la narrativa ufficiale secondo cui Israele agirebbe unicamente per legittima difesa dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, evitando in ogni modo le vittime civili.

I 24 ex militari ed esponenti dei servizi di sicurezza, che hanno parlato a volto coperto, spiegano le tecniche usate per scegliere i bersagli. Questa scelta mette in conto i Naza, acronimo ebraico da cui deriva il titolo del film e che indica le “vittime collaterali”, ovvero le vittime civili. Secondo un testimone, sarebbero stati fino a cinquecento in un unico attacco.

Una distruzione deliberata

Questo film durissimo, che ho avuto l’occasione di vedere, racconta la distruzione sistematica delle città per rendere impossibile il ritorno dei palestinesi, spinti sempre più lontano dalle loro case. Oggi i due milioni di palestinesi vivono concentrati nel 40 per cento della Striscia di Gaza.

Yuval Abraham, uno dei due registi, aveva già rivelato ai giornalisti l’esistenza di software d’intelligenza artificiale a cui è assegnata la selezione dei bersagli a Gaza, lasciando agli esseri umani appena pochi secondi per accettare o rifiutare la “proposta”. Le testimonianze incluse nel film raccontano una distruzione sistematica e deliberata della vita dei palestinesi a Gaza.

Il fenomeno non si limita alla Striscia. Il 14 settembre l’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani B’Tselem ha pubblicato un rapporto che accusa il governo israeliano di distruggere intenzionalmente la vita dei palestinesi in Cisgiordania. L’obiettivo è quello di rendere irreversibile la presenza israeliana nel territorio occupato dal 1967.

Il rapporto stabilisce che questo piano di “eliminazione” della presenza palestinese è attuato “più apertamente, più direttamente e più violentemente rispetto al passato”, attraverso operazioni dell’esercito e dei coloni.

Queste critiche provenienti dall’interno hanno soprattutto un’eco internazionale, mentre all’interno di Israele si scontrano con la negazione della maggioranza della popolazione. Questo divario allarga ulteriormente la spaccatura tra Israele e una parte del mondo, e in particolare con l’Europa, la stessa che in precedenza limitava le critiche nei confronti della risposta israeliana. Ora questa ritrosia sembra crollare sotto il peso di rivelazioni sempre più pesanti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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