Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi esistono due possibilità: o i responsabili raggiungono il loro obiettivo, oppure vengono fermati da una forza militare, e segue un processo di accertamento delle responsabilità.
Nel 1904 l’esercito imperiale tedesco avviò una campagna che quasi sterminò i popoli Herero e Nama in quella che allora era l’Africa sudoccidentale tedesca, oggi Namibia, attraverso espulsioni mortali nel deserto, incarcerazione in campi di lavoro forzato e omicidi a sangue freddo. Nessuno intervenne. Nel 1915 l’impero ottomano uccise un numero enorme di armeni che cercava di allontanare dal cuore dell’Anatolia oppure ne causò la morte con marce forzate. I deboli tentativi di assicurare alla giustizia gli ex capi di stato ottomani furono rapidamente abbandonati. Ancora oggi la Turchia nega il genocidio.
Al contrario, poiché il regime nazista fu sconfitto nella seconda guerra mondiale, il suo genocidio degli ebrei e gli altri crimini di massa furono giudicati a Norimberga. Altri genocidi che si conclusero con la sconfitta militare dei responsabili – come in Cambogia nel 1979, in Ruanda nel 1994 e in Bosnia nel 1995 – culminarono tutti in una sorta di resa dei conti, per quanto tardiva e incompleta. La negazione di quanto accaduto è così diventata impossibile.
Nel caso precedente dei genocidi che “ebbero successo” a causa dell’impunità dell’epoca o dell’assenza di una successiva assunzione di responsabilità, lo stato responsabile continuò a trarre vantaggio dalle proprie azioni criminali. L’invenzione e la codificazione del concetto di genocidio dopo la seconda guerra mondiale avevano lo scopo di impedire il persistere di questa dinamica di impunità e profitto.
Quello a cui abbiamo assistito a Gaza, dove Israele è accusato dinanzi alla Corte internazionale di giustizia (Cig) di aver commesso un genocidio all’indomani degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, sembra presagire un nuovo futuro per questo crimine.
È un futuro in cui altre nazioni o leader potrebbero avere un incentivo a perseguire politiche genocidarie, sapendo che non solo la faranno franca, ma potrebbero perfino trarne vantaggio. È un futuro in cui i paesi e le organizzazioni internazionali che si erano impegnati a fermare e punire i genocidi potrebbero autorizzarne il ripetersi.
Da quando l’attuale cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre e il piano in 20 punti del presidente statunitense Donald Trump è stato approvato dal Consiglio di sicurezza il 17 novembre, più di mille civili palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani. L’esercito controlla ora quasi il 70 per cento della Striscia. Due milioni di palestinesi, che in precedenza vivevano in una delle aree più densamente popolate al mondo, sono ora confinati in un terzo del territorio, cercando di sopravvivere in spazi devastati privi delle infrastrutture umanitarie di base.
Dopo il cessate il fuoco e lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, a metà gennaio è cominciata la seconda fase del piano di Trump, che si propone di realizzare la completa smilitarizzazione e ricostruzione della Striscia, sotto la gestione di un comitato tecnico palestinese di transizione. A supervisionare il processo è un consiglio di pace internazionale presieduto da Trump. A lungo termine, l’amministrazione Trump ha parlato della creazione di una futuristica “Nuova Gaza” da miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, starebbe progettando di costruire un’importante base militare e per il personale delle forze multinazionali. Questo condannerà inevitabilmente i palestinesi di Gaza al ruolo di operai edili e fornitori di servizi per i ricchi che abitano quella che un tempo era la loro terra.
Come siamo arrivati a questo punto?
La leadership politica e militare israeliana ha condotto un’operazione a Gaza che ha causato la morte di almeno 70mila persone (come ora ammesso dallo stesso esercito israeliano), la maggior parte delle quali civili; ha ferito quasi 200mila persone; e ha provocato un numero enorme di morti indirette a causa della totale distruzione delle strutture sanitarie, delle abitazioni e delle infrastrutture, nonché della privazione di cibo e acqua potabile. Come ho scritto nel luglio 2025, in qualità di studioso di genocidio, ritengo che si sia trattato di un tentativo concertato di distruggere i palestinesi di Gaza, in tutto o in parte, e che l’operazione abbia quindi soddisfatto i rigorosi criteri della definizione di questo crimine contenuta nella convenzione sul genocidio del 1948.
È improbabile che Israele debba rispondere delle proprie azioni. La Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e del suo ex ministro della difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nonché nei confronti di un funzionario di Hamas, che si è poi rivelato essere stato ucciso. Gli Stati Uniti hanno cercato di minare l’autorità della corte, e Netanyahu è andato ripetutamente alla Casa Bianca per, tra le altre cose, cercare di persuadere Trump a lanciare il suo attacco contro l’Iran, secondo quanto riferito. Israele potrebbe alla fine essere giudicato colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia, dove il Sudafrica ha presentato una causa separata contro Israele, ma le implicazioni di una simile sentenza non sono chiare finché Israele mantiene il sostegno degli Stati Uniti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che funziona come braccio esecutivo della Cig.
Pertanto, i leader israeliani probabilmente non saranno chiamati a rispondere delle loro azioni, a meno che non vengano a un certo punto consegnati alla Cpi da un nuovo governo israeliano non disposto a processarli in Israele e desideroso di ripristinare la reputazione internazionale della nazione. Questa possibilità è remota. In effetti, il piano in 20 punti di Trump aggira di fatto qualsiasi possibile forma di accertamento delle responsabilità o punizione per gli autori di questo crimine, promettendo un futuro radioso per chiunque sia coinvolto, anche se gli appelli al ripristino di una parvenza di normalità per i palestinesi difficilmente otterranno molta simpatia mentre Israele e i suoi alleati sono impegnati nella costruzione di una città ideale. Che senso avrebbe riesumare vecchie accuse quando sta per emergere un valoroso mondo nuovo?
Chi ci guadagna
È vero che Israele sta vivendo un crescente isolamento globale e una crescente disapprovazione tra gli statunitensi di ogni orientamento politico, ma è proprio questa tendenza che i piani patinati per una nuova Gaza potrebbero attenuare o addirittura invertire: persuadendo un’opinione pubblica distratta in un mondo travagliato che la questione di Gaza sia stata risolta per la soddisfazione di tutti.
Il piano di Trump, se la sua visione dovesse mai realizzarsi, significherebbe che il governo degli Stati Uniti o gli imprenditori statunitensi che operano per suo conto venderebbero i diritti di locazione e di costruzione su terreni espropriati ai residenti, il cui valore è destinato a salire alle stelle.
Un gruppo di magnati immobiliari, tra cui probabilmente Jared Kushner, Steve Witkoff e lo stesso Trump, o le società da loro promosse, trarrebbe in questo modo un’enorme fortuna per le imprese e gli investitori, trasformando la cancellazione della Striscia in un’opportunità di investimento internazionale. Mentre il litorale sarebbe dominato da immobili di pregio costituiti da torri multiuso apparentemente destinate all’acquisto da parte di stranieri e al turismo – garantendo profitti ai promotori immobiliari – i palestinesi sarebbero quasi certamente esclusi dal mercato immobiliare su quella che un tempo era la loro terra a causa dei prezzi troppo elevati. Il piano non solo cancellerà quasi completamente la storia e la società di Gaza, ma la trasformerà anche in un’economia di libero mercato per le società straniere a cui vengono offerte “incredibili opportunità di investimento”, come ha affermato Kushner.
La realizzazione della cosiddetta “riviera” di Trump dipenderebbe dall’impegno di ingenti somme di denaro da parte dell’Arabia Saudita e degli stati del Golfo, con la promessa di garantire legami strategici ed economici ancora più stretti con gli Stati Uniti. Per ora, l’Arabia Saudita e il Qatar, così come la Turchia, l’Egitto e l’Indonesia, hanno manifestato il loro interesse aderendo al consiglio di pace di Trump. Israele, man mano che il consiglio di pace consolida il suo controllo e Gaza viene ricostruita, compirebbe un ulteriore passo avanti verso il suo obiettivo a lungo termine di annientare le speranze dei palestinesi di mettere fine all’occupazione israeliana dei loro territori.
Quello che resta
Anche altre nazioni, rifiutandosi di chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni, ne trarranno vantaggio. La Germania è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti e ha firmato importanti contratti per l’acquisto di tecnologia militare da Israele. La Germania peraltro si sta difendendo dinanzi alla Cig dalle accuse del Nicaragua di aver facilitato il genocidio a Gaza finanziando Israele e tagliando gli aiuti all’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi; ha quindi tutto l’interesse politico ed economico a far sparire la questione dall’ordine del giorno (la Germania ha negato le accuse). Si ritiene che il Regno Unito abbia usato le sue basi militari a Cipro per sostenere Israele e stia cercando di migliorare le sue relazioni con gli Stati Uniti. La Francia sta cercando di mantenere la sua influenza politica nel Levante e di voltare pagina sulla questione del genocidio a Gaza, che, secondo il presidente Emmanuel Macron, sarà determinata dagli “storici, a tempo debito”.
Anche Israele ne sta traendo profitto. Anche se alcuni governi europei hanno annullato accordi sulle armi e sanzionato aziende israeliane del settore della difesa in risposta alla violenza israeliana a Gaza, gli affari sono rimasti vivaci per l’industria degli armamenti dello stato ebraico. Lo scorso anno le esportazioni di armi israeliane sono aumentate del 30 per cento rispetto al 2024, raggiungendo il record di 19,2 miliardi di dollari, secondo Calcalist, un sito di notizie finanziarie israeliano, e il collaudo in condizioni di combattimento dei sistemi d’arma a Gaza serve come argomento di vendita, riferisce lo stesso giornale. In altre parole, seminare distruzione porta profitti.
Per ora, l’impunità di Israele consentirà ai suoi cittadini ebrei di continuare a ignorare il genocidio, le cui conseguenze saranno un progressivo degrado dell’etica e della moralità israeliane, l’erosione dello stato di diritto, la violenza della polizia interna contro i cittadini palestinesi ed ebrei dello stato e l’indebolimento di quello che resta della democrazia israeliana. Oltre a essere private di qualsiasi giustizia e accertamento delle responsabilità per le loro sofferenze, le vittime delle azioni israeliane a Gaza continueranno a vivere in condizioni disastrose, sotto supervisione militare e con prospettive future molto limitate.
Da quando il ministro della difesa Israel Katz avrebbe proclamato nel luglio 2025 che Israele stava pianificando di istituire una “città umanitaria” nella parte meridionale della Striscia di Gaza, le condizioni effettive sul campo non hanno fatto che peggiorare. Sembra plausibile che il piano di Trump sarà facilitato da una forza internazionale, coadiuvata dal personale di sicurezza palestinese e dall’esercito israeliano, per confinare la popolazione in quelle città, dalle quali si potrà uscire solo per prestare servizio ai ricchi residenti della cosiddetta Nuova Gaza. Nelle vaste aree della Striscia che rimangono sotto il controllo israeliano, è probabile che vengano stabiliti nuovi e fiorenti insediamenti ebraici.
Trump ha affermato che il consiglio di pace alla base di questa trasformazione collaborerà, a un certo punto, con le Nazioni Unite, ma molti temono che comprometterà l’organizzazione mondiale. Una conseguenza di questo cambiamento nell’ordine postbellico sarebbe lo svuotamento del diritto internazionale umanitario e delle due corti internazionali istituite per tutelarlo, facendo in modo che qualsiasi speranza di assicurare alla giustizia i responsabili politici israeliani rimanga nient’altro che un sogno irrealizzabile e segnalando alle altre nazioni che anche a loro sarà concessa l’impunità.
Alcuni potrebbero obiettare che il caso di Gaza sia a sé stante, poiché Israele gode di una posizione internazionale unica grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti e al ricorso all’eredità dell’Olocausto. Forse altri stati non possono aspettarsi di essere ricompensati e potrebbero perfino essere puniti se compiono un genocidio. Tuttavia, quello che vediamo oggi costituisce un precedente straordinario, che ha il potenziale di minare l’intera premessa del genocidio come crimine punibile in base al diritto internazionale nel secondo dopoguerra.
Se i piani attualmente in fase di elaborazione per Gaza andranno avanti, il genocidio potrebbe finire per essere visto da alcune nazioni come l’estensione legittima e redditizia della politica con altri mezzi. Come minimo, altre nazioni che avranno tratto in qualche modo beneficio dal genocidio potrebbero essere meno propense a chiamare i futuri responsabili a rispondere delle loro azioni. Raphael Lemkin, l’uomo che coniò il termine nel 1944 e che quattro anni dopo si batté per l’adozione della convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, aveva sperato di impedire questo esito. Ma il futuro dei genocidi potrebbe benissimo essere proprio questo.
(Traduzione di Davide Lerner)
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