Nel clima polarizzato di oggi, il risultato negativo del referendum islandese sull’apertura di un negoziato di adesione all’Unione europea ha prodotto ogni genere di interpretazione. Secondo Marine Le Pen, candidata del partito di estrema destra Rassemblement national alla presidenza francese, il voto è il segno che “l’adesione all’Unione europea non è l’orizzonte naturale di tutte le democrazie del continente”. Letture simili, però, non tengono conto delle peculiarità islandesi.

L’Islanda è un’isola di 400mila abitanti a più di duemila chilometri dal continente europeo, nel bel mezzo dell’Atlantico settentrionale. Il paese non fa parte dell’Unione europea, ma aderisce allo spazio economico europeo come la Norvegia e la Svizzera. Di conseguenza ha accesso al mercato unico e allo spazio Schengen di libera circolazione, uno status che non viene rimesso in discussione dal referendum. Niente “Brexit islandese”, insomma.

Il voto in Islanda evidenzia una spaccatura tra gli abitanti della capitale Reykjavík, chiaramente favorevoli all’adesione, e quelli del resto dell’isola, in gran parte pescatori e agricoltori, nettamente schierati per il no. La spiegazione è semplice: le comunità rurali temono un impatto negativo sul loro settore, mentre i residenti delle aree urbane ragionano in termini più geopolitici.

Tutti gli islandesi che vivono grazie alla pesca, che rappresenta il 40 per cento delle esportazioni del paese, ricordano ancora le “guerre del merluzzo” con il Regno Unito negli anni cinquanta e settanta. All’epoca i due paesi erano stati vicini allo scontro militare a causa di un contenzioso sulle zone di pesca, e le immagini di quel conflitto sono state sfruttate abilmente durante la campagna elettorale.

Gli abitanti della capitale, invece, reagiscono al nuovo contesto internazionale e in particolare alle mire di Donald Trump sulla vicina Groenlandia. Oltre al fatto che il presidente degli Stati Uniti ha confuso più volte Groenlandia e Islanda, è chiaro che la protezione di Washington non è più una garanzia come lo era in passato.

Senza esercito

Una delle specificità dell’Islanda è che si tratta di un paese senza esercito, pur facendo parte della Nato. Anche per questo alcuni islandesi hanno ritenuto che fosse arrivato il momento di rilanciare il dibattito sull’adesione all’Unione europea, un’assicurazione sulla vita supplementare per un paese geograficamente isolato.

È in questo senso che il risultato del referendum rappresenta un fallimento per l’Unione: nonostante i dubbi sullo scudo statunitense, infatti, gli islandesi non hanno creduto alla protezione europea.

Evidentemente questa carenza è l’anello debole del progetto europeo, nonostante l’articolo 42-7 del trattato dell’Unione preveda la solidarietà militare in caso di aggressione nei confronti di uno stato. È l’equivalente dell’articolo 5 della Nato, ma la credibilità dei 27 sulle questioni legate alla difesa è ancora da dimostrare.

L’Unione europea avrebbe sicuramente preferito un risultato diverso, non fosse altro che per risparmiarsi il dibattito fortemente politicizzato su questa sconfitta. L’ingresso dell’Islanda, uscita bene dalla catastrofe finanziaria del 2008, avrebbe rappresentato una buona notizia per l’Unione, impegnata in un allargamento più problematico nei Balcani.

A questo punto i 27 dovranno interrogarsi sulla forza d’attrazione dell’Europa in questo mondo in fase di ricomposizione. È questa la lezione del voto islandese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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