Della sua presenza in Medio Oriente, nel golfo Persico e in Afghanistan rimane poco o nulla. Negli ultimi dieci anni Al Qaeda ha perso le sue basi storiche una dopo l’altra. Ma la rete fondata da Osama bin Laden (1957-2011) non è scomparsa: allontanandosi dalle sue roccaforti originarie, si è insediata e reinventata nel continente africano, in particolare nel Sahel e nel Corno d’Africa.

Le ramificazioni principali dell’organizzazione oggi sono quelle africane: il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), in Mali, Burkina Faso e Niger, ma anche in alcuni paesi che si affacciano sul golfo di Guinea; Al Shabaab in Somalia; e, in misura minore, Ansaru in Nigeria. “Sono le fazioni regionali più importanti di Al Qaeda, quelle che hanno la maggiore forza d’urto e che generano le maggiori entrate”, spiega Stig Jarle Hansen, ricercatore associato al Royal united services institute, con sede a Londra.

Queste fazioni sono anche le uniche a controllare e amministrare territori. Con migliaia di combattenti a disposizione – tra i settemila e gli ottomila, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato ad agosto – il Gsim controlla ampie zone del Mali, dove minaccia ormai la capitale Bamako, e del Burkina Faso. In queste zone applica la sharia (legge islamica) e si finanzia grazie alla zakat, una tassa che riscuote dalla popolazione, e a vari traffici: estrazione artigianale dell’oro, vendita del bestiame e rapimenti a scopo di riscatto.

Al Shabaab, che conta tra i settemila e i dodicimila combattenti, secondo le stime delle Nazioni Unite, controlla invece ampi territori nel centrosud della Somalia. Anche questo gruppo riscuote dei tributi dalla popolazione. Il suo forte radicamento contrasta con le difficoltà incontrate dall’unica fazione storica di Al Qaeda che resta nella penisola arabica (l’Aqpa), che sta conoscendo un lento declino nello Yemen.

Al di là dell’affiliazione, in queste ramificazioni africane resta ben poco della versione originale di Al Qaeda: non hanno la struttura piramidale introdotta da Bin Laden, ucciso nel 2011, e condividono solo a grandi linee l’idea del jihad contro l’occidente. Né il Gsim né Al Shabaab hanno manifestato la volontà di compiere attentati in Europa o negli Stati Uniti. Finora hanno colpito obiettivi occidentali solo in Africa, come nel caso dell’attacco del Gsim all’ambasciata francese a Ouagadougou, in Burkina Faso, il 2 marzo 2018.

La lotta delle affiliate africane ad Al Qaeda, come anche le forme di reclutamento e finanziamento, ha un carattere locale. Dopo aver combattuto contro il governo maliano, rovesciato da un colpo di stato nell’agosto 2020, e contro l’esercito francese, che era presente nel paese fino al 2022, ora il Gsim combatte contro la giunta militare guidata da Assimi Goita e i suoi ausiliari russi, con lo stesso obiettivo: imporre la sharia in tutto il paese. Recluta gran parte dei combattenti all’interno della comunità peul, che ha una forte presenza nel centro del paese, ma sta rafforzando la sua capacità di penetrazione tra i bambara, il principale gruppo etnico del sud. Per quanto riguarda Al Shabaab, i suoi combattenti sono tutti d’origine somala.

“Gli interessi nazionali e regionali delle fazioni africane prevalgono nettamente sulla fedeltà ad Al Qaeda. Avvengono ancora trasferimenti di denaro e confronti sulle strategie, ma rientrano più in una forma di solidarietà che in un rapporto gerarchico”, spiega Jérôme Drevon, esperto di Al Qaeda del Geneva graduate institute. Ma anche se hanno un forte radicamento locale e sono indipendenti gli uni dagli altri, i gruppi africani mantengono legami tra loro e con l’Aqpa, che da circa quindici anni svolge il ruolo di base centrale.

Durante l’operazione Barkhane, condotta dall’esercito francese nel Sahel tra il 2014 e il 2022, erano state trovate prove di contatti, strategici e finanziari, su dischi rigidi o chiavette usb sequestrati nel nord del Mali. Nel 2025 una parte del riscatto da 50 milioni di dollari (43 milioni di euro) ottenuto dal Gsim in cambio del rilascio di un ostaggio con cittadinanza degli Emirati Arabi Uniti era stata, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, “versata alla struttura centrale di Al Qaeda”.

Situazione in evoluzione

Al Shabaab e il Gsim sono ormai autonomi al punto da non poter escludere la possibilità di una rottura formale con Al Qaeda. Al Shabaab aveva preso in considerazione l’ipotesi nel 2025, quando si trovava in una posizione di forza e stava riconquistando una dopo l’altra le città che circondano la capitale somala Mogadiscio. Il Gsim ha invece formato un’alleanza con gli indipendentisti tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad, insieme ai quali ha lanciato una grande offensiva in Mali alla fine di aprile. Durante i negoziati per formare l’alleanza si era discusso di una possibile separazione di Iyad ag Ghali, un ex ribelle tuareg diventato comandante del Gsim, dalla galassia di Al Qaeda.

Su questo punto la situazione è ancora in evoluzione. Iyad ag Ghali “continua a professare la sua fedeltà ad Al Qaeda per ragioni ideologiche e politiche, più che militari e finanziarie. Se rinunciasse ai legami con la base centrale, una parte delle truppe potrebbe schierarsi con il suo grande rivale, il gruppo Stato islamico, e lui rischierebbe di perdere l’autorità morale che esercita sui suoi ufficiali”, spiega Jean-Hervé Jezequel, responsabile del progetto Sahel dell’International crisis group.

Anche le altre affiliate africane di Al Qaeda in Somalia e in Nigeria devono fronteggiare la crescente concorrenza del gruppo Stato islamico, che gli contende territori e bacini di reclutamento. Il consolidamento in Africa delle due principali organizzazioni jihadiste mondiali preoccupa i servizi di sicurezza occidentali.

“Oggi l’Africa è l’epicentro del terrorismo e minaccia direttamente i nostri interessi. Lasciare che gruppi terroristici possano insediarsi e creare rifugi sicuri ha sempre portato, nella storia recente dei nostri paesi, a progetti di attentati. Dobbiamo fare molta attenzione”, ha dichiarato Nicolas Lerner, direttore generale della sicurezza esterna francese, nel decimo anniversario degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015.

Nel gennaio 2013 l’offensiva verso sud condotta dai gruppi jihadisti che controllavano il nord del Mali aveva accelerato l’intervento dell’esercito francese. Tredici anni dopo il Gsim minaccia ancora Bamako, ma Parigi si tiene in disparte: espulse dal paese su ordine della giunta militare, per essere sostituite dalle forze russe, le truppe francesi non sono più benvenute in Mali.

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