I l toro mette al sicuro l’Islanda da nordovest. L’aquila, talvolta chiamata grifone, da nordest. Il drago difende da sudest, mentre il gigante da sudovest. Sono i leggendari spiriti protettori di quest’isola, grande quanto un terzo della Polonia, situata nell’Atlantico del Nord. Questi spiriti sono descritti nelle saghe antiche e compaiono nello stemma nazionale.

Oggi, invece, l’Islanda può contare solo su una guardia costiera composta da 250 persone e, soprattutto, sull’aiuto militare degli alleati in caso di necessità. Finora è bastato.

Oggi alcuni islandesi vorrebbero un esercito. Due di loro, Arnór Sigurjónsson e Daði Freyr Ólafsson, hanno dato vita al movimento Varðmenn Íslands (Guardiani dell’Islanda). L’obiettivo è spingere i connazionali a prestare più attenzione alle questioni di sicurezza e per questo pensano che il paese dovrebbe avere un esercito di almeno duemila soldati.

Non accettano l’argomentazione secondo cui l’Islanda, con poco più di 400mila abitanti, sarebbe troppo piccola per farlo. Osservano che il Lussemburgo e Malta, solo leggermente più grandi, hanno un esercito. Ritengono inoltre che il paese possa permettersi di spendere per la difesa più dell’attuale 0,23 per cento del pil (la quota più bassa in Europa).

È dello stesso avviso Bjarni Már Magnússon, professore alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bifröst. In molti articoli sottolinea il cambiamento dell’ordine mondiale e la necessità per l’Islanda di occuparsi di più della propria sicurezza. Anche lui sostiene che serva un esercito e forse perfino introdurre il servizio di leva obbligatorio, seguendo l’esempio di altri stati nordici. Propone inoltre d’istituire un’agenzia apposita per difendere l’isola da attacchi informatici, azioni terroristiche e operazioni di disinformazione. E, infine, di sviluppare una propria industria della difesa.

Si tratta, tuttavia, di voci isolate: il governo non sta prendendo in considerazione una svolta radicale nella politica di sicurezza. “Non credo che vedrò mai un esercito islandese nella mia vita”, ha affermato di recente la prima ministra Kristrún Frostadóttir. Per lei l’Islanda dovrebbe fare affidamento sulla diplomazia, sulla cooperazione con gli alleati e sul suo ruolo attuale: quello di snodo strategico nell’Atlantico. I generale gli islandesi non sembrano disposti a cambiare idea e rimangono fedeli al loro tradizionale pacifismo. In un sondaggio condotto nella primavera del 2025, il 72 per cento degli intervistati si è detto contrario alla creazione di un esercito nazionale, mentre solo il 14 per cento era favorevole e altrettanti restano neutrali sull’argomento.

Uno snodo strategico

Piotr Szymański, esperto di difesa del Centro studi orientali di Varsavia, non ne è sorpreso. “Non mi aspetterei un grande dibattito in Islanda sulla creazione di forze armate. Ci sono diverse ragioni, tra cui la posizione geografica e la scarsa popolazione. Attualmente quello che gli islandesi hanno sembra bastargli. Sorvegliano le loro acque territoriali e monitorano lo spazio aereo”.

La guardia costiera dispone di alcune navi, un aereo e pochi elicotteri. L’Islanda ha anche un sistema radar che fa parte di quello della Nato.

“Periodicamente sui mezzi d’informazione compare la richiesta di investire di più nella sicurezza informatica. E anche della necessità di proteggere meglio i cavi sottomarini di telecomunicazione. Ma questo rientra in un eventuale potenziamento della guardia costiera, non comporta la creazione di un esercito”, aggiunge Szymański. Gli islandesi potrebbero pensare che la posizione della loro isola, lontana dai conflitti globali, garantisca loro la sicurezza. Tuttavia, è proprio la posizione dell’Islanda ad aumentarne oggi l’importanza geopolitica.

Non è una dinamica nuova. Durante la seconda guerra mondiale l’Islanda era neutrale, eppure nel 1940 i britannici ci sbarcarono. Il Regno Unito, isolato e dipendente dalle forniture di carburante e di generi alimentari provenienti dagli Stati Uniti (all’epoca ancora neutrali), voleva garantirsi il controllo dell’Atlantico del Nord, dove transitavano i convogli americani. Occupò preventivamente l’Islanda per impedire che lo facessero i tedeschi (per lo stesso motivo occupò anche le isole Fær Øer ).

Nel 1941 i soldati britannici furono sostituiti da quelli statunitensi. “Ci si aspettava che, a guerra finita, gli americani si sarebbero ritirati, ma dalla seconda guerra mondiale passammo rapidamente alla guerra fredda”, dice Szymański. Le forze statunitensi sono rimaste sull’isola fino al 2006, nella base di Keflavík. Il loro compito consisteva nel sorvegliare il cosiddetto varco di Giuk, ovvero la rotta che porta dal mare di Norvegia e dal mare del Nord all’oceano Atlantico (l’acronimo deriva dai nomi di Groenlandia, Islanda e Regno Unito). L’importanza di queste vie marittime non è affatto diminuita con il tempo e la loro sorveglianza resta il compito più importante svolto dagli islandesi all’interno della Nato.

Anche se la base di Keflavík è stata chiusa dagli statunitensi, sull’isola continua a operare un aeroporto militare. Un centro di controllo e segnalazione trasmette i dati alla base in Germania: rientra nel sistema di difesa aerea della Nato, ed è gestito dalla guardia costiera islandese. A Keflavík sono inoltre di stanza aerei degli alleati, inviati nell’ambito di operazioni periodiche chiamate Icelandic air policing. La base è anche un punto di partenza per gli aerei da pattugliamento e una tappa per i voli transatlantici della Nato.

I guardiani del nord

L’Islanda fa parte della Nato dalla sua fondazione, nel 1949. Oltre all’alleanza atlantica, il secondo pilastro della politica di sicurezza islandese è l’accordo bilaterale con gli Stati Uniti del 1951 (aggiornato nel 2016).

“Quando sono state prese queste decisioni, sia sull’adesione alla Nato sia sulla presenza dei soldati alleati, si trattava di questioni molto polarizzanti. E lo sono ancora oggi”, afferma Szymański.

“Gli islandesi si considerano una comunità pacifica che non entra nella competizione internazionale”. Tuttavia, grazie alla vicinanza linguistica – nelle scuole si studia il danese – possono arruolarsi nell’esercito danese o in quello norvegese. Proprio in Norvegia ha prestato servizio per sette anni il cofondatore del movimento Guardiani dell’Islanda Arnór Sigurjónsson, che ha partecipato a missioni di pace nel sud del Libano.

In difesa
Spese militari in alcuni paesi europei, 2024 (Sipri)

L’Islanda è anche presente in diverse iniziative dell’alleanza. “Adesso ha annunciato che si unirà alla nuova forza di combattimento nella Lapponia finlandese. Del resto, tutti i paesi nordici vogliono partecipare”, dice Szymański. Ma in cosa consiste questa partecipazione, visto che Reykjavík non ha un esercito? Secondo Szymański “può, per esempio, inviare dei civili specialisti in comunicazione strategica. Può essere anche una sola persona, ma così vuole mostrare la sua solidarietà all’alleanza e far sventolare la bandiera islandese”.

“Il contributo dell’Islanda alla Nato è dato anche dal suo ruolo logistico per il trasferimento delle truppe dal Nordamerica alla Scandinavia, sul fianco settentrionale dell’Alleanza”, aggiunge Szymański. “È una cosa importante, più di quanto avrebbe potuto esserlo, per esempio, l’istituzione di una limitata forza aerea islandese, che non avrebbe cambiato la posizione della Nato nell’Artico”.

A proposito del passaggio dei soldati statunitensi nel paese, uno degli episodi più curiosi, rimasto negli annali della storia dell’isola, riguarda le esercitazioni Nato Trident juncture del 2018, quando i militari americani fecero tappa a Reykjavík.

Quasi settemila soldati e marinai bevvero tutta la birra disponibile nella capitale islandese. Soddisfatti ma anche esasperati, i proprietari dei bar dichiararono di non aver mai vissuto niente di simile. Il birrificio locale lavorò senza sosta per garantire le forniture di birra.

In un sondaggio condotto nel luglio 2025, l’81 per cento degli islandesi ha ammesso di temere un intensificarsi dei conflitti mondiali nei prossimi anni. Tuttavia, non sentiva il bisogno di una nuova strategia di sicurezza nazionale per questo motivo.

“Per cambiare idea dovrebbero pensare, per esempio, a uno sbarco russo come una minaccia reale, cosa poco probabile. Possono però discutere di un ampliamento della guardia costiera, di investimenti, di modernizzazione e dell’acquisto di nuove navi”, valuta Szymański.

“Gli islandesi hanno una mappa dei rischi diversa dalla nostra. Potrebbero considerare il cambiamento climatico una minaccia maggiore rispetto al rischio di un’aggressione convenzionale all’isola”, aggiunge l’analista. Questo non significa che non siano preoccupati, soprattutto per le azioni di Donald Trump e la sua pressione sulla Groenlandia.

La mappa dei nuovi rischi

Qualcosa però sta cambiando: entro il 2027 gli islandesi vogliono indire un referendum sulla ripresa dei negoziati per entrare nell’Unione europea, attualmente sospesi.

“Qualche tempo fa sarebbe stato impensabile, a causa dei dissidi sulla questione della pesca”, afferma Szymański. “E ci si può chiedere fino a che punto l’adesione all’Unione verrebbe vista come un investimento nella sicurezza. Intesa in senso lato, non solo militare”.

Per quanto riguarda i rischi legati al cambiamento climatico, recentemente il Consiglio di sicurezza islandese ha affrontato per la prima volta la questione, riconoscendolo come una minaccia esistenziale per il paese. Si tratta del possibile collasso del sistema delle correnti oceaniche nell’Atlantico. Se dovesse verificarsi, ci sarebbe un abbassamento estremo delle temperature invernali nell’Europa settentrionale e un innalzamento del livello dei mari. Potrebbe succedere verso la fine di questo secolo e per l’Islanda le conseguenze sarebbero catastrofiche in ogni sfera della vita: trasporti, pesca, accesso ai generi alimentari, infrastrutture.

“Sappiamo che oggi il clima può cambiare in modo così drastico che potremmo non riuscire ad adattarci. In breve, non si tratta solo di una questione scientifica, ma di una questione di sopravvivenza e di sicurezza nazionale”, ha affermato il ministro dell’ambiente islandese Jóhann Páll Jóhannsson. ◆ sb

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati