La posizione di Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar e favorito delle prossime elezioni in Israele, su uno stato palestinese è di fatto irrilevante. Oggi in gioco non c’è una possibile “soluzione diplomatica”, ma l’esistenza stessa del popolo palestinese nella regione compresa tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Le forze israeliane impegnate a “cancellare” i palestinesi non sono sottoposte ad alcun limite o vincolo. I loro sostenitori sono troppo numerosi perché si possa contare esclusivamente sulla tenacia di un popolo che è sopravvissuto ad altri piani d’espulsione realizzati da Israele.
Il mondo resta a guardare. La sinistra è ridotta ai minimi termini, debole e ormai senza voce per aver dato troppe volte l’allarme. L’opposizione contro il primo ministro Benjamin Netanyahu oscilla tra chi minimizza il pericolo, chi è indifferente e chi sostiene apertamente l’espulsione dei palestinesi. Le sporadiche condanne, innescate principalmente da qualche post su X dell’ambasciatore degli Stati Uniti, sono utili come un setaccio in barca durante una tempesta. I falangisti ebrei attaccano costantemente e ovunque, non solo a Qusra.
Il dibattito su uno stato, due stati o una federazione è più teorico che mai. Qualunque soluzione condivisa dovrebbe basarsi su un riconoscimento comune del problema. Ma troppi ebrei in Israele sono stati spinti a credere che il problema sia la presenza stessa in questo territorio di un popolo palestinese con delle radici, una continuità storica ed economica, un capitale culturale e materiale, una ricca tradizione agricola e un profondo amore per la patria.
La “cancellazione” è la soluzione da incubo che ogni giorno viene trasformata in realtà. Le leggi approvate alla knesset (il parlamento israeliano), le dichiarazioni dei politici, gli ordini militari, i libri di testo scolastici e i sacri battaglioni immobiliari attivi a Gaza, in Cisgiordania e nel deserto del Negev contribuiscono, insieme e autonomamente, a portare avanti questa “soluzione”, senza temere condanne internazionali.
Le politiche israeliane puntano a rendere insostenibile la vita dei palestinesi, ovunque vivano, in modo che un futuro trasferimento possa essere fatto passare per una loro libera scelta. All’interno d’Israele le autorità permettono alle organizzazioni criminali arabe di armarsi per uccidere cittadini palestinesi nelle loro case.
In Cisgiordania queste stesse autorità permettono ai “battaglioni di Dio” di armarsi per uccidere ed espellere, mentre l’esercito porta avanti i raid giorno e notte. In una Gaza devastata e assetata il governo e l’esercito promuovono milizie armate di criminali collaborazionisti, mentre i piloti israeliani continuano a lanciare missili che uccidono i bambini. Tutte queste ostentazioni di forza alimentate dal testosterone sono interconnesse.
Contemporaneamente, Israele sta distruggendo o limitando pesantemente la capacità dei palestinesi di guadagnarsi da vivere. A Gaza quest’obiettivo è stato raggiunto. Una popolazione di “morti viventi” che dipende dagli aiuti, composta da due milioni di persone con addosso il peso di 74mila sepolture appena scavate, è stata ammassata in un fazzoletto di centocinquanta chilometri quadrati di terra bruciata. La creatività, l’ingegno e la solidarietà sono schiacciati dalla portata della devastazione e dal divieto di ricostruire imposto da Israele.
In Cisgiordania il cappio economico messo a punto dal ministero delle finanze si sta stringendo intorno al collo dell’Autorità Nazionale Palestinese e di circa tre milioni di persone. Il furto sistematico delle entrate dei palestinesi è accompagnato dalle campagne di distruzione delle città e dei campi profughi messe in atto dall’esercito. Tra i metodi usati per impedire ai palestinesi di coltivare la terra ci sono posti di blocco, divieti, recinzioni e incursioni degli allevatori israeliani.
All’interno d’Israele, quando si parla di “giudaizzazione della Galilea e del Negev” s’intende il furto di terre e risorse dei palestinesi con cittadinanza israeliana. Le discriminazioni contro di loro negli stanziamenti, nei sussidi e nel mondo del lavoro, insieme ai divieti di costruzione e alle demolizioni, hanno sempre avuto un ruolo di primo piano nelle politiche israeliane al di qua della linea verde (i confini d’Israele stabiliti nel 1949).
Purtroppo devo ripetermi: oggi l’esistenza stessa del popolo palestinese tra il fiume e il mare è in pericolo. Troppi fattori stanno contribuendo ad aggravare la minaccia: la potenza e le capacità militari d’Israele; il culto del servizio militare in ogni condizione e sotto qualsiasi governo; l’ubbidienza come valore; le armi e gli attacchi militari come modo di agire abituale; la normalizzazione del disturbo post-traumatico da stress e dei suicidi tra i soldati; le attrattive della carriera militare e le porte che questa può aprire; il fascino di una villa a poco prezzo in una comunità protetta della Galilea o un insediamento coloniale della Samaria; le falsità della propaganda ufficiale e non; l’indifferenza verso l’inferno in terra che Israele ha creato nella Striscia di Gaza; la negazione dei sessant’anni di occupazione e dominio imposti con la forza; la reazione pavloviana “eh, ma il 7 ottobre”; la sinergia tra esercito, governo, rabbini e milizie con la kippah in Cisgiordania; l’imperturbabilità di fronte alle devastazioni in Libano; l’occupazione di nuove zone della Siria; la normalizzazione del dibattito sull’espulsione dei palestinesi; il razzismo laico e religioso che permeano il sistema giudiziario e il settore dell’istruzione; i carcerieri che commettono abusi su migliaia di prigionieri palestinesi, seguendo ordini dall’alto o di propria iniziativa.
Il ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato il 3 settembre un piano per svuotare la Striscia di Gaza della sua popolazione palestinese, che dovrebbe essere trasferita all’estero, scrive il Guardian. L’obiettivo della proposta, contenuta in un documento di venti pagine intitolato “Programma di lavoro nazionale per l’emigrazione volontaria dalla Striscia di Gaza”, è spostare 250mila palestinesi nel primo anno e il resto della popolazione, circa due milioni di persone, nei successivi sei anni. “È realistico”, ha affermato Ben Gvir, aggiungendo che ci sono paesi “pronti” ad accogliere gli abitanti di Gaza, senza però specificare quali.
Al Jazeera ricorda che il trasferimento forzato di una popolazione civile in un territorio occupato è considerato un crimine di guerra in base al diritto internazionale. La questione del futuro della Striscia di Gaza è centrale nella campagna per le elezioni che si terranno in Israele il 27 ottobre, aggiunge The New Arab.
Questi e altri fattori stanno contribuendo a creare all’interno della società israeliana le basi materiali, ideologiche e psicologiche per una nuova espulsione di massa dei palestinesi e per lo sterminio che potrebbe accompagnarla.
Gli “eroi” che fanno parte delle milizie di coloni dichiarano apertamente che il loro obiettivo è l’espulsione. Hanno capito che un’ampia parte della società israeliana è pronta a sostenere questo progetto, attivamente o passivamente, direttamente o indirettamente. Attraverso i loro crimini, commessi quotidianamente alla luce del sole e resi possibili dal sostegno istituzionale, i falangisti cercano di provocare una reazione di rabbia dei palestinesi che possa essere usata come pretesto per una nuova guerra santa.
I falangisti ebrei e le organizzazioni di destra che li sostengono sanno di poter contare su un ampio consenso, che comprende anche quello dei leader e degli elettori del partito Yashar e dei Democratici. Per la prossima guerra c’è già lo slogan perfetto: “Un popolo, un esercito, una terra ripulita dagli arabi”.
(Traduzione di Francesco De Lellis)
Questo articolo è uscito il 1 settembre sul quotidiano israeliano Haaretz.
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