Forse qualcuno pensava che la Cina fosse al di sopra di certi comportamenti. D’altronde è la stessa Cina che impressiona con i suoi robot capaci di correre più veloci di Usain Bolt e che stupisce con la sua industria, la seconda al mondo e l’unica rivale di quella statunitense.

Ma nella Cina di Xi Jinping i vecchi riflessi sono duri a morire. Il 25 agosto Gao Zhen, artista cinese di settant’anni che è stato uno dei punti di riferimento dell’arte contemporanea pechinese, è stato condannato a tre anni di carcere al termine di un processo segreto.

Il suo crimine? Oltraggio agli eroi e ai martiri della rivoluzione cinese. L’aspetto più stravagante di questa vicenda è che Gao Zhen è stato condannato in base a una legge introdotta nel 2018, ma per opere che aveva realizzato in precedenza. In uno stato di diritto questo genere di retroattività non esiste. In Cina, evidentemente, la situazione è diversa.

Per anni Gao Zhen ha vissuto a New York, negli Stati Uniti, ma nell’estate 2024 era stato arrestato mentre si trovava in Cina per fare visita alla madre. Da allora è detenuto come un criminale, in alcuni momenti perfino in isolamento totale.

Insieme al fratello Qiang, l’artista formava un duo conosciuto come Gao brothers. I due erano stati stelle emergenti dell’arte negli anni novanta e duemila, in una scena spesso provocatoria che prendeva di mira i simboli di una Cina maoista che sembrava un brutto ricordo, sostituita da una società dei consumi molto meno ideologica.

Le opere dei fratelli Gao all’origine della condanna sono il riflesso di quell’epoca: un busto gigante e laccato di Mao con due enormi seni rossi, un Mao in ginocchio come un penitente e una scultura in cui alcuni soldati, tutti con il volto di Mao, sparano contro Gesù Cristo, dove è possibile leggere un riferimento al massacro di piazza Tiananmen.

All’inizio degli anni duemila queste provocazioni artistiche erano più o meno accettate, ma dopo l’avvento al potere di Xi Jinping e il ritorno in forze dell’ideologia del Partito comunista cinese sono diventate molto rischiose. E così Gao Zhen paga per crimini che non erano crimini nel momento in cui li ha commessi.

La linea indicata da Xi è chiara: lo sviluppo economico e l’affermazione della potenza cinese non prevedono la minima concessione ideologica. Negli anni duemila molti si illudevano che la crescita economica avrebbe comportato inevitabilmente la liberalizzazione del sistema cinese. Era, appunto, un’illusione.

In quel periodo gli occidentali reagivano alla minima violazione dei diritti umani in Cina, nella speranza di spingere Pechino a rinunciare alle persecuzioni come quella di cui è stato vittima Gao Zhen. Ma era un’altra epoca. Oggi il rapporto di forze è cambiato e la Cina non tollera più questo genere di critiche. Il fatto che alla Casa Bianca ci sia un presidente statunitense che non ha la minima intenzione di sollevare un polverone sui diritti umani sicuramente aiuta.

Il 25 agosto le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno espresso la loro incredulità dopo la condanna di Gao Zhen, che prima di essere rilasciato dovrà scontare ancora un anno di carcere. In molti hanno sottolineato che “l’arte non è un crimine”. A quanto pare, nella seconda potenza mondiale lo è eccome.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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