In passato Donald Trump ha promesso più volte di “cancellare la civiltà iraniana dalla faccia della terra” e di scatenare una “guerra totale” che avrebbe ridotto l’Iran in polvere. Alla fine, però, non è successo mai niente di tutto questo, e ora la strategia militare statunitense in Iran è in un vicolo cieco. L’intesa firmata a giugno nello sfarzo di Versailles non è stata minimamente rispettata.

Oggi, mentre il presidente statunitense promette su Truth, in caratteri maiuscoli, “l’offensiva economica più devastante mai lanciata contro un paese”, il Wall Street Journal (tutt’altro che ostile a Trump) riconosce che esiste un “problema di credibilità”.

Il 24 agosto la campagna contro l’Iran è stata annunciata in pompa magna dal segretario al tesoro Scott Bessent, che ha promesso la “battaglia finale”. La differenza tra le sanzioni attuate finora e le nuove misure previste da Washington è che gli Stati Uniti hanno vietato al resto del mondo di intrattenere qualsiasi rapporto economico o finanziario con Teheran. In questo senso, quello statunitense è un atto unilaterale che pretende di essere anche universale.

Esiste un precedente. Nel 2018, quando Trump aveva cancellato l’accordo sul nucleare con l’Iran, aveva minacciato i paesi occidentali che avevano ripreso i rapporti con l’Iran. La Peugeot, la Total e la Air France (per citare solo alcune aziende francesi) avevano preferito lasciare il paese piuttosto che rischiare ripercussioni sul mercato statunitense. Gli europei avevano tentato invano di creare un sistema di scambio diretto con Teheran, che però non ha mai funzionato.

Probabilmente Trump ha ancora la forza per costringere i governi e le aziende occidentali a rispettare il suo volere, ma in Iran dovrà affrontare una sfida ben più insidiosa: la Cina. Pechino, infatti, è un partner cruciale di Teheran, da cui durante la guerra ha comprato il 90 per cento del petrolio, facendo entrare il paese nella sua rete d’influenza, a cominciare dall’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, una struttura di sicurezza regionale.

La Cina non può accettare di sottomettersi alle sanzioni statunitensi contro l’Iran, perché in ballo c’è il suo status di superpotenza. Davvero Trump intende rischiare il fragile equilibrio sino-americano sanzionando le aziende cinesi che continueranno a lavorare con Teheran? A poche settimane da una visita di Xi Jinping a Washington, è difficile immaginare un’evoluzione di questo tipo, soprattutto considerando che Pechino ha sempre a disposizione l’arma delle restrizioni sulle terre rare, che già in passato ha dissuaso gli Stati Uniti.

La campagna economica riuscirà a destabilizzare l’Iran? Anche in questo caso, Trump sottovaluta l’avversario. L’Iran convive con le sanzioni da decenni ed è il paese più sanzionato al mondo insieme alla Corea del Nord. Anche se ha perso lo snodo strategico di Dubai, da cui passavano le sue operazioni finanziarie, il regime è comunque in grado di aggirare i divieti.

Teheran, infatti, può contare sulle frontiere terrestri con diversi paesi, tra cui Turchia e Pakistan, mentre il mar Caspio collega il paese con la Russia: sono tutte rotte che rischiano di sfuggire al controllo statunitense.

Infine, l’Iran ha un’ulteriore risorsa: i suoi leader, che appartengono all’ala più dura dei Guardiani della rivoluzione, sanno che Trump non può riprendere la guerra, per mancanza di missili, perché l’opinione pubblica si oppone e perché le elezioni di metà mandato sono imminenti.

Per questo il governo iraniano può essere tentato di riprendere il lancio di missili contro i paesi della regione alleati di Washington, come gli Emirati Arabi Uniti. In questa escalation senza fine tra statunitensi e iraniani, ognuno è sicuro che l’altro stia bluffando. È la ricetta ideale per una catastrofe.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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