Un gruppo di studenti si confronta prima del voto, in una simulazione dei lavori del senato all’Edward Kennedy institute di Boston, Stati Uniti, il 29 luglio 2025 (Ben Pennington, The Boston Globe/Getty Images)

Qualche giorno fa insegnanti, studenti, educatori e dirigenti scolastici della provincia veneta discutevano della rappresentanza a scuola e del coinvolgimento di ragazze e ragazzi nelle decisioni che li riguardano. Uno dei problemi sollevati dal gruppo era la mancanza di uno spazio capace di accogliere e stimolare questa partecipazione. Non ricordo se un professore o un preside a un certo punto ha detto: “Il bagno è il senato”. Gli altri hanno subito annuito, d’accordo con lui.

È chiaro che si può anche aspirare a qualcosa di meglio dei bagni per dare a chi frequenta la scuola un posto dove sviluppare idee, e per far arrivare poi quelle idee agli adulti. Si può perfino avere un senato vero. O comunque un ambiente che gli somiglia molto.

Alla fine di luglio 98 studenti delle superiori (soprattutto del terzo e del quarto anno) si sono incontrati a Boston, negli Stati Uniti, ospiti dell’Edward Kennedy institute, un edificio avveniristico di più di seimila metri quadrati che contiene la replica esatta del senato di Washington.

Erano lì, scelti dai dirigenti delle loro scuole in rappresentanza dei cinquanta stati del paese, con un compito: scrivere e votare una legge che regola l’uso dell’intelligenza artificiale (ia) a scuola, per ragazze e ragazzi, insegnanti, presidi e genitori.

Alla fine hanno messo insieme un testo e lo hanno chiamato Student first act, dove first è sia un modo per dichiarare “gli studenti prima di tutto” sia l’acronimo di fostering integrity and responsible systems in teaching (promuovere l’integrità e processi responsabili nell’insegnamento).

Negli Stati Uniti non esiste una politica nazionale sul tema “ia e scuola”: il congresso non è riuscito a produrre niente di concreto negli ultimi anni, quindi gli stati e le amministrazioni locali si stanno arrangiando da soli.

I due più grandi distretti scolastici del paese, New York e Los Angeles, hanno deciso di vietare l’ia in classe. Il 2 settembre il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha annunciato per quest’anno una messa al bando generalizzata, dalle scuole dell’infanzia alla secondaria di primo grado, con delle deroghe per le superiori; la misura riguarda quasi 600mila studenti, i due terzi del distretto. Poche ore dopo Los Angeles si è accodata, decidendo di bloccare l’accesso all’ia per tutte le classi (a giugno la città era già intervenuta sul tempo passato in classe davanti agli schermi).

Gli errori delle istituzioni

Lo Student first act di Boston non ha valore legale, ma tocca molti aspetti e va al sodo. È stato scritto con una determinazione che negli adulti sembra scarseggiare: nel corso del dibattito i ragazzi e le ragazze hanno insistito sul fatto che le istituzioni avevano mancato l’obiettivo con smartphone e social media, e non volevano che l’errore si ripetesse con l’ia.

Per comporre il testo, hanno lavorato come nel senato reale: sono state create sottocommissioni per ogni sezione (chiamate Studenti, Genitori, Insegnanti, Dirigenti); ci sono stati negoziati e interventi dei singoli; e alla fine il voto (82 a favore e 16 contrari). La legge si può consultare online, vi riassumo alcune parti.

Le regole per gli studenti: niente intelligenza artificiale per scrivere testi, mentre è ammessa per rivedere i compiti, raccogliere le idee e per lo studio, solo alle superiori; tuttavia i modi per revisionare i testi (senza l’aiuto dell’ia) dovrebbero essere appresi e soppesati prima delle superiori; chi impiega l’ia deve dichiararlo e dimostrare di aver imparato sottoponendosi a prove orali o a verifiche scritte a mano; i sospetti di un uso scorretto vanno verificati non solo da software antiplagio (definiti inaffidabili) ma anche da due funzionari scolastici.

Da quando si può insegnare l’intelligenza artificiale? La legge raccomanda di cominciare l’alfabetizzazione sull’ia appena arrivano i dispositivi in classe, senza indicare un’età precisa, e le lezioni non devono solo limitarsi a “come si usa”, ma occuparsi di disinformazione, plagio, pregiudizi nella progettazione, privacy, utilizzo accademico corretto, impatto ambientale.

I genitori: qui gli studenti hanno scelto di fare delle raccomandazioni invece di imporre regole. Al sito Npr hanno spiegato di aver tolto alle famiglie la possibilità di mettere il veto totale sull’intelligenza artificiale perché, dicono, “molti adulti non sanno nemmeno cosa sia l’ia”.

Chi paga? Discutendo delle aziende a cui affidarsi per i software e di corsi per insegnanti, ragazze e ragazzi si sono scontrati con le disuguaglianze nell’erogazione dei fondi. La loro proposta è fissare un contributo federale.

Il chatbot scolastico e le crisi personali: se una studente confida a un chatbot messo a disposizione dalla sua scuola una difficoltà personale, una crisi o una cosa delicata come il proprio orientamento sessuale, l’informazione deve restare privata o va segnalata? Dopo un dibattito acceso, si è stabilito che il chatbot non deve mai gestire da solo una richiesta di sostegno emotivo e deve sempre avvisare un adulto di fiducia a scuola.


Al di là della legge in sé, pensata per il contesto statunitense, mi sembrano interessanti due cose. La prima è il metodo seguito, e per questo vale la pena di tornare sul luogo in cui si sono ritrovati gli studenti e su chi ha organizzato l’iniziativa.

L’Edward Kennedy institute è un ente educativo non profit inaugurato una decina d’anni fa all’interno del campus dell’università del Massachusetts. Il suo obiettivo è far conoscere al pubblico il processo legislativo e formare i futuri cittadini alla vita democratica: offre programmi per studenti dalle elementari al college, corsi online di educazione civica e dibattiti sulla falsariga di quelli che si tengono a Washington, sfruttando la replica in scala 1:1 del senato.

Le altre due realtà coinvolte sono l’associazione nazionale dei dirigenti scolastici (School superintendents association, Aasa), che conta più di diecimila iscritti; e Day of ai, un progetto nato all’Mit e poi diventato autonomo, che fa alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale dalle elementari alle superiori, formazione per insegnanti e offre supporto per elaborare politiche sul tema. In sintesi, il primo fornisce una sede autorevole e la cornice civica, la seconda garantisce un canale privilegiato verso chi fissa le regole nelle scuole (i dirigenti scolastici) e il terzo aggiunge la competenza tecnica.

L’altra cosa da sottolineare è l’esperimento di autogoverno, cioè il fatto che su una questione fondamentale per la loro crescita le studenti abbiano provato a darsi delle regole condivise. Può essere uno spunto per chi discute di intelligenza artificiale, o di qualsiasi altra cosa, in classe, nei corridoi. O nei bagni della scuola.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Doposcuola.

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