Bisognerà abituarsi. Nonostante tutti i protocolli d’intesa e i negoziati, il Medio Oriente sembra essere entrato in una fase di pericolosa oscillazione tra guerra e pace. Quello che sta succedendo da due giorni tra Iran e Stati Uniti ne è la prova: non siamo davanti a una ripresa della guerra, ma non si può parlare di un vero cessate il fuoco.

La stessa realtà si ritrova sui tre fronti di conflitto degli ultimi anni: Gaza, il Libano e il golfo Persico. Niente è risolto, sia perché i paesi coinvolti non vogliono (o non possono) fare concessioni sia perché si tratta di situazioni molto complesse che hanno bisogno di tempo per evolversi.

In questo contesto non possiamo dimenticare che i tre protagonisti – Stati Uniti, Israele e Iran – hanno strategie, vincoli (anche elettorali, per gli statunitensi e gli israeliani) e interessi diametralmente opposti.

A complicare la situazione c’è anche la diversa percezione della realtà: gli iraniani sentono di aver vinto la battaglia sul piano politico, gli statunitensi si proclamano vincitori ma vogliono soprattutto limitare i danni e gli israeliani sono furiosi perché non hanno avuto la possibilità di andare fino in fondo.

Tutto questo spiega le nuove violenze nel Golfo. Al momento l’Iran vuole sfruttare il proprio vantaggio dopo la firma del protocollo d’intesa con gli Stati Uniti, ritenendo che il testo, pieno di ambiguità, gli dia il controllo dello stretto di Hormuz durante i sessanta giorni di trattative per raggiungere un accordo definitivo. Per questo motivo, il 27 giugno Teheran ha attaccato una nave che passava troppo vicina alle coste del sultanato dell’Oman, riaffermando le proprie prerogative. Gli americani hanno risposto.

I leader iraniani sanno (o sono convinti) che Donald Trump non ha nessuna intenzione di riprendere la guerra dopo essere riuscito a far calare il prezzo del petrolio, l’unica cosa che gli interessa davvero alla vigilia delle elezioni di metà mandato di novembre. Nel fine settimana Trump ha minacciato per l’ennesima volta di spazzare via l’Iran, ma ormai nessuno lo ascolta. Per questo gli iraniani mettono alla prova gli statunitensi, anche a costo di subire sporadici bombardamenti.

L’incoerenza di Washington

La stessa situazione sospesa tra guerra e pace è in Libano, nonostante l’accordo tra il governo di Beirut e Israele. L’intesa, arrivata per intercessione degli Stati Uniti, sarà difficile da applicare. Ha suscitato, infatti, una profonda divisione tra i libanesi: da una parte chi nutre la speranza di risolvere la questione di Hezbollah e delle sue armi; dall’altra chi ritiene l’accordo troppo favorevole allo stato ebraico, che resterà nella zona di occupazione del sud del paese fino a quando Hezbollah non sarà disarmato. Il problema è che nessuno, finora, è riuscito a far deporre le armi all’organizzazione sciita. Il rischio di una guerra civile potrebbe far saltare tutto per l’ennesima volta, soprattutto con un Iran politicamente forte.

Il terzo fronte, quello della Striscia di Gaza, è in stallo da quando è stato imposto il cessate il fuoco, nove mesi fa. A Gaza non si muove niente, mentre la popolazione vive in condizioni indegne e mille palestinesi sono già stati uccisi da quando è cominciata la presunta tregua. Per non parlare delle violenze sfrenate dei coloni in Cisgiordania.

Il principale problema di questo dopoguerra mediorientale è l’incoerenza degli Stati Uniti, troppo schierati per fare da mediatori e troppo ciechi per cogliere la posta in gioco nella regione. Probabilmente non cambierà nulla fino quando non si sapranno i risultati delle elezioni israeliane e di quelle statunitensi. La sospensione tra guerra e pace è ormai la nuova normalità in una regione del tutto destabilizzata.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it