I tempi si fanno sempre più difficili e incerti. Donald Trump è ormai il leader di uno stato canaglia; l’Europa è in preda alla crisi della sua industria manifatturiera, presa nella morsa tra gli Stati Uniti e la Cina, e intanto vede tornare gli spettri del novecento. Così a molti sembra il caso di prepararsi a resistere a futuri scossoni. È questa, più o meno, la logica alla base di un’operazione condotta con la massima riservatezza dalla banca centrale dei Paesi Bassi.

Nei mesi scorsi la Nederlandsche bank (Dnb), racconta il Financial Times, ha spostato più di 78 tonnellate d’oro da New York a Londra, citando come motivo “il crescente disordine geopolitico”. La capitale britannica ospita il più importante mercato mondiale dei metalli preziosi: ogni settimana nella City si concludono transazioni di lingotti d’oro per un valore complessivo di più di novecento miliardi di dollari.

Olaf Sleijpen, il governatore della Dnb, ha dichiarato che “con questo trasferimento abbiamo più margini di manovra per usare le nostre riserve auree”. Poi ha aggiunto: “Forse non useremo mai quei lingotti, ma ne abbiamo bisogno per rafforzare la nostra capacità di adattamento” a eventuali burrasche geopolitiche. La Dnb, che in tutto possiede 612 tonnellate di oro, ha trasferito anche sette tonnellate di lingotti dal Canada. Quelli che hanno attraversato fisicamente l’Atlantico corrispondono solo a 27 tonnellate; il metallo prezioso restante è stato venduto sul mercato di New York e con il ricavato sono stati comprati altrettanti lingotti a Londra.

L’operazione olandese segue gli appelli rivolti da esponenti politici ed esperti nei mesi scorsi affinché i paesi europei rimpatrino le loro riserve auree da New York, la cui piazza finanziaria ormai comincia a essere considerata meno sicura del passato: l’avvento di Donald Trump ha inaugurato un’era in cui le regole e le garanzie dello stato di diritto sono diventate un optional, lasciando il passo al primato della forza.

Sono in molti a temere che Trump, noto per il suo disprezzo verso l’Unione europea, possa sequestrare i beni del vecchio continente come forma di ritorsione o minaccia. Infatti i Paesi Bassi non sono stati i primi a scegliere il rimpatrio. Un’operazione simile è stata realizzata dalla Francia tra luglio 2025 e gennaio 2026, trasferendo 129 tonnellate d’oro (circa il 5 per cento delle riserve totali del paese): in quel caso Parigi ha incassato una plusvalenza di 12,8 miliardi di euro grazie ai differenti prezzi dell’oro tra New York e Londra.

Anni prima, nel 2013, si era mossa anche la Bundesbank, la banca centrale tedesca, che aveva trasferito 674 tonnellate di oro da Parigi e New York nei suoi forzieri di Francoforte sul Meno. Ma senza incassare plusvalenze: l’operazione costò sette milioni di euro. All’inizio del 2026, tuttavia, Joachim Nagel, il presidente della Bundesbank, ha respinto gli appelli per il rimpatrio dell’oro, dichiarando di non avere dubbi che “i lingotti sono al sicuro a New York, dove godono di uno status legale speciale”. E poi ha aggiunto: “In ogni caso, se gli Stati Uniti dovessero aggredire quell’oro, si farebbero del male da soli, perché danneggerebbero la fiducia degli investitori”.

Al momento non ha alcuna intenzione di riportare a casa il proprio oro neanche la Banca d’Italia. “Tale scelta”, ha spiegato l’istituto di via Nazionale, “deriva, oltre che da ragioni storiche legate ai luoghi in cui l’oro fu acquistato, anche da una strategia di diversificazione finalizzata alla minimizzazione dei rischi. Inoltre, la custodia nelle principali piazze finanziarie ne permette, in caso di necessità, un più rapido utilizzo, limitando i costi e i tempi legati al trasporto del metallo”.

La Banca d’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo – dopo la Federal reserve statunitense, la Bundesbank e il Fondo monetario internazionale – con un quantitativo pari a 2.452 tonnellate. Il 45 per cento del metallo prezioso (1.100 tonnellate) si trova in Italia, mentre il resto è depositato all’estero: il 43 per cento negli Stati Uniti (1.061 tonnellate), il 5,7 per cento nel Regno Unito (141 tonnellate) e il 6,1 per cento in Svizzera (149 tonnellate).

I timori delle banche centrali non riguardano solo l’Europa. L’India, per esempio, negli ultimi tre anni ha riportato a casa circa 274 tonnellate d’oro: a metà del 2026 il 77 per cento delle sue riserve auree si trovava sul territorio nazionale. Secondo un recente sondaggio del World gold council, un’associazione che rappresenta le miniere e i gestori di oro, quest’anno meno banche centrali hanno dichiarato di aver aumentato il metallo prezioso custodito a New York e a Londra; il 19 per cento sostiene di aver incrementato le riserve tenute in patria, contro il 7 per cento del sondaggio fatto nel 2025.

Della tendenza approfittano anche piazze finanziarie che si propongono come alternative più sicure rispetto agli Stati Uniti e al Regno Unito. Per esempio Singapore e Hong Kong. Quest’ultima ha ricevuto nei primi sette mesi del 2026 cento tonnellate d’oro dalla Russia, in cerca di nuovi lidi visto che Londra ha ristretto l’accesso ai suoi mercati dopo che Mosca ha invaso l’Ucraina quattro anni e mezzo fa. È molto probabile, sostengono gli esperti, che tutto quell’oro russo prosegua verso Pechino, un partner commerciale e militare ormai imprescindibile per il regime di Vladimir Putin.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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