Questo articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2015 nel numero 1133 di Internazionale.
Due miliardi e 400mila dollari. Ecco quanto valgono le persone riunite in questa mattina di giugno a New York, nella sala conferenze del lussuosissimo albergo Trump SoHo. Ed è una valutazione per difetto: nella sala ci sono 48 persone tra i 22 e i 35 anni, ognuna delle quali un giorno avrà un patrimonio di almeno cinquanta milioni di dollari. Per essere invitati a questa conferenza, il patrimonio dev’essere di mamma e papà. Infatti si tratta di un “corso di addestramento per la gestione patrimoniale” rivolto esclusivamente a quelli che il mondo della finanza chiama i nextgen, cioè la prossima generazione di ricchi eredi.
Con il numero di milionari in continuo aumento in tutto il mondo – secondo il Credit Suisse e l’Ubs, nel 2014 c’erano 2.325 miliardari, mentre nel 2019 ci saranno 53 milioni di milionari – sta crescendo sempre di più anche il mercato dei servizi per futuri eredi. Al riparo dagli sguardi indiscreti i futuri eredi sono ascoltati, vezzeggiati, coccolati, lusingati.
Sono in tanti a occuparsi di loro: le banche, che vogliono mantenere il controllo anche sui discendenti dei clienti più ricchi; i family offices, strutture specializzate nella gestione patrimoniale; le associazioni incaricate di formarli e di offrirgli una rete di sostegno; le organizzazioni di beneficenza, che contano di farne dei generosi donatori; gli psicologi chiamati per disinnescare i possibili conflitti familiari; le università private, che organizzano programmi su misura per loro. Tutti sono in prima linea per smentire il proverbio: “La prima generazione costruisce, la seconda mantiene, la terza distrugge”.
Questa mattina a New York l’incontro è organizzato dalla banca svizzera Ubs. Nella hall dell’albergo non si scorge alcun indizio di quest’incontro molto esclusivo. Al terzo piano, invece, l’istituto finanziario ha fatto le cose in grande: accoglienza personalizzata, presenza di tutti i grandi dirigenti della banca, colazione raffinata.
I futuri eredi arrivano alla spicciolata, hanno lo sguardo un po’ disorientato, il volto teso, l’andatura esitante. Alcuni hanno curato il loro aspetto per apparire seri e motivati: i ragazzi indossano vestiti scuri con il fazzoletto nel taschino e cravatte chiare, mentre le ragazze portano scarpe con il tacco basso e gonne strette in vita. Arrivano da diverse zone degli Stati Uniti e non si sono mai incontrati prima. Non sanno dove né con chi sedersi, sono affiancati dal loro consigliere di fiducia, che non li perde mai di vista. Questi babysitter di lusso sono sempre sul chi vive. Uno di loro, Drew, sorriso smagliante e scarpe lucide, è arrivato da San Francisco con le due figlie, di 22 e 26 anni, del suo cliente più importante: “Se le perdi di vista anche un secondo, rischi di fartele rubare da un collega”, mi dice.
Gli eredi si alzano a turno e si presentano con poche parole: “Mi guadagno da vivere fabbricando pretzel e non mi piace il cioccolato”; “Lavoro con mio padre nel settore immobiliare, mi piacciono il whisky, il golf e il cinema”. Non hanno niente in comune a parte il fatto che un giorno saranno ricchi e non sanno niente del mondo della finanza.
L’Ubs gli mette a disposizione i suoi migliori esperti, incaricati di affrontare i temi indispensabili per il “bravo” erede: obbligazioni, tassi d’interesse, beni immobili, investimenti alternativi, prestiti, contratto matrimoniale. La prima sessione del corso riguarda le azioni in borsa. Interviene Jonathan Woloshin, un uomo sulla cinquantina con i capelli grigi, le bretelle, la cravatta rossa e la spilla della bandiera statunitense sul risvolto sinistro della giacca. Woloshin è un analista dei mercati borsistici e dirige l’ufficio ricerche dell’Ubs. Con il suo modo di parlare rapido alla Woody Allen, dispensa la prima lezione della giornata, intitolata: “Perché la gente compra azioni?”. Woloshin fa riferimento a film come Wall street e Una poltrona per due, e con abilità organizza una presentazione piena di immagini e di disegni. È importante mantenere viva l’attenzione del suo pubblico.
In tutto il mondo gli istituti finanziari controllano con attenzione questi ragazzi per la semplice ragione che gli eredi, non appena i genitori passano a miglior vita, hanno la fastidiosa tendenza ad andare altrove. “Dobbiamo conquistare la loro fiducia prima che ereditino”, spiega Judy Spalthoff, manager del settore gestione patrimoniale dell’Ubs e principale responsabile dei programmi per i nextgen organizzati negli Stati Uniti, a Londra, a Singapore e in Svizzera. “Se non si crea subito un legame con loro, andranno via”, conferma Money K., responsabile del dipartimento nextgen della Citigroup. E aggiunge: “Più di mille figli di ricchi clienti in tutto il mondo hanno seguito le nostre conferenze”.
Una di queste comprende un seminario sulle vendite all’asta organizzato da Christie’s, che per l’occasione ha preparato una vendita finta. “Le famiglie di questi ragazzi spesso possiedono delle collezioni di oggetti preziosi e noi cerchiamo di insegnargli a guardare e a valutare le opere d’arte”, racconta Money K. “Gli diamo un catalogo e una somma da investire, e loro devono spiegarci perché hanno fatto una certa offerta su una determinata opera”.
Ma le banche non sono le uniche a interessarsi a questi futuri eredi. L’Institute for private investors (Ipi), un’organizzazione specializzata “nell’educazione alla gestione patrimoniale” a cui fanno capo trecento famiglie in tutto il mondo (l’80 per cento negli Stati Uniti), organizza a New York delle lezioni con ospiti prestigiosi. A maggio circa quaranta nextgen hanno potuto ascoltare Dylan Lauren, la figlia del celebre stilista Ralph, raccontare il successo della Dylan’s Candy Bar, la rete di negozi di caramelle che ha creato nel 2001. Dylan ha spiegato come gestire il nome di famiglia, come farne un punto di forza, come lanciare il proprio marchio e così via.
All’Insead, la prestigiosa scuola di commercio vicino a Fontainebleau, in Francia, nel corso del programma Family enterprise challenge (il costo è seimila euro a testa per cinque giorni) i partecipanti arrivano con fratelli, sorelle e genitori per studiare dei casi fittizi. Ecco un esempio: una madre chiama la figlia per annunciarle la decisione di vendere l’hotel a un gruppo che le ha fatto un’offerta interessante. Che fare? Prima di tutto bisogna analizzare la situazione familiare: origini, matrimoni, divorzi, suicidi, dispute, cose non dette, situazione dei nipoti, tutto è passato al setaccio. Vendere o non vendere? Se sì, a quali condizioni? Le famiglie hanno tre ore e mezzo per studiare il caso.
A Londra la società di consulenza Deloitte usa un metodo diverso. Gli apprendisti eredi vanno a fare una passeggiata: danno un’occhiata alle cucine di un ristorante, girano per i quartieri poveri della città, visitano associazioni di beneficenza. “L’obiettivo è di farli entrare in contatto con la realtà che li circonda, anche se a volte è difficile educarli”, dice Peter Leach, dirigente della Deloitte. “Alcuni continueranno a vivere di rendita e non possiamo farci niente”.
Servizi filantropici
In generale la filantropia è il modo migliore di rivolgersi a questi ragazzi senza annoiarli. “È bello che la nuova generazione sia socialmente più consapevole”, dice Mindy Rosenthal, presidente dell’Ipi a New York. “Questi ragazzi vogliono avere un’influenza positiva”.
Non a caso da qualche anno le banche hanno creato dei dipartimenti specializzati in servizi filantropici. Alla conferenza dell’Ubs l’animatore principale è William Sutton, responsabile dei servizi filantropici negli Stati Uniti. Will, come lo chiamano i suoi colleghi, ha i capelli lunghi e somiglia ai giovani che vuole sedurre. Attira la loro attenzione citando un dato che li fa rabbrividire: “Solo il 9 per cento dei componenti della terza generazione riesce a conservare il patrimonio di famiglia”.
Questa percentuale non è sfuggita a quelli della famiglia Hewlett-Packard, che s’incaricano personalmente di preparare i loro discendenti: tutti i futuri eredi, infatti, devono passare per la Flora family foundation, creata alla fine degli anni novanta. È così che si è formata Marianne Gimon, 39 anni, nipote di uno dei fondatori del colosso dell’informatica: “Ognuno dispone di 50mila dollari da dedicare a una causa”, racconta. “Mia cugina aveva dodici anni quando seguì qui il primo corso, e in quell’occasione diede quattromila dollari a un’associazione che si occupa di bambini”.
Sensibilizzare gli eredi fin dall’infanzia è l’obiettivo di alcuni dei responsabili di questi corsi. L’Ubs, per esempio, ha lanciato un programma pilota online destinato ai bambini delle elementari. Si chiama “Capire il denaro” e prevede l’uso di giochi in 3d, video e animazioni, oltre a un social network specifico.
A Saint Louis, negli Stati Uniti, la Matter family office gestisce invece la fortuna di una cinquantina di famiglie statunitensi e segue i bambini fin dall’età di sei anni. Nella sua sede c’è una stanza dove si svolgono i money camps, piccoli corsi di familiarizzazione al denaro. I muri e il soffitto sono tappezzati da gigantesche riproduzioni di banconote da cento dollari.
“Crea un ambiente molto divertente”, dice Diane Milburn, 66 anni, insegnante in pensione e dipendente della Matter. Capelli castani a caschetto, maniere raffinate e sorriso gioviale, Milburn va in giro per gli Stati Uniti per organizzare “interventi” presso le famiglie, inventando mille astuzie per divertire i futuri eredi e al tempo stesso per trasmettergli “il senso di responsabilità”. Ai più giovani insegna a riconoscere e a contare le monete: “Molti non le hanno mai viste, i loro genitori sono abituati a tirare fuori la carta di credito o a usare conti prepagati”.
Quando hanno dieci anni, li manda al centro commerciale con una lista della spesa e una somma di denaro. Devono confrontare i prezzi, comprare in modo intelligente, non spendere tutto e soprattutto distinguere tra la necessità e il piacere. A dodici anni gli dà duecento dollari per organizzare un pomeriggio in famiglia, compresa la cena. Queste esperienze servono per far capire meglio la realtà a persone che di solito vanno in vacanza in jet privato in luoghi da sogno.
Milburn fa anche comprare ai suoi allievi delle finte azioni in borsa. Dopo ogni sessione manda un piccolo rapporto e le sue raccomandazioni ai genitori, a cui fornisce anche un mazzo di 52 carte create per avviare il dialogo in famiglia. A ogni carta corrisponde una domanda: per te è più importante amare il lavoro che fai o guadagnare molto denaro facendo un lavoro che non ti piace? Come vorresti essere ricordato? Quale organizzazione di beneficenza ti farebbe piacere sostenere e perché?
Alcuni si chiedono se tutti questi insegnanti non finiscano per sostituirsi ai genitori. “C’è chi mi dice che preferisce parlare di sesso con i figli, non di denaro”, esclama Whitney Kenter, della Matter. Si credeva che i genitori statunitensi fossero disinibiti rispetto al denaro, ma nel caso dell’eredità si chiudono nel silenzio, come gli europei.
Un ranch alle Hawaii
Nella famiglia Russell l’argomento è stato accuratamente nascosto. “Da noi non si è mai parlato di niente, tanto meno del patrimonio di famiglia”, si rammarica Zac Russell. Grassottello e con il volto paffuto, il ragazzo parla lentamente ma a lungo. A 27 anni cerca di sintetizzare la storia della sua vita, in cui fa fatica a mettere ordine.
Suo nonno paterno fece fortuna nella finanza senza mai lasciare Tacoma, piccola città a sud di Seattle. I suoi genitori erano degli hippy e hanno vissuto a lungo nel rifiuto della ricchezza per poi regalarsi un ranch di 160 ettari alle Hawaii e uno yacht. “Ma voliamo sempre in classe economica”, precisa il ragazzo. A dodici anni, quando ha fatto i conti per la prima volta, ha calcolato il prezzo di vendita dell’azienda di famiglia: secondo le sue stime vale un miliardo di dollari. “Già allora”, dice, “non ne potevo più di tutti questi segreti”. E ancora oggi non sa niente di cosa l’aspetta e quando.
Nel 2013 Zac ha creato una società di consulenza in storytelling, che aiuta cioè i suoi clienti a trasformare la loro storia personale in una strategia d’impresa. “Per ottenere una piccola somma con cui cominciare ho dovuto sostenere il mio progetto davanti all’azienda di famiglia”, racconta. “Sai di essere ricco ma in realtà non hai niente. Non è normale”.
Zac è lucido e interviene regolarmente alle conferenze dell’organizzazione non profit Nexus, una sorta di “comunità planetaria” di futuri ricchi generosi. Fondata nel 2011, riunisce duemila ragazzi di settanta paesi con l’obiettivo di metterli in contatto con gli imprenditori sociali. Zac è stato invitato alla Casa Bianca, al congresso degli Stati Uniti e alle Nazioni Unite per il solo fatto che un giorno sarà ricco. Conteso dalle banche, ha partecipato a diverse conferenze alla Hsbc e alla Citibank. “Lì non sono più né un ciccione né il figlio viziato di ricchi”, dice sorridendo. “In realtà si tratta soprattutto di terapie di gruppo”.
Le banche e le altre organizzazioni attente a quest’élite di eredi ricorrono agli psicologi per formare i loro consiglieri o per occuparsi direttamente delle famiglie. “Spesso questi ragazzi sono depressi”, sottolinea Xavier Gautier, uno psicologo specializzato in famiglie ricche. Dietro le quinte quest’uomo discreto di cinquant’anni si occupa dei più importanti eredi di Francia in uno dei momenti più delicati della loro esistenza: la preparazione alla successione. Da oltre quindici anni lavora per “aiutarli a lottare contro il rifiuto, gli abbagli, i silenzi e i tabù”.
La sua attività “funziona molto bene”, assicura Gautier. Inutile chiedergli i nomi, è talmente riservato che mette addirittura dei codici alle sue cartelle mediche. “Nessuno deve sapere che in una famiglia c’è un conflitto e si rischia l’implosione”. Non farebbe bene agli affari né all’economia. Infatti un giorno la maggior parte di questi futuri eredi non avrà solo un ricco conto in banca, ma anche un’azienda e dei dipendenti. “Se si rischiasse di perdere solo un portafoglio di titoli o del denaro contante non sarebbe la fine del mondo”, dice un consulente. “Ma qui si tratta dell’intera azienda”.
Luc Darbonne, ex amministratore delegato della Daregal, un’azienda che produce spezie ed erbe aromatiche, è stato uno dei pazienti di Gautier. Oggi, a 65 anni, sembra soddisfatto. Da quasi due anni suo figlio Charles ha preso in mano le redini dell’azienda. “Con successo”, si rallegra il padre, che ora è presidente della sezione francese del Family business network, un’associazione che ha 27 filiali sparse per il mondo e riunisce novemila proprietari di aziende a conduzioni familiare. Darbonne organizza a sua volta conferenze e incontri per i nextgen.
In un mondo segnato dagli eccessi del capitalismo selvaggio, l’impresa di famiglia è un valore sicuro. “Queste aziende sono più stabili, hanno una visione a lungo termine, azionisti più pazienti, un nome da difendere e concludono una sorta di contratto sociale implicito con la comunità in cui operano”, spiega Christine Blondel, ricercatrice dell’Insead e fondatrice di FamilyGovernance, una società di consulenza sulla successione nelle imprese a conduzione familiare. “È importante formare gli eredi per farne dei bravi dirigenti o azionisti”. Secondo Gautier è impossibile dire se questi sforzi saranno ripagati: “Nessuno può prevedere le conseguenze sociali di una generazione che non ha guadagnato niente e che si è limitata a ereditare”. Lo scopriremo molto presto.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Questo articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2015 nel numero 1133 di Internazionale.
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