Un articolo del quotidiano francofono L’Orient-Le Jour esprime perfettamente lo stupore di molti libanesi dopo i primi negoziati statunitensi-iraniani. “Da qualche giorno un profumo di sconfitta aleggia sul Libano”, scrive Rita Sassine a proposito dei manifesti giganti che ringraziano “l’Iran fedele”, dei ritratti della nuova guida iraniana Mojtaba Khamenei apparsi sulla strada che porta all’aeroporto di Beirut e “delle speculazioni su un presunto abbandono del Libano deciso a Washington”.
In occasione del loro incontro in Svizzera, gli statunitensi hanno effettivamente concesso agli iraniani una vittoria simbolica, creando un comitato di “risoluzione dei conflitti” incaricato di supervisionare il cessate il fuoco in Libano, di cui farà parte l’Iran ma non lo stato libanese né Israele. Il cessate il fuoco del 2024 prevedeva un comitato che includeva Israele, Libano, Stati Uniti e Francia. La presenza dell’Iran in questo nuovo formato è dunque particolarmente significativa, come l’esclusione della Francia.
In Libano la notizia ha avuto un effetto sconvolgente tra le forze che speravano nella riduzione dell’influenza di Hezbollah e che ora vedono l’Iran passare dal ruolo di padrino dell’organizzazione sciita a quello di garante del cessate il fuoco. Lo sconcerto è grande anche in Israele, dove al governo è stato imposto di fermare la sua offensiva militare anche se per ora Tel Aviv non intende lasciare il sud del Libano occupato.
Nella fretta di uscire dal pantano iraniano e ristabilire la circolazione lungo lo stretto di Hormuz, il presidente statunitense Donald Trump ha ceduto alle pretese iraniane. Teheran ha agito con grande abilità per vincolare la guerra sul suo territorio a quella in Libano, presentandosi come una forza impegnata a ridurre la tensione, mentre in precedenza era accusato di aver alimentato il conflitto attraverso i suoi proxy (agenti per procura), come Hezbollah.
Equazione complessa
Intanto il Libano porta avanti il negoziato diretto con Israele a Washington, ma a questo punto nessuno crede che il governo di Beirut possa essere nella posizione di disarmare Hezbollah, in un momento in cui l’Iran appare il grande vincitore diplomatico dell’uscita dalla crisi e gestisce la situazione in Libano. Per il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam si tratta evidentemente di una sconfitta.
Se mai fosse possibile, l’equazione libanese è diventata ancora più complessa. A marzo, riprendendo i lanci di razzi contro Israele dopo l’uccisione di Ali Khamenei in Iran, Hezbollah aveva attirato su di sé la rabbia di molti libanesi che speravano di essere risparmiati da questa nuova guerra.
In quel momento il governo libanese aveva preso provvedimenti contro l’Iran, espellendo i guardiani della rivoluzione presenti sul suo territorio e l’ambasciatore iraniano, che però si era rifiutato di lasciare il Libano. Beirut aveva inoltre ordinato il disarmo di Hezbollah, un’altra decisione rimasta lettera morta.
Oggi tutto questo sembra irrilevante davanti al ruolo dell’Iran nella supervisione del cessate il fuoco. Tra un Iran rafforzato, Israele in collera e gli Stati Uniti che hanno fretta di concludere, il Libano ha più di una ragione di sentirsi abbandonato. Per il governo di Beirut sarà molto difficile recuperare un margine di manovra, nonostante il sostegno marginale degli europei.
Rita Sassine, la giornalista che ha firmato l’articolo di L’Orient-Le Jour, si rifiuta di gettare la spugna e chiede di portare avanti la lotta per rafforzare lo stato libanese, che però continua a fare passi indietro. Nel contesto del fiasco statunitense questa aspirazione è diventata ancora più complicata.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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