Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Anonima, 71 anni

Il primo giorno

“Nel 1973, durante il mio primo viaggio in Asia, mi innamoro perdutamente di un amico di un amico che mi ospita a Pechino. È un ingegnere, ha qualche anno più di me e corrisponde in tutto e per tutto al mio ideale maschile: alto, capelli scuri, colto. Solo che non è libero. Quando sua moglie scopre la natura della nostra relazione, ci lasciamo tragicamente e io, inconsolabile, prendo un volo per la Thailandia.

A Chiang Mai, nel nord del paese, passo qualche giorno in un quattro stelle della catena alberghiera diretta da mio zio. Sempre premuroso, mi ha riservato la grande camera dell’architetto che ha progettato l’edificio. Un giorno, per distrarmi, vado da sola a una serata danzante dove un uomo con i capelli ricci mi invita a ballare un lento. Dall’alto del suo metro e novanta mi fa pensare a una statua greco-romana; ne sono lusingata. Stretto a me, mi sussurra all’orecchio: ‘You make me melt’, mi fai sciogliere. Le sue parole addolciscono la mia pena d’amore, mi lascio sedurre e lo invito a salire in camera mia.

Si chiama Klaus, è tedesco e viaggia con un amico. È un grande collezionista di conchiglie, ‘dalla più grande alla più piccola’, mi spiega. A volte le pesca, ma il più delle volte le compra o le scambia. La sua vita poetica mi incanta.

Quando comincia a spogliarsi, gli confesso che non voglio superare il limite. Ho ventiquattro anni e mezzo e mi sono fissata l’età di venticinque anni per fare il grande passo. È ridicolo, ma ho dei princìpi. La liberazione sessuale, Katmandu, la droga, non fanno per me. Probabilmente dipende dalla mia educazione cattolica: quando ero in collegio dalle suore devo aver seguito una lezioncina sull’accoppiamento, e niente di più. Klaus è sorpreso, è la prima volta che sente una cosa del genere da una donna della mia età. Ma rispetta la mia scelta. Sono convinta che se un uomo tiene a me, deve saper aspettare. Passiamo la notte insieme, abbracciati.

I giorni successivi visitiamo dalla mattina alla sera i templi e le pagode dei dintorni. Ci divertiamo molto: io lo chiamo ‘l’imperatore’ a causa del suo cognome, lui mi soprannomina ‘l’aristocratica’ perché tra i miei antenati ci sono dei nobili. Dentro di me non sono sicura di voler costruire qualcosa con lui, perché ho ancora l’ingegnere nel cuore, e non ho intenzione di lasciare la Francia né la mia famiglia per raggiungerlo in Germania, dove vive sua figlia di cinque anni. Nonostante tutto, mi convinco di essere innamorata di lui, visto che lui mi ama. Voglio credere alla nostra storia senza volerla davvero.

Qualche settimana dopo mi raggiunge a Parigi, dove ormai lavoro come interprete. Passeggiando per il quartiere latino mi accorgo che conosce benissimo i giardini del Lussemburgo e la fontana di Saint-Michel, nonostante ci sia stato solo una o due volte. La cosa mi turba: e se i suoi genitori fossero stati dei nazisti che avevano vissuto lì durante l’occupazione? Cerco di saperne di più, ma lui rimane sul vago.

La sera sono pronta a fare il grande passo, perché ho appena compiuto venticinque anni. Ma la nostra prima notte non va come previsto: probabilmente sono un po’ tesa. Così l’indomani mattina mi risveglio ancora vergine.

Dato che ho prenotato un albergo di fronte a casa mia per rimanere nel mio ambiente, propongo a Klaus di fare colazione con mia madre. Sul momento non si mostra a disagio, ma mi confesserà, più tardi, di averlo trovato strano. Non ha tutti i torti. La sera, finalmente, supero il mio limite. Tutto sommato non cambia granché per me, ma questo rafforza i nostri sentimenti”.

L’ultimo giorno

“Dalla Francia ho cominciato a cercare lavoro in Germania. Non ho fretta di lasciare la mia famiglia, ma ho voglia di vivere con Klaus. Nel frattempo ci vediamo regolarmente a Parigi o a Francoforte. Arriverà tra qualche ora e non vedo l’ora di riabbracciarlo. Indosso un vestitino in tessuto Liberty, sui toni del verde, un po’ esotico, con delle ballerine alla Audrey Hepburn. Mi metto del fard rosa sulle guance, ma non mi trucco gli occhi perché mi fa lacrimare.

Di solito mi chiama da una cabina telefonica appena atterra. Ma le ore passano e non ho sue notizie. Gironzolo a vuoto nel mio monolocale. Forse ha perso l’aereo? Forse il suo volo è in ritardo? Comincio a farmi prendere dal panico e decido di andare all’aeroporto. Salgo sulla mia Renault 4 e parto a tutta velocità. Alla guida sono sempre stata spericolata, batto ogni record di velocità. Aspetto due ore nella sala degli arrivi, ma di Klaus ancora nessuna traccia. Sono distrutta, ce l’ho con lui.

Il giorno dopo riesco finalmente a sentirlo al telefono. Si scusa per aver perso l’aereo. Non gli credo, voglio sapere cosa è successo. Dieci giorni dopo prendo un treno per Francoforte. Mi accoglie calorosamente, il che mi rassicura un po’ ma, non appena esce a fare una commissione, non posso fare a meno di frugare tra le sue cose. Scopro in un cassetto della sua libreria delle fotografie alla rinfusa e mi imbatto nel ritratto di una bella ragazza. Sul retro c’è scritto: ‘Ich liebe dich’, ti amo.

A giudicare dalla data, lo scatto risale a due settimane prima. Sono pazza di gelosia e ricomincio a frugare ovunque. Sotto il letto vedo due pistole! Aiuto! Mi calmo pensando che probabilmente gli servono per difendersi. Quando ritorna non riesco a tenermi la cosa dentro: la ragazza, i revolver, da dove cominciare? Comincio con le pistole, mi rassicura spiegandomi che servono a proteggere la sua collezione di conchiglie custodita in cantina. Passo poi alla ragazza, cerco di farlo parlare, e alla fine mi confessa che fa parte del passato, sono pronta ad accettarlo perché sono troppo legata a lui per dimenticarlo. Mi convinco che non sia nulla di importante, anch’io dopotutto ho avuto una scappatella sotto un portico a Parigi, dove ho baciato un collega.

A Parigi mia madre mi consola preparandomi un tè. È piuttosto fatalista: ‘Se deve durare, durerà’. Qualche settimana dopo per farsi perdonare mi raggiunge a Parigi durante le vacanze di Natale. Alloggiamo in un albergo a Saint-Germain-des-Prés, perché il mio monolocale è in ristrutturazione. Ci amiamo alla follia.

La mattina del 25 gli dico che andrò a pranzo da miei zii. È una tradizione. Siccome non l’ho ancora presentato a tutta la famiglia, non lo invito. Lasciandolo in albergo, gli auguro un buon Natale. Lui non reagisce. A fine giornata chiamo la reception per avvertirlo che ho finito. Mi dicono che è uscito. Richiamo un po’ più tardi: non è ancora rientrato. Richiamo: ‘Ma è partito con la valigia?’. ‘Sì, sì, con la valigia, ma ha lasciato la sua’. Impazzisco. Se n’è andato! Non smetto di piangere, sono a pezzi.

Il giorno dopo mi lascia con calma al telefono: ‘Pensa, in aereo ho incontrato quella che diventerà la mia futura moglie. Sei troppo complicata’. Piango, non voglio crederci, anche se nel profondo non sono neanche sicura che avrei potuto vivere lontano dai miei cari. Forse non l’avrei seguito, ma volevo tenerlo, tenerlo per me”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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