“Le politiche per la difesa del clima sono troppo costose”, è una frase ripetuta con insistenza nel dibattito politico europeo da chi vuole far apparire la transizione energetica come un percorso difficile e indesiderabile. Secondo questa tesi il passaggio all’energia ricavata da fonti rinnovabili avrebbe non solo conseguenze negative a breve termine ma anche effetti disastrosi per la società.
Per alcuni ricercatori le dichiarazioni che insistono sugli svantaggi degli interventi in difesa del clima e sul loro impatto sociale fanno presa sulle comunità più emarginate e a basso reddito. Questa pressione potrebbe rallentare le iniziative contro il cambiamento climatico e alimentare dubbi sulla transizione.
Secondo un’analisi del centro studi economico indipendente Bruegel, gli europei stanno “perdendo fiducia” nella capacità dei governi di gestire una transizione energetica “giusta ed efficace”. Sul piano politico, l’estrema destra e il populismo hanno approfittato della situazione per guadagnare terreno.
Sfruttando la paura
L’analisi ha rilevato che in Francia, Italia, Germania, Svezia e Polonia il negazionismo e lo scetticismo climatico sono diffusi tra i sostenitori dei partiti di estrema destra, a prescindere dalla rilevanza di questi partiti nel panorama politico nazionale.
Tra le formazioni che negano apertamente il cambiamento climatico e ne rifiutano le basi scientifiche, c’è la tedesca Alternative für Deutschland (AfD). Ma la maggior parte preferisce insistere sulle questioni economiche.
“Ho detto spesso che in un deserto non c’è niente di verde. Prima di tutto, dobbiamo combattere la desertificazione dell’industria europea”, ha dichiarato a maggio Giorgia Meloni, presidente del consiglio italiano e leader del partito di estrema destra Fratelli d’Italia.
Il francese Rassemblement national (Rn), guidato da Marine Le Pen, sostiene che la protezione dell’ambiente comprometta la crescita economica e che il green deal europeo sia “uno strumento di ecologia punitiva”.
“Questa propaganda è uno strumento molto utile per alimentare il risentimento nei confronti di un’élite scientifica considerata troppo liberale e l’ostilità verso politiche ritenute dannose per il mercato”, spiega Alexander Ruser, professore di sociologia dell’università di Agder, in Norvegia e autore del libro Climate politics and the impact of think tanks: scientific expertise in Germany and the US .
“È una strategia legata al fatto che sta crescendo il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti delle autorità scientifiche. Le persone dubitano delle reali motivazioni dei politici”, aggiunge Ruser. Diversi studi confermano che adottando questa “posizione conflittuale”, i partiti di estrema destra hanno politicizzato il cambiamento climatico per trasformarlo in una “linea di demarcazione”, mettendo in discussione il consenso su questi temi all’interno dei partiti tradizionali e alimentando i timori degli elettori per le politiche verdi.
Ruser sottolinea che la scarsa attenzione per la giustizia sociale nella pianificazione e nella realizzazione delle politiche in difesa del clima avrà conseguenze negative soprattutto per le persone che non possono permettersi la transizione verde, rendendole un “bersaglio facile” per alcune forze politiche.
D’altro canto, gli esperti sottolineano che i politici ottengono un sostegno più convinto quando parlano della crisi climatica affrontando contemporaneamente altri temi che coinvolgono direttamente gli elettori, come il carovita.
Queste tendenze sono in linea con gli studi scientifici secondo cui il sostegno nei confronti dell’azione climatica resta generalmente solido a livello europeo e globale, ma tende a deteriorarsi a causa degli effetti della crisi del costo della vita o nei casi in cui le politiche climatiche vengono percepite come inique.
“Quando le politiche climatiche non vengono pianificate tenendo in considerazione anche la giustizia sociale è facile strumentalizzarle per gettare cattiva luce sull’azione climatica”, sottolinea John Hyland, responsabile delle comunicazioni per Greenpeace Europe.
In generale l’azione climatica rappresenta ancora una priorità per la maggioranza degli elettori europei, ma secondo un’analisi condotta da Clean energy wire (Clew) i populisti stanno cercando di sfruttare lo scetticismo nei confronti delle singole misure.
In un’intervista con Clew, la professoressa di politica comparata dell’università di York Daphne Halikiopoulou ha spiegato che queste forze politiche stanno “capitalizzando” l’ostilità nei confronti di misure percepite come “elitarie” soprattutto nelle aree rurali, in cui gli abitanti ritengono di essere gli unici a pagare il prezzo per l’azione climatica.
Secondo uno studio pubblicato a maggio del 2025, gli agricoltori dei paesi con un pil elevato sono costretti ad affrontare un forte aumento dei costi a causa della regolamentazione ambientale, un aspetto che intacca la fiducia e il sostegno per le iniziative a difesa del clima. I ricercatori sottolineano che questa pressione in aumento è stata un fattore importante nel contesto delle proteste degli agricoltori in Olanda, Belgio, Francia e Germania.
“Nel momento in cui le proteste degli agricoltori sono esplose in Francia, per poi diffondersi nel resto d’Europa, abbiamo cominciato a notare una propaganda insistente contro la protezione dell’ambiente e del clima”, conferma Hyland.
Con le parole degli industriali
Negli ultimi anni i politici europei hanno riproposto spesso le argomentazioni del settore industriale. In un rapporto del 2024, la società di ricerca InfluenceMap ha evidenziato che sulla regolamentazione europea delle emissioni del settore agricolo i politici conservatori tendono a replicare le affermazioni delle grandi aziende.
“Il Partito popolare europeo (Ppe) di Ursula von der Leyen ha adottato un linguaggio e una posizione simili a quelli del settore industriale su temi come la guerra in Ucraina, la sicurezza alimentare e l’ostilità alla regolamentazione, oltre che su politiche specifiche come la strategia ‘dal produttore al consumatore’ o la rete per la produzione alimentare sostenibile”, spiega Venetia Roxbourgh, che si occupa per InfluenceMap del rapporto tra aziende e politiche sul cambiamento climatico.
Per esempio, a maggio del 2023 il Ppe affermava di sostenere “una transizione verde per il settore agricolo, ma molte delle leggi proposte dalla Commissione sono difettose, perché danneggiano la produzione alimentare più di quanto fanno bene all’ambiente. Inoltre l’effetto complessivo delle diverse proposte crea un meccanismo burocratico asfissiante”.
Questa posizione asseconda l’idea secondo cui le politiche climatiche sarebbero un peso, e allo stesso tempo si allinea all’insistenza per una “semplificazione” dell’Unione europea.
“La Commissione ha sostenuto con forza che si tratta solo di ‘semplificazione e non di deregolamentazione’, ma ogni volta che sento queste dichiarazioni mi convinco sempre di più che il loro obiettivo sia proprio la deregolamentazione. È una tendenza che mi preoccupa molto”, spiega Silvia Pastorelli, dirigente dell’organizzazione ambientalista Center for international environmental law (Ciel).
Insieme alla “semplificazione”, l’altro tema ricorrente della politica europea è la “competitività”, spiega Kenneth Haar, ricercatore e attivista per la giustizia sociale ed economica del Corporate Europe observatory (Ceo), un’organizzazione che accusa l’Unione europea di fare propaganda alla deregolamentazione per conto del settore industriale.
Il termine “competitività” compare 42 volte nel rapporto della Commissione europea con le linee guida politiche di Ursula von der Leyen per i prossimi cinque anni. “Il programma dell’Unione europea rivela quali siano le vere priorità rispetto al mandato precedente. Chiaramente il clima non è più al centro del programma, per diverse ragioni. La competitività, invece, è uno dei cardini”, spiega Elisa Giannelli, responsabile del settore Economia pulita e politica europea per il centro studi ambientalista E3G.
Le associazioni degli industriali di vari paesi europei, come Italia, Germania e Francia, sottolineano spesso il potenziale negativo della regolamentazione ambientale per la “competitività” europea.
La ricerca di InfluenceMap, per esempio, sottolinea che la Confindustria, il Medef e la Airlines for Europe hanno invocato la difesa della “competitività” per ostacolare le politiche di riduzione delle emissioni a effetto serra e il carbon pricing (cioè i metodi per rendere costose le emissioni).
A una conferenza organizzata dalla Confindustria a maggio, per esempio, Meloni ha dichiarato: “È fondamentale per la competitività dell’intero sistema produttivo europeo avere il coraggio di contestare e correggere un approccio ideologico alla transizione energetica che ha procurato danni enormi”.
Ma secondo i dati diffusi dall’Intergovernmental panel on climate change, fino al 2022 non c’era nessuna prova che la politica climatica avesse avuto un impatto negativo sulla competitività internazionale.
Secondo il Corporate Europe observatory la politica europea basata sulla “competitività” e sulla “semplificazione” è il risultato “degli scambi tra la Commissione europea, il Consiglio europeo e le lobby industriali nel corso degli ultimi due anni”.
Le grandi aziende hanno avuto un ruolo importante nelle iniziative europee più recenti, a partire dal Clean industrial deal (Cid), presentato a febbraio. L’accordo si concentra sulle industrie ad alto consumo di energia e punta, tra le altre cose, a ridurre i prezzi dell’energia, a far crescere la domanda per i prodotti a basse emissioni e a finanziare la transizione verde.
Ma il Corporate Europe observatory lo considera “un manifesto scritto dai grandi inquinatori e destinato a favorire i grandi inquinatori”. Invece di basarsi sul principio secondo cui “chi inquina paga, si fonda sull’idea che chi inquina ci guadagna, lasciando che a pagare il conto dell’inquinamento per la salute e l’ambiente sia la popolazione”.
Gli attivisti per il clima e i ricercatori concordano sul fatto che politiche incentrate sulla giustizia sociale potrebbero contribuire a neutralizzare i tentativi dell’industria di contrastare la transizione energetica.
In un rapporto pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) si legge che nel corso della transizione verso un’economia più verde e pulita, le politiche ambientali devono considerare le conseguenze sociali ed economiche per garantire uguaglianza e sicurezza per tutti i settori della società.
Secondo un’analisi del Conseil national des politiques de lutte contre la pauvreté et l’exclusion sociale (Cnle), le politiche climatiche ridistributive ed eque possono rafforzare l’inclusione sociale proteggendo le famiglie più vulnerabili. Le ricerche di E3G in Danimarca e Polonia indicano che è possibile costruire abitazioni che siano allo stesso tempo sostenibili ed economicamente accessibili.
“In regioni che non hanno le risorse per gestire la transizione energetica e finanziaria, gli sforzi per creare un’economia più pulita stanno già producendo risultati positivi”, spiega Giannelli. “La politica climatica può essere parte della soluzione per tutti i problemi”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è stato realizzato con il sostegno dello European media and information fund (Emif). Non riflette necessariamente le posizioni dell’Emif né dei suoi partner, la Calouste Gulbenkian foundation e lo European university institute.
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