Quello che era cominciato come uno sciopero dei commercianti di Teheran si è rapidamente allargato, scatenando proteste in tutto l’Iran e scontri mortali con le forze di sicurezza. Dal 28 dicembre gli iraniani sono scesi in piazza in più di trenta città trasformando una protesta nata per motivi economici in una rivolta politica. Almeno 27 persone sono state uccise (dati aggiornati al 7 gennaio).

Gli scioperi sono cominciati nel Gran bazar di Teheran, storico punto nevralgico della città, dove i commercianti sono stati a lungo sostenitori delle istituzioni religiose e delle autorità al potere. La protesta è stata innescata dalle brusche oscillazioni del valore del rial e dall’instabilità dei tassi di cambio. Da mesi la valuta iraniana continua a deprezzarsi nei confronti del dollaro, facendo aumentare l’inflazione e i prezzi. Il 28 dicembre un dollaro era scambiato sul mercato a circa 1,45 milioni di rial. Quando i negozi hanno chiuso, i tabelloni elettronici che di solito mostrano i tassi di cambio sono stati spenti. Gli operatori hanno detto ai clienti: “Oggi non cambiamo denaro”.

I fattori dell’instabilità

Il tasso di cambio del dollaro è un indicatore chiave della salute economica dell’Iran, dove il crollo del rial è diventato parte integrante della vita quotidiana. Gli analisti considerano le sanzioni statunitensi sulle esportazioni iraniane di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, le restrizioni bancarie internazionali e la corruzione capillare come le principali cause della crisi. La caduta del rial è diventata più rapida dopo l’attacco israeliano contro l’Iran del giugno 2025, a cui sono seguiti i bombardamenti statunitensi sui siti nucleari.

Altri due fattori hanno svolto un ruolo fondamentale: l’aumento del prezzo della benzina e la pubblicazione del bilancio del prossimo anno fiscale. Il prezzo dei carburanti in Iran è tra i più bassi al mondo. Il governo fornisce a ogni cittadino 60 litri al mese per 15mila rial al litro, un prezzo stabilito nel novembre 2019 dopo le proteste contro il rialzo dei prezzi dei carburanti in cui 321 manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza. Per evitare disordini le autorità hanno mantenuto fissi i prezzi nonostante le pressioni economiche. A dicembre tuttavia è stata introdotta una nuova fascia di prezzo per chi consuma quantità superiori a 160 litri al mese, che ora deve pagare cinquantamila rial al litro. Il governo ha anche svelato la nuova manovra di bilancio, che propone tasse più alte per i titolari di imprese, i commercianti e le grandi aziende, prevedendo entrate più basse dalle vendite di petrolio e gas, sottoposte a sanzioni. Questo ha alimentato i timori che lo stato avrebbe avuto difficoltà a fornire valuta estera sufficiente per il commercio.

Gli scioperi nel Gran bazar di Teheran non sono una novità. I commercianti – uno dei gruppi economici più influenti del paese – da sempre usano la chiusura delle loro attività per avanzare rivendicazioni, spesso costringendo il governo a negoziare. Negli stretti corridoi del bazar il vero potere va al di là del semplice commercio al dettaglio. Spesso nei suoi uffici sono negoziati affari riservati da milioni di dollari.

La tradizione di chiudere le attività del bazar risale all’inizio del novecento. Durante la Rivoluzione costituzionale (1905-1911) gli scioperi a Teheran diventarono un’importante fonte di sostegno per le forze rivoluzionarie, spesso schierate con i leader religiosi. Nel 1963 i commercianti del bazar si unirono alle proteste contro la dittatura dello scià. La loro alleanza con le autorità religiose si consolidò durante la rivoluzione islamica del 1979, facendogli acquisire una notevole influenza politica nell’Iran post-rivoluzionario.

Consapevole del peso economico e politico del bazar di Teheran, il governo ha reagito subito, incontrando personalità di spicco del commercio e dell’imprenditoria. Per placare i commercianti, ha offerto sgravi fiscali, una sospensione delle tasse e l’accesso calmierato alla valuta estera per le importazioni. Il 30 dicembre Mohammad Reza Farzin si è dimesso da governatore della Banca centrale d’Iran, un incarico che ricopriva dal dicembre 2022 dopo che il suo predecessore si era fatto da parte a causa del drastico ribasso del rial. Il nuovo governatore ha promesso di stabilizzare il mercato delle valute estere. Per impedire l’allargamento dello sciopero il governo ha anche chiuso uffici statali e centri commerciali a Teheran, con il pretesto del maltempo. Nella capitale e in altre città le università hanno spostato le lezioni online. Questa misura punta a impedire la diffusione delle proteste nei campus, storicamente una forza determinante nei movimenti antigovernativi.

Grande resistenza

Ma nonostante le precauzioni, le proteste si sono rapidamente diffuse oltre Teheran. Questa mobilitazione ricorda le manifestazioni del 2022 provocate dalla morte di Mahsa Jina Amini mentre era sotto la custodia della polizia. In passato Teheran è stata spesso il centro principale delle proteste e della loro repressione, come è successo nel 1999, nel 2009 e nel 2017. Questa volta, tuttavia, le manifestazioni si concentrano in città più piccole fuori dalla capitale. In particolare sono coinvolte le regioni occidentali e sudoccidentali, abitate dalle minoranze curda, luri, araba e turca. Nelle città principali sono schierate le forze antisommossa e nelle strade sono di nuovo comparsi i posti di blocco dei basij, una milizia di volontari interna ai Guardiani della rivoluzione islamica.

Le esperienze passate indicano che le autorità non esiteranno a usare la forza contro i manifestanti. Tuttavia, le proteste proseguono anche se aumentano le vittime. La situazione è stata ulteriormente complicata dai commenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha minacciato l’intervento di Washington in caso di violenze contro gli iraniani. I funzionari e i mezzi d’informazione filogovernativi hanno risposto accusando i manifestanti di agire come pedine degli Stati Uniti, un’affermazione che secondo alcuni potrebbe giustificare una repressione ancora più dura. Nonostante le tensioni, le proteste continuano in molte città e i manifestanti stanno dimostrando grande resistenza di fronte all’imponente schieramento delle forze di sicurezza. ◆ fdl

Questo articolo è firmato con lo pseudonimo Corrispondente di Middle East Eye, usato dai giornalisti che lavorano in zone pericolose per proteggere la loro identità e sicurezza.

I commenti
Le sofferenze degli iraniani

I giornali iraniani si sono divisi sull’atteggiamento da tenere nei confronti delle proteste: quelli conservatori vicini all’ayatollah Ali Khamenei minimizzano la loro portata e accusano il governo del presidente riformista Masoud Pezeshkian di essere troppo morbido e comprensivo; quelli moderati invece invitano le autorità ad ascoltare la voce della popolazione.

Il giornale ultraconservatore Kayhan incolpa il “piccolo gruppo di rivoltosi” di essere legati a Israele e critica il governo per avergli prestato troppa attenzione, affermando che perfino i sindacati si sono tirati indietro dopo aver scoperto che a manovrare le proteste nell’ombra era la potenza nemica di Teheran. Il riformista Ham-mihan invita invece ad abbassare i toni, commentando che le provocazioni non portano nessun beneficio e che disprezzare e ignorare i manifestanti non fa altro che spingerli verso la violenza. Anche per il giornale moderato Jomhouri Eslami screditare e diffamare chi scende in piazza è controproducente, mentre Pezeshkian dovrebbe tenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale: aumentare le libertà individuali e realizzare riforme “profonde e rapide” in campo sociale, politico ed economico.

Il sito Asr Iran condivide questo punto di vista, aggiungendo che un cambiamento in politica estera per migliorare le relazioni con l’occidente potrebbe “trasmettere il messaggio che la Repubblica islamica si è liberata dalla morsa degli estremisti e dei radicali e ascolta le aspirazioni della maggioranza”. In questo modo il paese potrebbe evitare di sprofondare nel caos, arginando i “costosi conflitti interni, che favoriscono l’ingerenza straniera”. Il giornale online giudica la situazione “pericolosa” per il governo, perché chi protesta “non ha più nulla da perdere”. Anche Jahanesanat commenta che “quando le persone sono allo stremo scendono in piazza” e critica il governo per aver dato poca attenzione ai segnali di sofferenza della popolazione, stremata dalle sanzioni e logorata dalle conseguenze degli attacchi compiuti a giugno da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, che il giornale economico definisce uno “stato né di guerra né di pace”. Negli ultimi anni, scrive ancora Jahanesanat, molti osservatori avevano avvertito del rischio di “una rivolta di massa”, ma non è servito a nulla. Ora le proteste per l’economia sono diventate “slogan politici” e questo indica la distanza tra il governo e la popolazione.

Lo conferma un editoriale di Shargh, uno dei più importanti quotidiani riformisti del paese, secondo il quale la posizione del governo “è apprezzabile ma del tutto insufficiente e tardiva”. Da questo governo ci si aspettava una “collaborazione più capillare” con i rappresentanti della società civile come i sindacati e le organizzazioni professionali. In un altro editoriale il giornale esorta il governo a trasformare questa “minaccia” in un’occasione per ripulire il sistema dalla corruzione endemica e liberarsi così dalle ingerenze di Stati Uniti e Israele, che soffiano sul fuoco delle proteste sperando che la crisi si approfondisca a vantaggio dei loro interessi.

I giornali della diaspora seguono con attenzione l’evoluzione delle proteste. Vari articoli le paragonano a quelle che hanno scosso il paese in passato. Secondo Radio Zamaneh, che ha sede nei Paesi Bassi, ci sono somiglianze con le manifestazioni scoppiate tra il 2019 e il 2020 a causa dell’aumento dei prezzi del carburante: “In entrambi i casi le radici della protesta sono da cercare nella corruzione e nell’inefficienza del governo, ma quelle attuali, meno capillari e più localizzate, sono espressione di una crisi strutturale e di un punto di non ritorno”. Iran Wire critica la repressione del regime, online e nelle strade, denunciando una “campagna d’intimidazione”.


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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati