Il 23 febbraio è stato arrestato Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della polizia accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel quartiere di Rogoredo, a Milano. Cinturrino avrebbe sparato mentre l’uomo era disarmato, mettendogli poi accanto al corpo una pistola a salve quando era già a terra agonizzante. L’agente aveva raccontato di avere aperto il fuoco, perché Mansouri gli aveva puntato contro un’arma, ma la ricostruzione era apparsa poco credibile fin dall’inizio.
A difesa dell’agente si era subito schierato il vicepresidente del consiglio e ministro dei trasporti Matteo Salvini, invocando lo scudo penale previsto dal secondo decreto sicurezza. “Io sto con l’agente senza se e senza ma”, aveva detto Salvini, che in seguito ha ridimensionato la sua posizione dicendo: “Se qualcuno sbaglia, va accertato”.
La procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati anche altri quattro agenti, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso per aver coperto il collega e sostenuto la sua ricostruzione.
Dall’indagine infatti stanno emergendo degli elementi che mostrano uno scenario molto diverso da quello raccontato dall’agente: il primo è che il colpo mortale aveva raggiunto Mansouri in una zona laterale del cranio e non nell’area frontale. Questo fa pensare, come avevano detto i suoi avvocati fin dal principio, che il ragazzo stesse scappando quando è stato ucciso.
Cinturrino inoltre non avrebbe dovuto partecipare a quell’operazione, ed era in tutt’altra zona di Milano quando un gruppo di suoi colleghi ha avviato una retata antidroga. Secondo quanto riportato da Mario Di Vito sul manifesto, l’agente si trovava a piazzale Corvetto quando verso le 17 ha saputo dell’operazione in corso al cosiddetto boschetto di via Impastato. Ha deciso di raggiungere i colleghi, perché l’operazione non stava andando bene. Parcheggiata l’auto, ha trovato sei colleghi (due in divisa e quattro in borghese) insieme a un uomo arrestato per spaccio. Poi ha deciso di andare a “fare un giro” nel boschetto.
Molti dubbi
Ma le testimonianze raccolte dagli inquirenti aggiungono altri elementi: Cinturrino avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga ai pusher della zona, tra cui Abderrahim Mansouri, soprannominato “Zack”. Alcuni conoscenti della vittima, ora ascoltati nell’indagine, hanno riferito che le richieste sarebbero state di duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Mansouri, stando ai racconti, avrebbe confidato a più persone di avere rifiutato quelle pretese e, da quel momento, avrebbe cominciato ad avere paura del poliziotto.
Sulla pistola a salve trovata accanto al suo corpo non sono state trovate le impronte digitali della vittima, ma tracce di materiale biologico di due persone diverse. Questo farebbe pensare che l’arma sia stata messa lì in un secondo momento.
C’è poi un altro punto decisivo: i soccorsi sono stati chiamati in ritardo, 23 minuti dopo la sparatoria, anche se Mansouri non era morto subito ed era a terra in fin di vita. Il ritardo è emerso da “elementi oggettivi” come l’analisi del traffico sul telefono della vittima e dei poliziotti e lo studio dei video delle telecamere di sicurezza presenti nella zona. Mansouri stava parlando al telefono quando è stato colpito. Qualcuno lo aveva avvisato dell’arrivo della polizia, poi lo aveva contattato di nuovo per sapere se era riuscito a scappare. Chi era al telefono quindi ha sentito l’esplosione del colpo e la caduta di Mansouri.
Infine ci sono altri due elementi che aiutano a comprendere meglio i meccanismi che regolano una delle piazze di spaccio più grandi d’Italia. Nel 2024 Cinturrino era stato protagonista di un altro episodio in cui aveva scritto un verbale con informazioni false, in quel caso sull’arresto per spaccio di un uomo di origine tunisina.
Un giudice aveva assolto il presunto spacciatore, giudicando di “scarsa attendibilità” la testimonianza del poliziotto, smentita da un video in cui lo si vedeva mettere delle banconote nel portafoglio del presunto spacciatore. Alla fine del processo il giudice aveva trasmesso gli atti alla procura di Milano chiedendo di valutare “eventuali condotte penalmente rilevanti nei confronti del poliziotto che ha redatto il verbale di arresto e la successiva relazione”.
Nel gennaio del 2026 infine era arrivata alla procura un’informativa in cui si parlava di un appartamento a Corvetto in cui si spacciava grazie alla copertura di un agente, un certo “Carmelo”, che conosceva l’alloggio ed era in contatto con la portinaia dello stabile e che inoltre aveva chiesto dei soldi a un pusher marocchino per lasciarlo spacciare nella zona.
Subito dopo l’omicidio di Mansouri, sia il ministro dell’interno Matteo Piantedosi sia la presidente del consiglio Giorgia Meloni avevano usato il caso per parlare della necessità di inserire nel decreto sicurezza un articolo che permette di non iscrivere nel registro degli indagati gli agenti accusati di un reato, se commesso per legittima difesa. Ora Piantedosi è stato costretto a ritrattare: “Sono compiaciuto che la polizia di stato sia in grado di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà”.
Il decreto sicurezza approvato il 5 febbraio non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Fonti vicine al governo hanno fatto sapere che mancherebbero le coperture finanziarie, ma sembra invece che siano state sollevate delle questioni di costituzionalità soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto blocco navale e il fermo preventivo di dodici ore.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.
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