La nomina di Pete Hegseth come segretario alla difesa è stata un azzardo fin dall’inizio. Conduttore televisivo con scarsa esperienza su questioni legate alla sicurezza nazionale o alla difesa, incapace di andare oltre il grado di maggiore nella guardia nazionale, Hegseth è stato scelto in base alla stessa caratteristica che ha fatto la fortuna della maggior parte dei collaboratori di Donald Trump: la fedeltà. E ora si capisce il prezzo di quella scommessa.

Il Pentagono deraglia vistosamente sotto la guida di un segretario alla difesa che licenzia o costringe alle dimissioni i funzionari più esperti non perché siano poco qualificati, ma semplicemente perché è convinto che non siano leali nei suoi confronti.

L’ultima vittima dell’epurazione di Hegseth è Dan Driscoll, il segretario all’esercito, che si è dimesso il 31 agosto dopo una lunga serie di scontri con il segretario alla difesa. Come ha scritto l’Atlantic, una fonte a conoscenza dei fatti ha rivelato che Driscoll aveva “manifestato all’amministrazione le proprie preoccupazioni rispetto alla trasformazione e alla preparazione dell’esercito, sottolineando che Hegseth aveva personalmente ostacolato questi sforzi licenziando i generali che ne erano responsabili”. Traducendo dal gergo di Washington, in sostanza Driscoll si è lamentato di Hegseth alla Casa Bianca, e il presidente alla fine si è schierato con Hegseth.

Una gestione disastrosa

La posta in gioco va ben oltre questa fantomatica “trasformazione dell’esercito”. Finora la gestione di Hegseth è stato disastrosa sotto diversi aspetti. Invece di consigliare in modo responsabile il presidente e garantire che gli Stati Uniti restassero al sicuro mentre Trump combatteva una guerra avventata e irresponsabile, Hegseth si è occupato soprattutto delle sue ossessioni, a cominciare dalla crociata contro le politiche su diversità, equità e inclusione (Dei).

Hegseth sembra avere un’avversione personale nei confronti dell’esercito, un’istituzione che accusa di averlo “sputato fuori”. Ha licenziato il generale Randy George, capo dello stato maggiore dell’esercito, oltre a spingere alle dimissioni una lunga serie di ufficiali. In questo momento l’esercito non ha un capo dello stato maggiore né un segretario confermati dal senato.

Il comportamento irresponsabile di Hegseth avrebbe rappresentato una minaccia per la sicurezza nazionale anche in tempi meno pericolosi di quelli che stiamo vivendo. Il dipartimento della difesa è un’enorme macchina burocratica che richiede un leader con un orizzonte che vada oltre la necessità di insegnare alle reclute come fare le flessioni o maneggiare un’arma.

La posta in gioco va ben oltre questa fantomatica “trasformazione dell’esercito”. Finora la gestione di Hegseth è stato disastrosa sotto diversi aspetti. Invece di consigliare in modo responsabile il presidente e garantire che gli Stati Uniti restassero al sicuro mentre Trump combatteva una guerra avventata e irresponsabile, Hegseth si è occupato soprattutto delle sue ossessioni, a cominciare dalla crociata contro le politiche su diversità, equità e inclusione (Dei).

Hegseth sembra avere un’avversione personale nei confronti dell’esercito, un’istituzione che accusa di averlo “sputato fuori”. Ha licenziato il generale Randy George, capo dello stato maggiore dell’esercito, oltre a spingere alle dimissioni una lunga serie di ufficiali. In questo momento l’esercito non ha un capo dello stato maggiore né un segretario confermati dal senato.

Il comportamento irresponsabile di Hegseth avrebbe rappresentato una minaccia per la sicurezza nazionale anche in tempi meno pericolosi di quelli che stiamo vivendo. Il dipartimento della difesa è un’enorme macchina burocratica che richiede un leader con un orizzonte che vada oltre la necessità di insegnare alle reclute come fare le flessioni o maneggiare un’arma.

I segretari alla difesa devono comprendere l’economia dell’industria militare, la natura delle alleanze, il congresso, i processi decisionali e decine di altre questioni per le quali Hegseth sembra mostrare scarso interesse e sulle quali sa ancora meno.

Ma in tempo di guerra le carenze di Hegseth possono rivelarsi fatali. Si può anche sorvolare sugli scivoloni iniziali (tra cui la gestione scriteriata di informazioni segrete) e magari anche sul fatto che Hegseth abbia minimizzato la gravità degli attacchi iraniani contro le basi statunitensi nel golfo Persico, capaci di danneggiare la logistica per il sostegno delle forze americane nella regione. Ma non si può ignorare il fatto che l’incompetenza di Hegseth e il suo desiderio di mantenere i favori di Trump a tutti i costi hanno contribuito allo scoppio della sciagurata guerra in Iran.

Più volte Hegseth è stato l’unico tra gli alti funzionari dell’amministrazione a sostenere la decisione di Trump di attaccare Teheran, quando invece avrebbe dovuto essere il primo a capire che si trattava di un errore. Il segretario di stato e il direttore della Cia erano contrari alla guerra, e secondo il Wall Street Journal perfino la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, un’altra figura incompetente ma fedele, ha avuto il coraggio di dire al presidente che colpendo l’Iran “avrebbe probabilmente prodotto un regime più estremista e intenzionato ad acquisire l’arma atomica”, che gli iraniani avrebbero “chiuso lo stretto di Hormuz, destabilizzando il mercato energetico globale” e che Teheran avrebbe “colpito le forze statunitensi e alleate in Medio Oriente”.

Hegseth invece ha alimentato le illusioni del presidente su una vittoria lampo. Un uomo animato da solidi principi avrebbe messo in guardia Trump anche a costo di rischiare il posto. Ma Hegseth evidentemente non è quel tipo di persona.

Premi stupidi

Ora è riuscito a cacciare dal Pentagono un altro nemico, Driscoll. Ma come dice un proverbio, “chi fa un gioco stupido vince premi stupidi”. Oggi più che mai, Hegseth è il responsabile di ogni aspetto disfunzionale del Pentagono.

Il Washington Post ha scritto che diversi alti ufficiali dell’esercito (tra i pochi rimasti in carica) hanno fatto presente a Hegseth che gli Stati Uniti non possono prolungare a tempo indeterminato le operazioni militari contro l’Iran. Perfino il capo delle operazioni navali, l’ammiraglio Daryl Caudle (che ha ottenuto il posto sostenendo l’ossessione del segretario per la guerra culturale) ha detto a Hegseth che la marina non può “reggere il livello attuale di attività nel conflitto in Iran alla luce del fatto che non esiste una data prevista per la conclusione delle operazioni”.

La risposta di Hegseth è stata ordinare al suo portavoce di attaccare la stampa per avere rivelato informazioni riservate. In uno show da dilettanti, il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato che i resoconti della stampa erano “inaccurati” ma anche “un tradimento nei confronti dell’esercito”, spingendo chiunque sia dotato di un cervello funzionante a chiedersi in che modo un articolo possa essere falso e allo stesso tempo pericoloso. E finora abbiamo citato solo le risposte delle persone autorizzate ufficialmente a parlare per conto del Pentagono. A questo proposito, lo scorso fine settimana è arrivata una notizia clamorosa: il dipartimento ha reclutato influencer assegnandogli incarichi pagati, senza però che né gli influencer né il Pentagono informassero l’opinione pubblica su questi incarichi.

Nel frattempo, Hegseth ha diligentemente supervisionato il trasferimento di risorse da altre zone per sostenere la guerra di Trump all’Iran, lasciando gli Stati Uniti e i loro alleati più esposti a potenziali minacce da parte di Cina e Russia.

Quando Trump è tornato alla Casa Bianca, Hegseth e altri avevano sostenuto un allontanamento strategico dal Medio Oriente e dall’Europa. Ora il segretario e gli altri presunti falchi anti-Cina hanno abbandonato quelle posizioni e puntato tutto su una guerra che continua a non avere né una strategia chiara né un obiettivo definito, al di là dell’impedire all’Iran di ottenere un’arma nucleare che non possedeva.

Fortunatamente gli ufficiali dell’esercito continuano a dire le cose come stanno sulla situazione della difesa statunitense, nonostante un segretario meschino e inadeguato, e un presidente perso nelle sue illusioni. Uno dei vantaggi di avere un grande apparato burocratico con un alto numero di professionisti è che la barca può stare a galla (almeno per qualche tempo) anche se al timone ci sono persone incapaci.

Ma Hegseth sembra ormai vicino a ottenere il Pentagono che desidera: proprio come il suo capo alla Casa Bianca, vuole un dipartimento pieno di fedelissimi che mettano le sorti personali del capo al di sopra dell’interesse nazionale. Alcune ricostruzioni indicano, per esempio, che Hegseth vorrebbe sostituire Driscoll con Parnell, che non ha qualifiche significative per l’incarico, al di là del tempo trascorso a combattere la stampa per conto del segretario.

Fallimenti e minacce

Il risultato di tutto questo è che gli Stati Uniti stanno perdendo una guerra contro un paese che è molto più debole dal punto di vista militare. I russi, intanto, continuano a spadroneggiare in Europa, al punto tale che il direttore della Cia è dovuto volare a Mosca solo per chiedere al Cremlino di annullare qualsiasi iniziativa stesse valutando.

I cinesi, invece, prendono atto che Trump e Hegseth hanno allontanato dal Pacifico l’unica portaerei statunitense rimasta nell’area. In questa situazione caotica, Hegseth si esibisce in discutibili trazioni alla sbarra e valuta la possibilità di convocare nuovamente tutti gli ammiragli e i generali per un’altra riunione plenaria in cui ammorbarli con le sue elucubrazioni sui soldati grezzi e i marinai con la barba.

Pete Hegseth ha fallito in ogni missione che gli è stata affidata, eccetto una: tenersi il posto. Ma di sicuro non è licenziando che diventerà il segretario alla difesa di cui gli Stati Uniti e i suoi uomini e donne in uniforme hanno bisogno. Con ogni attacco indiscriminato, Hegseth evidenzia tutte le sue insicurezze. Certo, non ha ancora perso la poltrona, ma l’opinione pubblica statunitense e le forze armate stanno pagando l’inevitabile prezzo della sua inettitudine.

(Tradotto da Andrea Sparacino)

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