A chi bisogna credere? Al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha chiesto “massimo ritegno”, “dialogo” e “attenzione alle rivendicazioni del popolo”? O alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che denuncia “la mano del nemico” dietro i manifestanti e i loro slogan contro l’Iran e l’islam?
La struttura del potere nel paese insegna che è la guida suprema a dettare il tono, anche perché comanda i Guardiani della rivoluzione islamica, incaricati della repressione. Il 9 gennaio, dodici giorni dopo l’inizio delle manifestazioni che hanno coinvolto buona parte del paese, il bilancio è di 45 morti, secondo un’ong per la difesa dei diritti umani. Non siamo ancora arrivati alle centinaia di vittime delle rivolte precedenti, ma le cifre continuano a salire.
Fatto ancora più inquietante, le autorità del paese bloccano sempre di più l’accesso a internet, una mossa che potrebbe precedere un inasprimento della repressione. Il potere vuole impedire la circolazione di informazioni in grado di alimentare il contagio della protesta da una regione all’altra.
Il regime è davvero minacciato? Questo interrogativo si ripresenta ogni volta che in Iran emerge un movimento di protesta forte. Le manifestazioni riusciranno a far cadere il regime dei mullah, al potere da quattro decenni?
La protesta in corso è la sesta o la settima dal 2017. Ognuna ha avuto le sue specificità ed è stata scatenata da diversi fattori. Ma in ogni occasione le rivendicazioni sono diventate rapidamente politiche, mettendo in discussione la natura del regime, i suoi fallimenti e la sua incapacità di riformarsi dopo diverse illusioni.
Stavolta ci sono tre elementi nuovi: prima di tutto la portata della crisi economica, che spinge in piazza i commercianti dei bazar insieme alla classe media impoverita. Il crollo della moneta iraniana rende la vita quotidiana un inferno. Il governo ha appena assegnato ai più poveri un piccolo sussidio, che però non risolve niente.
Anche il contesto è totalmente inedito, a partire dall’indebolimento del regime dopo le guerre regionali con Israele successive all’attacco del 7 ottobre 2023 condotto da Hamas. Lo scorso giugno l’Iran ha subìto bombardamenti israeliani e statunitensi. Il governo è ancora in piedi, ma indebolito e amputato del suo “asse di resistenza”.
Il terzo elemento da considerare sono i fatti accaduti in Venezuela, con la cattura del presidente Nicolás Maduro (alleato dell’Iran) da parte dell’esercito statunitense. Donald Trump ha detto che si “occuperà” anche dell’Iran in caso nel paese si verifichi una repressione sanguinaria. È la prima volta che un presidente statunitense si riferisce alla situazione interna del paese per minacciare un’azione contro il regime di Teheran.
Le conseguenze di tutto questo sono imprevedibili. Gli iraniani sono divisi tra chi spera in un intervento dall’estero perché stremato dai fallimenti e dallo spargimento di sangue e chi è ferocemente contrario e pensa che uno scenario simile farebbe il gioco del regime. Le stesse divisioni si ritrovano all’interno di un’opposizione frammentata. In ogni caso chi spera in un aiuto dall’esterno non può dimenticare che in Venezuela Trump non ha certo agito in nome della democrazia, e tra l’altro ha lasciato in carica il regime decapitato.
Per tutti questi motivi la rivolta iraniana è piena di incertezze. L’unico elemento incontestabile è il coraggio di un popolo che non smette di provare ad abbattere le mura che lo imprigionano, nella speranza che un giorno, finalmente, possano cedere.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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