Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Marthe, 38 anni.

Il primo giorno

“Sono molto felice. Ho una figlia e un marito. È successo tutto molto in fretta: la maternità, il lockdown, la nostra bolla familiare nella casa che abbiamo comprato. Prima avevo l’impressione di trovarmi nella sala d’attesa della mia vita. Le donne sono condizionate a pensare di vivere a metà finché non incontrano il padre dei loro figli. A vent’anni la ricerca di un compagno ha occupato un sacco di spazio nella mia vita. Avrei voluto viverla con più leggerezza, anche se comunque me la sono goduta. Ma c’era sempre la pressione di non perdere tempo per poter finalmente entrare, grazie a una relazione, nella vita, quella vera.

Con mio marito ho capito subito che era quello giusto. L’ho incontrato quando sono arrivata nell’agenzia di comunicazione in cui lavoro: era così divertente, acuto e dolce. Ma una volta costruito questo edificio, ho provato una sorta di vertigine: ero uscita dai tormenti dell’essere single, ma adesso? La mia vita sarebbe stata così fino al cimitero? Dove sono i brividi, i rischi, le cose che graffiano e disturbano?

Con la nascita di mia figlia ho scoperto un nuovo potere. Mi sento bene con me stessa, più desiderabile, meno intrappolata nei miei piccoli complessi del cazzo. E l’amore di mio marito mi dà sicurezza. Ho 36 anni, sono al massimo delle mie potenzialità e ho voglia di approfittare di questo stato di grazia per esplorare il mio desiderio.

È primavera, entro in una libreria per comprare un libro musicale a mia figlia. Il proprietario mi parla del suo negozio, che usa per promuovere nuovi autori. In fondo c’è un bar e, appoggiato al bancone, qualcuno sta bevendo un caffè. Barba di tre giorni, cappellino con la visiera all’indietro: Simon è un giovane scrittore sostenuto dal libraio. Lo saluto, è piuttosto freddo. ‘Scrivi?’, gli chiedo un po’ impacciata. Lui borbotta di sì e mi risponde, senza grande cordialità, che ha i postumi di una sbornia. Chiacchieriamo, gli spiego che anch’io scrivo racconti, che mi annoio nel mio lavoro e che ammiro le persone che riescono a vivere della propria scrittura.

Alla fine vado via, ho l’impressione che mi parli più per educazione che per reale interesse. La sera stessa comincio a seguirlo su Instagram, mi incuriosisce. Voglio vedere se posso averlo. Quando il suo libro esce a fine giugno, lo ordino su Amazon. Comincio a leggerlo, mi piacciono il tono, l’ironia, il suo sguardo sulle piccole cose della vita quotidiana, quel mondo di adorabili perdenti. Simon appartiene alla categoria di uomini che cercavo quando ero più giovane. Con le mie amiche li chiamavamo i ‘furbetti’, quei ragazzi arroganti e distaccati che amavamo tanto a trent’anni ma che, invariabilmente, ci facevano soffrire.

È il primo uomo che guardo davvero da quando sono in coppia. Ne parlo con la mia migliore amica, che mi vede ridere sulla spiaggia, immersa nella lettura, mentre i nostri figli si divertono tra le onde e i nostri compagni preparano l’aperitivo. Sono entusiasta di avere finalmente qualcosa da raccontare: le persone felici non hanno niente da dire. Le vacanze all’Île de Ré sono piacevoli, ma non vedo l’ora di tornare al lavoro e ricontattare Simon. Quando gli invio in privato una foto del suo romanzo appoggiato sulle mie cosce abbronzate, lui mi chiede cosa ne penso. Gli rispondo con tono provocatorio che non mi è piaciuto il finale.

Una sera di settembre mi vedo con la mia amica nel suo quartiere. Scrivo a Simon un messaggio a caso: ‘Avresti dei bar carini da consigliarmi nel nono arrondissement?’, quando in realtà li conosco tutti a memoria per quanto li ho frequentati negli ultimi quindici anni. Mi invia una lista dettagliata e ricca di commenti, accennando al suo bar preferito, un bar-ricevitoria un po’ losco. Lo incontro davanti alla chiesa di Notre-Dame-de-Lorette. Mi avvicino a lui, con il mio vestito estivo e piuttosto brilla, mentre lui mi guarda come a dire: ‘Ma chi è questa milf che vuole farela cattiva ragazza?’. Farfuglio una frase incomprensibile, lui ride, perché invece è perfettamente sobrio: ‘Ma che dici? Non ho capito niente’.

Al tavolino all’aperto ordino una camomilla mentre lui beve una pinta di birra. Non smettiamo di parlare. Sono le due del mattino, il proprietario abbassa la serranda e ci lascia il tavolo e le due sedie. Restiamo soli sul nostro angolo di marciapiede nella strada vuota. Mio marito mi scrive per chiedermi che sto facendo. Devo tornare a casa. Accompagno Simon sotto casa sua. Con la mia bicicletta tra le mani, le nostre braccia si sfiorano. Penso sia un caso, ma la cosa diventa troppo frequente. Ogni contatto mi elettrizza, la tensione sessuale è enorme.

Voglio fermarmi lì, sulla perfezione di quella serata. A casa mia figlia fa un incubo, passo la notte a cullarla con il sorriso sulle labbra. Non vedo l’ora di scoprire cosa succederà dopo. Gli scrivo il giorno successivo, ci scriviamo continuamente, ogni ora. È in piena promozione del suo libro, ho l’impressione di vederlo ovunque. Io invece brillo per la mia assenza, con la mia vita scandita dal lavoro e dalla scuola di mia figlia. Alimento il suo desiderio lasciandolo spesso sulle spine, ma ho anche paura di tradire mio marito. Gli ho perfino scritto: ‘Vuoi sapere cosa succederà? Ti farò un pompino, andremo a letto una dozzina di volte, poi ti stancherai e io mi ritroverò a dover ricostruire il mio matrimonio’.

Un giorno decide di interrompere i contatti: ‘Ti vorrò sempre bene, ma ti blocco, non volermene’. Mi ritrovo con un pugno di mosche, il che mi rende furiosa. La sera stessa firma le copie del suo libro nella libreria dove ci siamo conosciuti. Ci vado, pensando a quella frase di un film di Truffaut in cui il regista fa dire a Jean-Pierre Léaud: ‘Mi piacciono le ragazze che non hanno dignità’. Quando mi vede sulla soglia, Simon ha quello sguardo che sembra dire: ‘Ma come devo fare con te?’.

Arriva mezzanotte, voglio andarmene, lui mi trattiene. Saliamo a casa sua. L’ambiente è come lo immaginavo, una mansarda con un letto che occupa tutta la stanza. Facciamo l’amore in modo timido e impacciato. Questo mi dà il colpo di grazia e mi innamoro perdutamente di lui”.

L’ultimo giorno

“Un pomeriggio siamo a casa sua, a letto. Sento che sarà l’ultima volta che ci vediamo. Spesso giochiamo a: ‘Sul podio in che posizione sono?’. ‘Sei la mia numero uno!’, esclama lui. Io gli rispondo sempre che è il numero due, dietro a mio marito. Ma quel giorno depongo le armi, mi arrendo e gli dico che sono a pari merito. Sento un’enorme tristezza. Scendiamo insieme in strada, io prendo la mia bicicletta e lui se ne va a un appuntamento.

C’era già stato un primo campanello d’allarme quando mi aveva chiamata per dirmi che forse aveva un’infezione sessualmente trasmissibile. Ero distrutta, non tanto per il rischio sanitario, visto che ci eravamo sempre protetti, ma perché ormai sapevo che aveva altre relazioni oltre alla nostra. Mi ero illusa che Simon non facesse altro che aspettare i nostri incontri, e invece no. Mi dicevo che c’era qualcosa che non andava, e infatti c’era. ‘Basta, non ha senso, tradisco il mio uomo, penso solo a te e tu vai a letto con le altre’, era diventato un ritornello. I fine settimana mi angosciano. Porto mia figlia al parco, sulle giostre, ma sono sempre attaccata al telefono. Non dormo più, non ne parlo con nessuno, succede tutto nella mia testa, ma non ce la faccio più.

Arriva una nuova estate, muoio dalla voglia di rivederlo. ‘Ho una ragazza’, finisce per dirmi. Leggo il messaggio mentre sono sul lettino dell’estetista. Mi dimentico completamente della ceretta. Torno a casa confusa, come una zombie. Io ho tradito il padre di mia figlia per lui, e lui non può più vedermi perché frequenta una tipa che non conosceva fino a una settimana prima. Vorrei non aver mai varcato la porta di quella libreria.

È autunno. Cena nel suo quartiere. Faccio una brevissima deviazione per passare davanti al suo bar preferito. È lì, seduto da solo al tavolino all’aperto. Mi riconosce, mi avvisa che no, non posso restare troppo a lungo, sta aspettando la sua ragazza. ‘Ti va se scopiamo la settimana prossima?’, mi propone comunque. La sua sfrontatezza mi disgusta. Cos’eravamo? Solo una storia di sesso? Io prendevo ogni sua parola come oro colato. Come quando mi parlava del figlio che avremmo avuto insieme, pur ricordandomi che non ne voleva con una donna che ne aveva già.

Stavo per raccontare tutto a mio marito, ma sono andata da uno psicologo. Ora ho la fedina penale sporca per infedeltà. Quale sarà il futuro della mia vita amorosa? Temo che il copione si ripeterà: è come la prima volta che si prende una droga, passi il resto della vita a cercare di rivivere quella scoperta”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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