Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Sylvie, 42 anni.
Il primo giorno
“Voglio riuscire nella vita. Ho una borsa di studio all’università e per guadagnare qualcosa lavoro all’accoglienza del centro studentesco locale. Sono la persona a cui gli studenti si rivolgono quando hanno bisogno delle chiavi, di accedere alla lavanderia o dell’aspirapolvere per pulire la loro stanza. Sono una persona diligente e socievole, faccio tutto per bene, e mi stupisco di questo ragazzo che viene spesso a chiedermi qualcosa nel mio ufficio dello studentato. Deve piacergli molto fare le pulizie.
Fino a quel momento ho avuto solo delusioni amorose, che non ho ben capito né analizzato. Sono nera, di origine gabonese e maliana, e studio per la laurea magistrale. In passato sono uscita con un dottorando bianco che ammiravo molto. Il suo argomento per lasciarmi: nella sua famiglia sono tutti biondi con gli occhi azzurri, un figlio meticcio è fuori discussione.
Jérôme, lo studente della residenza, finisce per invitarmi a cena. La serata è perfetta, mi dice tutto quello voglio sentire. Gli sono piaciuta, lo attiro molto, vuole fare sul serio con me, davvero sul serio. Arriva perfino a dirmi che sono la persona giusta e che è pronto a impegnarsi. A me piace, mi diverte il suo gioco di seduzione con la scusa delle pulizie e il suo modo di fare deciso. Fin dalla prima cena penso che sia quello giusto, che ci siamo, che costruiremo la nostra vita insieme. Ingenuamente mi dico che se ci crediamo entrambi, funzionerà. Facciamo l’amore sulle note di brani r’n’b.
Tutto mi sembra andare nella giusta direzione, tranne forse la sua famiglia: è francese e sardo, italiano, isolano, ed è cresciuto in un ambiente dove l’uomo è re e la donna sta a casa. E poi c’è la questione del colore della mia pelle. A suo padre non piacciono le persone nere, e ancora meno gli arabi. Al Salone dell’agricoltura, dove passeggiamo insieme, lui vuole mangiare un gelato artigianale. Solo che, secondo lui, viene servito da nordafricani. Quindi non lo vuole più. Non gli piace nemmeno la religione musulmana, mentre io ho passato tante estati della mia infanzia a Bamako, addormentandomi cullata dal richiamo del muezzin. ‘I musulmani vanno bene, ma a casa loro’, finisce per dire Jérôme, che segue le orme del padre.
Jérôme ha un altro problema: è geloso. Me ne accorgo abbastanza in fretta, si arrabbia con i miei amici dello studentato, con quel ragazzo che mi saluta toccandomi una spalla. Un giorno lo sorprendo mentre guarda i miei album di fotografie e si innervosisce davanti alle foto in cui si vedono i miei ex. ‘Devi buttare via queste foto’, mi chiede. Non sopporta di vedermi con altri uomini. Jérôme fa esattamente quello che già faceva mio padre: frugare tra le mie cose e chiedermi delle spiegazioni.
Io sono smarrita. Quando mi chiede quante relazioni ho avuto prima di lui, gli rispondo ingenuamente. ‘Come hai fatto ad avere così tanti uomini in così poco tempo? Mi sarebbe piaciuto avere una donna vergine’, osserva. Pretende che io rinneghi il mio passato, anche se non vedo come farlo concretamente. Mi rendo conto che la situazione sta diventando difficile, ma immagino che alla fine se ne andrà da solo se mi trova davvero così mediocre. La politica è onnipresente, in modo subdolo”.
L’ultimo giorno
“‘Quanti figli farai prima di sposarti?’, mi chiede mio padre quando gli annuncio la mia seconda gravidanza. Jérôme lavora nelle vendite in un’azienda, circondato da giovani dinamici, mi ha perfino tradita con una sua collega. ‘Puoi rimanere o andartene, come vuoi’, gli ho detto quando ho scoperto la sua infedeltà. È rimasto, ma la sua gelosia è continuata.
Mi chiede di sposarlo sotto la torre Eiffel, non mi passa nemmeno per la testa di dire di no, sono su un treno che non riesco a fermare. Ma questo progetto in arrivo non placa la sua volontà di possesso. Installa un trojan sul mio computer, ricomincia a frugare tra le mie cose. Trova degli scambi che ho con il padre di un bambino dell’asilo nido di nostro figlio. Ci limitiamo a chiacchierare, ma per lui non è ‘corretto’ da parte mia scambiare messaggi con un uomo che non è lui, e se l’avesse saputo prima non mi avrebbe chiesto di sposarlo.
Ci sposiamo sotto antidepressivi. Acconciatura, trucco, abito, cerco di renderlo il giorno più bello della mia vita. Ma crollo poco prima, e chiedo a mia madre: ‘Adesso cosa faccio?’. ‘Se annulli, tutti ti si rivolteranno contro’. Vado avanti per salvare le apparenze. Non stampiamo né mettiamo in casa le foto del matrimonio.
Mio suocero continua a essere un problema. Davanti a un servizio in tv sull’Africa si chiede quand’è che gli africani cominceranno a ‘muovere il culo’. Anche Jérôme diventa sempre più eccessivo. Abitiamo ad Argenteuil, nel dipartimento della Val-d’Oise. Trova che ci siano troppi arabi nel nostro quartiere, il che è curioso visto che i nostri figli, meticci, vengono spesso scambiati per arabi. Al veglione di capodanno, ascoltare la canzone Yiri Yiri Boum del cantante beninese Gnonnas Pedro gli risulta insopportabile.
Non gli piace che io accetti un ruolo dirigenziale al lavoro, continua a volermi controllare. La sera, a casa, a tavola riprende sempre argomenti di attualità legati agli stranieri, ai minori non accompagnati, ai nomi non francesi. Un giorno la sua tessera del Front national è in bella vista sul tavolo: si è iscritto a un partito di estrema destra senza dirmi niente. Poi, in occasione delle elezioni presidenziali, comincia a comprare i libri di Éric Zemmour.
Io, al contrario, ho paura di subire un’aggressione razzista. Mi confido con lui: ‘Ma paura di essere aggredita da chi? Non sono i bianchi ad aggredire, ma i neri o gli arabi’, mi risponde. La nostra coppia è minacciata dalla politica, dalla condiscendenza, non ne posso più, la nostra casa dovrebbe essere uno spazio rassicurante, non un campo di battaglia. La radicalizzazione si insedia fino alla separazione.
Gli scrivo una mail in cui gli spiego che non voglio divorziare, che abbiamo costruito tante cose insieme, ma che sto morendo dentro, che non è più possibile. Lui ribatte che abbiamo già provato di tutto, che dobbiamo finirla qui. Mi sento liberata, non voglio tornare indietro. Sono svuotata, stanca. Come farò a rialzarmi? Come ho potuto sprecare vent’anni della mia vita? Ai bambini ho detto che ci separavamo per essere più felici, e ci credo davvero”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.
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