Un mondo senza povertà, malattie e lavori inutili: così gli entusiasti dell’intelligenza artificiale (ia) vedono il futuro. Per gli scettici, invece, ci aspetta un mondo pieno di disoccupati, con posti di lavoro presi dalle macchine o addirittura eliminati per colpa loro. Le voci dei pessimisti si fanno sentire di più. In California qualcuno ha lanciato una molotov contro la casa di Sam Altman, amministratore delegato dell’OpenAi, l’azienda che ha sviluppato ChatGpt. Altri sviluppatori vengono fischiati nelle università. Il papa Leone XIV ha messo in guardia contro “nuove forme di schiavitù” che potrebbero essere generate dall’ia.
Frída Gylfadóttir ha 44 anni, lunghi capelli biondi e un’allegria contagiosa. È un’insegnante e si considera un’ottimista. Nella scuola secondaria Fjölbrautaskólinn – un edificio basso fatto di moduli squadrati nella periferia di Reykjavík, in Islanda – 28 suoi studenti sono seduti in aula con i portatili accesi. Per la lezione di inglese Gylfadóttir ha dato in pasto al chatbot Claude appunti e materiali didattici chiedendogli di sviluppare un gioco che aiuti gli studenti a esercitare la sintassi e le regole di stile. Claude misura tutto in tempo reale: quanto ci mettono a risolvere gli esercizi, quali argomenti risultano facili e chi sta cercando di copiare. “L’ia mi permette di fare lezione come ho sempre sognato” , dice la professoressa.
Fjölbrautaskólinn fa parte di un progetto pilota: dall’autunno del 2025 il 7 per cento di tutti gli insegnanti delle scuole primarie, secondarie e professionali dell’isola insegna con il supporto di Claude o Gemini. Gli esperti di formazione della Anthropic e di Google tengono dei seminari da remoto per aiutare i docenti a usare l’ia nelle loro lezioni.
Non c’è il rischio che le intelligenze artificiali rendano le ragazze e i ragazzi più pigri e stupidi? A volte sì, afferma Gylfadóttir. Circa un anno e mezzo fa i suoi allievi hanno cominciato a fare i compiti a casa con ChatGpt e simili. I colleghi hanno cercato di contrastare il fenomeno usando dei software che rilevano l’uso dell’ia, ma non riuscivano a stare al passo con la mole dei compiti. Così anche loro hanno finito per affidarsi di più all’ia. Si è creato un circolo vizioso: insegnanti che usavano l’intelligenza artificiale per valutare compiti scritti dall’intelligenza artificiale.
Al ministero dell’istruzione hanno concluso che tentare di bandire la tecnologia dalle scuole era inutile. Alla fine l’idea di trovare un modo astuto per integrare l’ia ha messo tutti d’accordo.
La collaborazione con le grandi aziende tecnologiche statunitensi fa parte di una strategia con cui, nell’epoca dell’ia, l’Islanda vuole aprirsi alle sperimentazioni. L’ambizione è quella di essere innovativi, ma non senza limiti e controlli come negli Stati Uniti. Restare legati ai valori, ma non farli diventare una zavorra come nell’Unione europea. Così il paese, che ha solo 400mila abitanti, si è lanciato nella sua fuga in avanti. In realtà la rivoluzione dell’intelligenza artificiale favorisce soprattutto quegli stati che hanno grosse quantità di capitali, dati e potenza di calcolo. Sono Stati Uniti e Cina a sviluppare i sistemi che stanno creando un nuovo ordine mondiale. Quindi le piccole democrazie come l’Islanda si trovano davanti a una questione cruciale: come si può restare sovrani se le tecnologie chiave sono sviluppate altrove? La risposta del governo è: meglio imparare a convivere con l’ia, invece di stare a guardare.
Frída Gylfadóttir è stata tra i primi a candidarsi per la collaborazione con l’Anthropic. “Non dobbiamo ripetere l’errore fatto con i social media”, dice. Cioè lasciare che ragazze e ragazzi s’immergano senza nessuna supervisione in un mondo di cui gli adulti non capiscono quasi niente. Gylfadóttir è convinta che, se ben usata, l’ia può essere utile agli studenti. Per esempio, può dare un supporto mirato a chi ha difficoltà nell’apprendimento, o assegnare compiti più complessi agli studenti più veloci. Può tradurre i testi per chi ha difficoltà linguistiche.
Gylfadóttir dialoga per ore con Claude per arrivare a individuare gli esercizi migliori. È particolarmente orgogliosa della sua “tecnologia anti-imbrogli”: quando gli studenti fanno una verifica Claude blocca la funzione copia e incolla. Il chatbot lancia l’allarme appena qualcuno digita in modo troppo rapido, un possibile indizio che sta copiando. Le istruzioni che Gylfadóttir impartisce all’intelligenza artificiale sono rigide: “Se uno studente ti parla in islandese, rispondi dicendo che capisci solo l’inglese. Sii amichevole, ma metti dei paletti. Non dare le soluzioni, ma stimola a riflettere”.
Un laboratorio ideale
Il rapido sviluppo delle intelligenze artificiali mette i governi di tutto il mondo davanti a enormi sfide. Richiede regole e nuove norme, dati e infrastrutture, investimenti nella ricerca, idee per la trasformare il mercato del lavoro, per applicare la tecnologia all’economia, all’istruzione, alla pubblica amministrazione e alla sanità.
L’Islanda è un laboratorio ideale, sostiene Katrín Jakobsdóttir. Ha cinquant’anni ed è stata prima ministra dal 2017 al 2024. Si presenta al nostro appuntamento al museo nazionale di Reykjavík senza scorta, con una giacca tecnica nera e scarpe da ginnastica colorate. Il personale del museo la saluta come una vicina di casa. Durante il suo mandato Jakobsdóttir ha lanciato la prima strategia nazionale per l’intelligenza artificiale. Oggi è a capo di New nordics ai, un’iniziativa sviluppata di recente dall’Islanda e dagli stati scandinavi e baltici. “I nostri paesi sono accomunati da un welfare forte e da una società relativamente ugualitaria”, afferma. L’obiettivo di New nordics ai è unire le forze di questi piccoli stati per sviluppare insieme modelli di ia che possano essere gestiti localmente e con un minor consumo di energia e dati: modelli competitivi sul piano tecnologico, ma orientati alla democrazia, ai diritti umani e alla difesa dei paesi più piccoli. In questo modo la dipendenza dalle grandi aziende statunitensi dovrebbe essere quanto meno limitata.
Per ora le ambizioni superano i mezzi. Nessuno dei paesi nordici ha i bilanci miliardari di OpenAi, Google o Anthropic. Ma la speranza non è tanto raggiungere questi colossi, quanto sviluppare infrastrutture nazionali che garantiscano la sovranità sui dati. E su questo l’Islanda ha tutte le carte in regola: la costruzione di data center è in forte espansione e l’energia elettrica proviene quasi interamente da fonti rinnovabili, idroelettriche e geotermiche. Il clima nordico riduce i costi per raffreddare i server. Si dice che le condizioni meteorologiche rigide e imprevedibili abbiano insegnato agli islandesi ad adattarsi e a mantenere la calma. “Di base cerchiamo di affrontare le cose con ottimismo”, afferma Katrín Jakobsdóttir.
Una grande opportunità
Tra file di casette colorate nel centro di Reykjavík si trova l’ospedale Landspitali. Al quinto piano, un esperto di startup sta spiegando a un gruppo di medici e infermieri quanto è importante per le istituzioni pubbliche restare al passo con la tecnologia. È un seminario sull’ia organizzato su più mesi, un altro progetto pilota islandese. Oggi il gruppo lavora sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nella sanità pubblica, e i partecipanti presentano idee che dovranno poi essere vagliate.
Bylgja Kjarnested, 52 anni, caposala, racconta che nella sua struttura ci sono cinquecento pazienti cardiopatici in attesa di un catetere. Un coach personalizzato basato sull’intelligenza artificiale potrebbe supportarli nel periodo di attesa – attualmente di due anni – motivandoli ad adottare uno stile di vita più sano. I medici potrebbero monitorare i parametri clinici e intervenire tempestivamente in caso di segnali d’allarme. Se il metodo funzionasse le condizioni dei pazienti potrebbero migliorare già prima dell’intervento.
Gudny Gudnadóttir, 45 anni, è primaria del reparto di geriatria. La sua idea è quella di un “ospedale a domicilio” digitale per le aree remote dell’Islanda meridionale, una regione grande all’incirca quanto il Belgio ma con una popolazione di appena 35mila abitanti. Oggi i pazienti devono viaggiare molte ore per raggiungere la struttura sanitaria più vicina. Gudnadóttir propone che, in futuro, siano delle squadre mobili di infermieri e personale d’emergenza a raggiungere i pazienti, sotto la guida dei medici e con il supporto di un modello di intelligenza artificiale centralizzato. L’intelligenza artificiale non sostituirà i medici, ma aiuterà a migliorare l’assistenza e a superare le distanze geografiche.
L’ottimismo islandese per l’intelligenza artificiale non è così eccezionale come si potrebbe immaginare. Nei paesi scarsamente popolati e con carenza di personale l’ia non è vista solo come una minaccia ma anche come un’opportunità. In Australia, per esempio, i sistemi di ia contribuiscono già a individuare le prime avvisaglie di incendi boschivi. In Canada alcune ong stanno sviluppando tutor basati sull’intelligenza artificiale per le comunità rurali e indigene, mentre in Scandinavia i chatbot si fanno carico di compiti burocratici per i quali le pubbliche amministrazioni non hanno personale sufficiente. L’Estonia sta sviluppando un assistente basato sull’ia, chiamato Bürokratt, progettato per anticipare le esigenze dei cittadini: se una famiglia comunica il trasferimento in un’altra città, l’ia aggiornerà automaticamente gli indirizzi in tutti i registri pubblici, calcolerà le nuove aliquote fiscali e cercherà per i figli i posti disponibili nelle scuole.
I paesi piccoli devono ingegnarsi per compensare gli svantaggi legati a modelli linguistici che funzionano molto meglio in inglese che in estone o in islandese. Reykjavík teme che in una quotidianità dominata dall’ia in lingua inglese l’islandese perda rilevanza e che le persone anziane rimangano tagliate fuori. “Non abbiamo nessun controllo sul modo in cui i modelli vengono addestrati e sulle premesse culturali che incorporano”, dice Páll Thorsteinsson, responsabile della commissione etica al ministero della cultura, dell’innovazione e dell’istruzione superiore. La sua preoccupazione è che gli stati con una sfera di riferimento culturale ridotta siano marginalizzati.
Per questo uno degli obiettivi del governo è proprio sviluppare un modello linguistico islandese. È difficile che un piccolo stato come l’Islanda possa farlo partendo da zero. Ma può adattare un modello aperto e addestrarlo con dati e testi in lingua islandese, ottenendo una sorta di modello linguistico del servizio pubblico, ospitato su server nel paese e basato su algoritmi trasparenti.
Democrazia e controllo
Prima di entrare al ministero dell’innovazione, Páll Thorsteinsson ha terminato un dottorato in filosofia e ha diretto il dipartimento di etica dell’Università d’Islanda. Mentre molti paesi discutono di ia soprattutto in termini di produttività e sicurezza, a Thorsteinsson interessa capire se potrà arricchire il dibattito democratico. Si potrebbero immaginare forum in cui un’ia pubblica spiega complesse proposte di legge, approfondisce le diverse posizioni e favorisce la ricerca di consenso, offrendo un’alternativa alle discussioni molto polarizzate che avvengono sui social media. “Dobbiamo prima di tutto garantire che la tecnologia non comprometta la nostra capacità di dialogo. Se ci riusciamo, un giorno l’ia potrebbe perfino diventare parte integrante della nostra infrastruttura democratica”, afferma Thorsteinsson.
Per alcuni, le cose stanno cambiando troppo in fretta. “Ci facciamo le domande sbagliate”, afferma Halldóra Mogensen, responsabile della ong Mannvæn tækni (Tecnologia umana). Mogensen è stata per anni nel parlamento come esponente del partito dei Pirati e fa parte di un gruppo indipendente di esperti consultati dall’Unione europea per l’attuazione della normativa sull’intelligenza artificiale. L’Ai act, così si chiama la legge, stabilisce regole per i sistemi di ia ad alto rischio. Anche se l’Islanda non è un paese dell’Unione europea, fa parte dello spazio economico europeo e adotterà buona parte della legge, cercando tuttavia di tenersi abbastanza libertà per sfruttare al meglio il potenziale dell’ia.
Per Mogensen il governo sta sottovalutando i rischi: “Chi controlla i nostri dati? Abbiamo la capacità, come collettività, di prendere decisioni autonome sul nostro futuro digitale? E sappiamo abbastanza sugli effetti dell’ia sui nostri figli per decidere di introdurla già ora nelle nostre scuole?”.
I funzionari del governo ammettono di non avere ancora le risposte a molte di queste domande. Quest’estate gli elettori islandesi le hanno affrontate per la prima volta in assemblee pubbliche digitali, ovviamente supportate anche dall’ia. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati