Ho scritto tre libri su tre diversi argomenti. E ogni volta il mio lavoro di ricerca è iniziato con una telefonata a Gloria Steinem, con cui non avevo un rapporto molto stretto, ma che ogni volta mi invitava da lei per parlare.
Allora prendevo la metro per l’Upper East Side, a New York, dov’era il suo eccentrico appartamento su tre piani che traboccava di opere d’arte, libri, arazzi, murales ed era presidiato quasi sempre da almeno un gatto a tre zampe, e mi mettevo ad ascoltarla. Steinem mi offriva sempre dei biscotti e chiacchierava per ore di qualunque cosa le chiedessi. Aveva vissuto tantissima storia in prima persona ed era pronta a dilungarsi in un racconto pieno di parolacce, gossip, analisi acute, sapienti giochi di parole e battute sferzanti, dette con noncuranza.
“Mi sono ‘riverginizzata’ diverse volte”, mi ha detto un giorno. “Anche quando ero in India. Sono riuscita a riverginizzarmi anche quella volta”. Era un’idea divertente, ma il motivo che spingeva Steinem a lasciar credere di essere vergine lo era meno: “Era un retaggio del mio quartiere a Toledo (Ohio), dove se non eri vergine eri considerata una preda facile. Le ragazze venivano rinchiuse in un garage e stuprate da tutta la squadra di football. A quel punto la famiglia doveva trasferirsi, ma la colpa non era della squadra di football, era della vergogna”. Spesso riusciva a trovare l’ironia nell’oscurità. Era un aspetto fondamentale del suo modo di comunicare con il mondo.
Un’altra volta mi disse: “Il preside dello Smith college diceva ‘Se vogliamo avere figli istruiti dobbiamo avere madri istruite’. Insomma, non c’è da stupirsi se Sylvia Plath si uccise; era appena due anni avanti a me negli studi”.
Era scrupolosa nell’attribuire frasi leggendarie a chi le aveva ideate (“Da trent’anni cito sempre la mia amica Lee Grant, che una volta disse: ‘Sono stata sposata con un marxista e con un fascista, e nessuno dei due portava fuori la spazzatura’”), ma spesso ho avuto il dubbio che Steinem – abile autrice di discorsi e anche del programma satirico televisivo That was the week that was – ci mettesse del suo per renderle brillanti.
Quando parlava in pubblico aveva il dono di non menarla troppo, e spesso usava la tmesi, l’arte di dividere in due una parola mettendone un’altra nel mezzo. Di solito la parola interposta era fucking. “Ci sono persone che trovano davvero offensive le parolacce”, mi disse. “Per questo penso che l’arte stia nel mettere fuck all’interno di un’altra parola, per esempio fan-fucking-tastic.
Steinem era la divulgatrice perfetta. Il suo contributo al femminismo della seconda ondata è stato aver introdotto la facilità di comunicazione: riusciva a rendere fluidi e vivaci, attraenti e divertenti alcuni concetti spinosi, irritanti, scomodi, spesso caotici, su argomenti come genere, razza, classe, uguaglianza e liberazione. Era un’icona fortemente carismatica, talentuosa e appassionata di un movimento che era sempre più complicato di lei e a volte più radicale. Nel loro insieme la sua vita, il suo lavoro e le sue contraddizioni ci mostrano in modo straordinario le fratture politiche e sociali che la cultura dominante negli Stati Uniti è disposta a tollerare, a celebrare in certi casi, e anche a denigrare.
Nel 2009 chiesi a Steinem, che aveva sostenuto Hillary Clinton alle primarie democratiche del 2008 e che era pochi passi dietro di lei durante il discorso della sconfitta (rimasto famoso per la frase sui “diciotto milioni di crepe” nel soffitto di vetro), cosa aveva provato quel giorno.
“Sollievo”, mi aveva risposto Steinem senza incertezze. “Io odio il conflitto”.
Credo di averla guardata con un’espressione incredula, perché Steinem (che per mezzo secolo era stata forse la figura più nota associata al movimento femminista, che col suo lavoro aveva provocato rabbia e malumori tanto nei sostenitori di ideologie opposte alla sua quanto nelle sue alleate, e che aveva vissuto perennemente al centro dei conflitti del paese) si mise a ridere.
“Lo so”, mi rassicurò teneramente. “Ho sbagliato mestiere”.
Steinem, di mestiere femminista, è morta il 2 settembre all’età di novantadue anni nella sua casa di Manhattan. Giornalista, autrice e attivista, la sua vita ha abbracciato decenni di progresso esplosivo e di brutali passi indietro per le donne statunitensi. Era sincera quando mi disse che odiava il conflitto, anche se molto spesso ci si era trovata pienamente coinvolta. Lo si avvertiva anche nei suoi racconti divertenti, che spesso parlavano di come si era sentita ferita da un attacco o da una critica.
Agli inizi di Ms. – la prima rivista femminista per il mercato di massa degli Stati Uniti, che Steinem contribuì a fondare nel 1971 come supplemento del New York Magazine – un produttore di porno espose un manifesto davanti agli uffici della redazione che mostrava una caricatura del volto di Steinem sovrapposta a una riproduzione del suo corpo nudo e platealmente coperto di peli e circondato da peni. “Ha la mia faccia e la mia testa!”, disse lamentandosi a una delle sue amiche più strette, Bella Abzug, femminista e deputata al congresso degli Stati Uniti per la circoscrizione di New York, cercando di spiegare perché le dava tanto fastidio. “E la mia vulva”, aveva risposto Abzug, mettendo a tacere il suo sconforto con una risata.
In una puntata del talk show di Larry King nel 1990 Steinem cambia bruscamente espressione quando un’ascoltatrice al telefono le dice: “Ciao Gloria, sono molto contenta di riuscire finalmente a parlare con te”, e poi continua: “Credo davvero che il tuo movimento sia stato un fallimento totale… Sei una delle cause principali della crisi della nostra bellissima famiglia americana… Lo dico da quindici anni che Gloria Steinem dovrebbe marcire all’inferno”.
Steinem sapeva esprimere la sua collera politica nei discorsi e nelle interviste, ma le riusciva difficile manifestare direttamente il suo disappunto personale. “Se vieni dal Midwest devi essere sotto lsd per accorgerti di essere arrabbiata”, mi disse nel 2018. Ci aveva messo anni, pur essendo un’agitatrice femminista polemica e abituata al pubblico, a imparare a dire alle persone che era infuriata. E comunque, raccontava: “Dovevo arrivare al giovedì per dire a qualcuno che il lunedì mi ero arrabbiata. Non riuscivo a dirlo sul momento”.
Gli altri invece non avevano difficoltà a dirle che erano arrabbiati.
Essere bianca
Una delle polemiche in cui Steinem si è trovata spesso coinvolta negli anni riguardava il potere che il suo essere bianca le dava su un pubblico nettamente meno tollerante e curioso verso un movimento lanciato e guidato da persone non altrettanto conformi all’estetica della femminilità bianca statunitense tradizionale.
Steinem era estremamente consapevole del peso che aveva l’essere bianca nella sua fama e reputazione smisurate, anche se non riuscì mai del tutto a fare un passo indietro rinunciando a essere il simbolo di un movimento che era di gran lunga più eterogeneo in quanto a colori, forme e sessualità.
Nel 2018 la scrittrice Rebecca Carroll ha raccontato che sfogliando l’archivio fotografico del New York Times ha trovato molte immagini di Steinem accanto a donne nere, mentre lavorava con loro o le ascoltava: “In ciascuna di quelle foto c’era tranquillità e determinazione, concentrazione e rabbia, e forse più di tutto si avvertiva una sensazione quasi palpabile, spontanea, di solidarietà razziale, che mi fa chiedere come mai ancora oggi non siamo in grado di fare le cose giuste”.
Steinem ha parlato al fianco di diverse oratrici nere, tra cui Florynce Kennedy, Dorothy Pitman Hughes e Margaret Sloan-Hunter; mi ha raccontato di quanto si dava da fare per evitare che le conferenze in cui interveniva e gli articoli in cui era citata parlassero solo di persone bianche, ma poi mi ha anche detto di quella volta in cui finì da sola sulla copertina di una rivista dopo che le era stato assicurato che sarebbe comparsa insieme a un gruppo eterogeneo di persone.
“Le donne nere sono state le prime femministe che ho incontrato”, ha detto Steinem. “Ho imparato il femminismo da loro. Alle conferenze le altre relatrici erano tutte donne nere. Erano anni luce avanti a noi. Nel movimento delle donne c’è sicuramente razzismo, dio solo lo sa. Ma nella mia esperienza concreta è dalle donne della National welfare rights organization, da Flo Kennedy, da Dorothy Hughes, è da loro che ho imparato”.
È incontestabile però che nessuna delle donne nere che Steinem ascoltava, con cui condivideva il palco, da cui ha tratto i suoi insegnamenti – nessuna di quelle che sono venute prima o dopo di lei – è mai diventata il volto noto del movimento delle donne, e nessuna ha mai beneficiato di quella notorietà come ha fatto lei.
Ed è altrettanto vero che, nonostante il suo impegno intellettuale e il suo lavoro al fianco delle attiviste nere, anche Steinem è stata protagonista di alcuni scivoloni clamorosamente “bianchi”. Nel 2008, dopo la sconfitta di Hillary Clinton ai caucus dell’Iowa contro Barack Obama, pubblicò un editoriale sul New York Times intitolato “Women are never frontrunners” (Le donne non sono mai le favorite).
L’articolo esordiva immaginando una versione femminile di Barack Obama (come se nella realtà non esistessero ambiziose donne politiche nere e fosse necessario inventarsele) e formulava un’argomentazione poco convincente e per lo più antistorica, in cui affermava che gli uomini neri avevano abbattuto le barriere politiche prima delle donne, osservando che a loro era stato riconosciuto il diritto di voto prima che alle donne di qualsiasi razza. Non parlava però della violenta strategia statale della cosiddetta voter suppression che escluse dal voto gli elettori neri per tutta l’epoca della segregazione. In questo modo l’articolo stabiliva una gerarchia dell’oppressione falsa e distorta.
L’editoriale suscitò giustamente una forte contestazione, che raggiunse l’apice in un acceso dibattito nel programma Democracy now! con la professoressa e giornalista Melissa Harris-Perry. In seguito, Harris-Perry mi disse che quell’articolo, comparso in una campagna elettorale storica in cui improvvisamente tutto il grande pubblico si confrontò con le questioni razziali e di genere, era stata la peggior espressione di un movimento femminista dominato dalle donne bianche in tutte le sue fasi storiche. “Questa è Gloria Steinem, e sono trent’anni che affronta questi dibattiti”, mi disse Harris-Perry all’epoca. “Dibattiti in cui le persone dicono alle femministe bianche ‘Per favore, non fatelo’”.
“Questa è la cosa importante”, mi disse Steinem subito dopo. “Se vuoi perpetuare il razzismo, devi restringere la libertà delle donne della classe dominante, delle donne bianche, altrimenti non hai i mezzi di riproduzione e la purezza razziale. Non è possibile essere femminista senza essere antirazzista. È tutto collegato”.
Molti anni dopo Steinem mi indicò una fotografia di Florynce Kennedy, morta nel 2000, appesa nel suo appartamento. “Ho ancora qui la sua foto. Mi ricorda una cosa che mi diceva sempre: ‘Tesoro, spaccare i culi non serve a farsi spaccare il culo. Serve a fare in modo che il tuo culo rimanga sensibile’”.
Cunt power
Non c’è dubbio che Steinem sia diventata famosa come portabandiera del femminismo in parte perché era espressione di una bellezza di tipo tradizionale che non faceva mistero della sua vita sessuale etero frequentando uomini importanti, rifiutando il matrimonio (“Non posso accoppiarmi in cattività”, era una delle sue battute più famose sull’argomento) e sfoggiando minigonne e spille con la scritta “Cunt power” (Potere alla fica). La sua fama – anche nei movimenti femministi, che tra le altre cose cercavano di demolire molte imposizioni estetiche oggettivizzanti, restrittive e sessualizzanti sulle donne – si è costruita in parte anche sul fatto di incarnare tanti di quei canoni estetici.
Quando arrivò a New York negli anni sessanta, Steinem rappresentava l’ideale della donna femminilizzata e sessualmente libera. Nora Ephron, che fu sua collega nelle trincee del nuovo giornalismo di quegli anni, ha scritto che Steinem era “la ragazza glamour, tutta gambe e gonne corte, unghie lunghe e smaltate, anelli David Webb, Pucci, Gucci e chi più ne ha più ne metta”, sempre legata “a un bell’uomo dopo l’altro”. Ma arrivata al 1972 era ormai “riuscita a trasformarsi quasi completamente. Indossava jeans Levi’s e semplici magliette”. Eppure, come scrisse Ephron all’epoca: “Di tanto in tanto, qualcuno insinua che Gloria Steinem faccia parte del movimento femminista solo perché oggi va di moda; questa cosa mi fa sempre sorridere perché lei è forse l’unico elemento vagamente alla moda legato al movimento”.
Il fascino di Steinem, il suo carisma femminilizzato, sono stati indubbiamente una potente arma per il movimento femminista, perché smontavano una delle argomentazioni più forti della destra (e della sinistra) antifemminista, e cioè quella secondo cui le donne che reclamavano la liberazione lo facevano solo perché non erano desiderate dagli uomini. Steinem era una confutazione vivente di quella tesi.
Ma il fatto che lei dovesse esistere per combatterla efficacemente era la dimostrazione che il valore di una donna si misurasse prepotentemente in base a quanto gli uomini la trovavano attraente. E questo faceva incavolare moltissime femministe, infastidite dal fatto la sua bellezza la proteggeva – e la rendeva più famosa di loro – in un modo giudicato ipocrita e ingiusto, un distillato dei doppi standard e dell’oggettificazione che con tanta energia cercavano di smantellare.
La prima volta che ho visto Steinem di persona è stato in strada a Washington, alla March for women’s lives del 2004, una grande manifestazione per i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Non ero cresciuta con una particolare devozione per Steinem, ma vederla camminare su un marciapiede fu come vedere una star del cinema: a settant’anni era ancora sfavillante, uno splendore; la luce si rifletteva su di lei.
Quel giorno, più di vent’anni fa, quando appena iniziavamo a uscire da un’era glaciale antifemminista durata circa un decennio, all’alba di un disgelo all’insegna del femminismo pop, per la prima volta nella mia vita ho visto delle giovani donne – adolescenti, ventenni, donne della mia età – avvicinarsi con adulazione a una donna più anziana, una femminista. C’erano donne giovanissime che la fermavano per strada, piangendo, balbettando dall’emozione.
È impossibile spiegare quanto una scena del genere fosse strana all’epoca, prima dell’esplosione della blogosfera femminista, dei media femministi commerciali, degli entusiasmi per le donne in carriera e delle candele votive con l’icona della giudice Ruth Bader Ginsburg.
Nella mia vita fino ad allora il femminismo era stato profondamente e schifosamente fuori moda, deprimente. Eppure, lì c’erano delle giovani donne talmente sopraffatte dalla notorietà di Steinem da non riuscire a parlarle.
Ho un ricordo viscerale di me che assisto a questa scena e in modo istintivo mi rendo conto di quanto il suo essere bella fosse importante. Non avrebbe dovuto contare tanto. Era sbagliato. E però contava moltissimo.
Steinem era profondamente consapevole di queste intense dinamiche circolari, ma su questo argomento non è mai davvero riuscita a smussare le contraddizioni tirando fuori una delle sue efficaci e lapidarie battute. Anzi, si metteva sulla difensiva: “L’idea che io abbia avuto una vita mondana deriva in parte… dall’idea che se eri una ragazza carina, qualunque cosa volesse dire, era per quello che ottenevi dei lavori”, dice in un documentario della Hbo. “Oppure se venivi fotografata a una festa, venivi ridotta a quel personaggio. Non potevi essere anche una persona seria. Perciò mi faceva infuriare l’essere vista in quel modo”.
Ma l’idea che lei avesse una vita mondana deriva in parte dal fatto che ebbe davvero una vita mondana. Le piaceva andare alle feste, le piaceva avere stile, e diceva a tutti di ispirarsi in parte per la sua estetica al personaggio di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany.
Una volta mi raccontò, non senza un pizzico di orgoglio, di quando alla ventesima reunion delle donne del National women’s political caucus la deputata del congresso Shirley Chisholm, per cui aveva sempre provato una certa soggezione, si accostò per sussurrarle “Solo io e te siamo ancora in forma”, una storiella che lei trovava divertente, io no.
Betty Friedan, autrice nel 1963 di La mistica della femminilità, detestava Steinem e riteneva che le avesse rubato la scena. Una volta a proposito dell’estetica di Steinem e delle sue sbandierate obiezioni al matrimonio disse: “Immagino che avrà dato un po’ di conforto ai single… Ma in realtà Gloria era un’ipocrita. Aveva sempre un uomo. E la beccavo al salone di Kenneth’s nascosta dietro una copia di Vogue a farsi fare le meches”.
Steinem mi diceva che “non c’era soluzione” alla sua faida con Friedan, in parte perché le loro tensioni nascevano da qualcosa di più profondo della semplice gelosia professionale, in parte a causa della divergenza ideologica tra la visione eteronormativa e borghese di Friedan degli obiettivi del movimento, e le simpatie di Steinem per un approccio multidirezionale e multirazziale alla liberazione sessuale, ai diritti e al riconoscimento.
Steinem mi ha raccontato che una volta la sorella di Friedan le scrisse una lettera. “Diceva: ‘Voglio solo che tu sappia che tu rappresenti me nella vita di Betty’. Perché c’era una sorella carina e una non carina. Era stato un gesto generoso da parte sua scrivere quella lettera perché fondamentalmente mi diceva: ‘Non puoi farci niente, devi passarci sopra’”.
Cento bagnetti
Steinem era nata il 25 marzo 1934 a Toledo, in Ohio, nove anni dopo sua sorella Susanne. La madre di Steinem, alla nascita Ruth Nuneviller, aveva lavorato come giornalista al Toledo Blade (una traiettoria di vita insolita per una donna agli inizi del ventesimo secolo), prima di sposare Leo Steinem, commesso viaggiatore e proprietario di un resort estivo su un lago.
La madre di Steinem aveva provato a tornare al lavoro dopo aver messo al mondo la figlia maggiore negli anni venti. “Anche se adori la bambina, cento bagnetti sono cento bagnetti”, disse Nuneviller nel 1972 al New York Times, raccontando di come gradualmente si era resa conto di non riuscire contemporaneamente a scrivere e crescere le figlie, in un’epoca in cui le responsabilità domestiche spesso ricadevano interamente sulle spalle delle donne. “I giornali erano diversi all’epoca; avevamo gli scoop, anche io ne ho fatti un po’. Quando mi occupavo di una notizia esclusiva lavoravo tutta la notte se necessario e badavo alla bambina… era devastante, alla fine il mio medico mi disse che non ero fatta per quella vita”.
Ruth lasciò per sempre il giornalismo qualche anno prima della nascita di Gloria. Ma il suo ritiro dalla sfera professionale fu una perdita così profonda da provocarle lunghi periodi di depressione invalidante, allucinazioni e dipendenza da calmanti. La piccola Gloria era affezionata al padre, un uomo che descriveva come immensamente affascinante e terribilmente irresponsabile. Leo portava con sé la famiglia nei suoi viaggi d’affari, e questo fece sì che fino agli undici anni Gloria non riuscì a frequentare per intero neppure un anno scolastico; imparò il tip tap dalle ballerine del night club nel suo resort, un talento che sperava potesse diventare il suo biglietto per lasciare l’Ohio.
Alla fine la coppia divorziò quando Gloria aveva dieci anni, e poiché Susanne era al college allo Smith, la giovane Gloria diventò l’unica compagna fedele di Ruth, la sua cuoca e custode, una responsabilità solitaria per la quale la bambina si sentiva inadeguata.
Anche se Gloria, adolescente negli anni cinquanta, non aveva né il lessico né i riferimenti per capire il dolore della madre, ricordava il segno che i suoi desideri frustrati avevano lasciato su di lei. Ruth le raccontava sempre che avrebbe voluto trasferirsi a New York per fare la giornalista. La giovane Gloria le chiedeva perché non c’era andata, e Ruth rispondeva che se l’avesse fatto Gloria non sarebbe mai nata.
“Non ho mai avuto il coraggio di dirle ‘Ma saresti nata tu’”, ha detto Steinem. Dopo aver scritto di sua madre nella raccolta di saggi del 1983 Outrageous acts and everyday rebellions (Atti trasgressivi e ribellioni quotidiane) e poi di nuovo nell’autobiografia del 2015 My life on the road, le lettrici spesso le chiedevano se non avesse paura di aver ereditato la malattia mentale. “Io rispondevo ‘No, solo il patriarcato è ereditario’”.
Nel 1952 Steinem si trasferì nell’est del paese per frequentare lo Smith College, dove si laureò in scienze politiche. Dopo la laurea andò a stare per due anni in India con una borsa di studio, per poi stabilirsi a New York nel 1960, sperando di diventare una giornalista. Non era solo il patriarcato a essere ereditario.
Lottando per affermarsi in una professione caratterizzata da un soffocante dominio maschile, Steinem scrisse per le riviste Glamour e Ladies’ Home Journal (per la quale intervistò Dorothy Parker, allora settantunenne, che le disse: “È una cosa terribile da dire, ma non riesco a pensare a delle brave scrittrici. Naturalmente, chiamarle scrittrici è la loro rovina, perché cominciano a concepirsi in quel modo”). Scrisse anche satira politica per Help!) e alcuni articoli per Esquire, tra cui uno che le affidò il suo caporedattore Clay Felker nel 1962 sulla recentissima pillola anticoncezionale.
Nel 1963 ottenne dalla rivista Show l’incarico di infiltrarsi sotto copertura al Playboy Club di Hugh Hefner, scrivendo un reportage di denuncia in prima persona sulle condizioni di lavoro degradanti imposte alle “conigliette” del club, costrette a servire drink ai clienti indossando tacchi a spillo, body, orecchie e coda da coniglio. Steinem ha raccontato che per anni si pentì di aver scritto quel reportage, perché pur avendola resa famosa contribuì a fare in modo che venisse presa ancor meno sul serio come giornalista e spinse molte redazioni a non assegnarle articoli su questioni politiche succose di cui avrebbe voluto occuparsi.
Tuttavia, non fu solo il pezzo sulle conigliette a incasellarla in un ruolo “femminilizzato”. Nel 1963 Steinem pubblicò The beach book, un’ode alla salsedine, alla sabbia e alla crema solare; la sovraccoperta del libro era un foglio di alluminio riflettente che poteva essere usato per abbronzarsi.
All’epoca il mercato per la scrittura femminile funzionava con precisione scientifica per mettere le donne ai margini: Steinem non ha mai dimenticato alcune delle umiliazioni dei suoi inizi di carriera, tra cui un incarico che per lei rappresentò il punto più basso, un pezzo di moda sui collant con fantasie in rilievo.
Ma nel 1968 si unì a Felker per fondare il New York Magazine. In quegli anni Steinem era attiva politicamente, impegnata come volontaria per la campagna presidenziale di Robert Kennedy e per il sindacato United farm workers. Negli editoriali e negli approfondimenti per il New York, Steinem riuscì a occuparsi del genere di storie che le interessavano, tra cui la politica cittadina e i vari movimenti in forte espansione in quegli anni, quello pacifista e quello per i diritti civili.
Non era ancora consapevolmente coinvolta nel rinascente movimento femminista, che per le masse della classe media bianca era stato lanciato dalla pubblicazione di La mistica della femminilità di Friedan.
In un’intervista del 1968 con il documentarista canadese Moses Znaimer, Steinem si fece riprendere mentre stirava (indumenti che, poi mi raccontò, aveva indossato a una manifestazione pacifista sulla Quinta strada). Znaimer le chiese se avrebbe mai avuto il desiderio di sposarsi. “Prima o poi”, rispose Steinem. “Ma la prospettiva continua ad allontanarsi di due anni, a una distanza confortevole… Ti immagini come sarebbe essere sposata con la persona con cui ti frequenti… forse è una cosa da signore. E pensi ‘Vediamo, il mio nome sarebbe Gloria Burgermeister… nooo’”.
Solo quando nel 1969 venne inviata nel seminterrato di una chiesa del West Village per seguire un’assemblea pubblica sull’aborto organizzata dal gruppo femminista radicale Redstockings iniziò a ragionare su come la disuguaglianza di genere aveva influenzato la sua stessa vita. Aveva trentacinque anni.
Steinem aveva abortito in Inghilterra, tredici anni prima, mentre era in viaggio verso l’India (in seguito dedicò il suo libro My life on the road al medico che aveva svolto l’intervento illegale, raccontando che l’uomo le aveva fatto promettere due cose: di non rivelare mai a nessuno il suo nome e di fare ciò che voleva della sua vita. “Ho fatto del mio meglio”, scrisse Steinem in quella dedica).
Quell’assemblea del 1969 le fece capire che il suo aborto era stato una delle prime situazioni in cui aveva agito nella sua vita, e per la sua vita, e che quell’esperienza era tutt’altro che individuale. “Finalmente avevo capito di non essere sola”, dice in un documentario della Hbo del 2011. “Avevo capito di non essere pazza. Che il sistema era pazzo”.
Dopo meno di un anno da quell’assemblea, Steinem arrivò a rilasciare una deposizione davanti alla commissione giustizia del senato a favore dell’Equal rights amendment (che voleva esplicitamente proibire le discriminazioni sessuali).
Più si interessava al femminismo, più cresceva la sua frustrazione nel constatare quanto poco spazio, interesse e pazienza gli concedessero gli uomini per i quali lavorava. Steinem si dedicò sempre di più agli interventi pubblici e all’attivismo, collaborando con Hughes e Kennedy per parlare dell’intreccio tra i due sistemi oppressivi della razza e del genere.
Nel 1971 contribuì a fondare il magazine femminista Ms., che ebbe un successo sorprendente. Lo stesso anno, insieme a Chisholm, Abzug, Myrlie Evers, Fanny Lou Hamer e Friedan, fondò il National women’s political caucus. Nel 1977 fu tra le organizzatrici della Conferenza nazionale delle donne a Houston.
Ha scritto molti libri, tra cui il best seller Outrageous acts and everyday rebellions e Revolution from within (Autostima, Vanda edizioni 2021), una sorta di libro di auto-aiuto, che racconta la sua eterna battaglia contro la scarsa autostima. Steinem ha sostenuto innumerevoli candidati politici in elezioni statali e federali, tra cui Bernie Sanders, Hillary Clinton e Barack Obama.
Nel 2019, superati ormai gli ottanta e senza aver quasi diradato la sua fitta agenda di conferenze e viaggi, pubblicò una raccolta di scritti intitolata The truth will set you free, but first it will piss you off (La verità ti renderà libera, ma prima ti farà incazzare).
Nel 2000 aveva sposato l’attivista sudafricano David Bale, che aveva incontrato l’anno prima. Mi raccontò che quando si erano incontrati “sembravano non esserci motivi al mondo per sposarsi formalmente”, tranne il fatto che Bale aveva bisogno di un visto.
“Mi resi conto che il movimento femminista aveva ormai ottenuto la parità nelle leggi sul matrimonio, tranne che per quello tra persone dello stesso sesso, che ancora non c’era”, mi spiegò Steinem, “e che non avrei perso i miei diritti civili”. Chiese che fare a Wilma Mankiller, ex capo principale della Nazione Cherokee; Mankiller si prese una notte per rifletterci, poi consigliò a Steinem di sposare Bale. Il marito di Mankiller, Charlie Soap, celebrò la cerimonia in cherokee intorno a un fuoco di erbe. “Facemmo una colazione stupenda e basta, tutto qui”.
Steinem presto giunse alla conclusione che il matrimonio, fatto per motivi pratici, era stato la scelta giusta, considerate le politiche sanitarie barbare degli Stati Uniti: “Se non fossimo stati legalmente sposati David non sarebbe stato coperto dalla mia assicurazione”, spiegò. “Quando si ammalò di quello che poi sarebbe stato diagnosticato come un linfoma cerebrale circa due anni dopo, questa cosa avrebbe mandato economicamente in rovina chiunque, compresi i suoi figli”. Bale morì nel 2004.
Nel 2015 Steinem mi disse che il suo matrimonio la fece riflettere su quanto fosse antiquato il nostro modo di pensare l’amore. “Alcune persone pensano ancora che siccome eravamo legalmente sposati lui era ‘l’amore della mia vita’, e io il suo. È un equivoco talmente grande sull’unicità umana. Lui era già stato sposato due volte e aveva degli splendidi figli già grandi. Io ero stata felicemente innamorata di uomini che sono ancora miei amici e parte della mia famiglia elettiva. Ognuno dei nostri amori è importantissimo e unico”.
Mi raccontò anche che le piaceva guardare le giovani donne accalcarsi intorno a Bale quando lei parlava nelle università. “Ho scoperto quanto fossero ansiose di parlare con qualcuno che – per via della nostra relazione e di ciò che lui stesso rappresentava – dimostrava che si poteva essere amate da un uomo senza rinunciare a se stesse. Non mi ero resa conto di quanto fosse profondo quel desiderio e di quanto fossero scarsi gli esempi che potessero soddisfarlo”.
Ottimista patologica
Nel 1968, mentre stirava i vestiti per la marcia pacifista, Moses Znaimer chiese alla Steinem trentaquattrenne e prefemminista, cosa voleva diventare “da grande”.
“Libera”, rispose lei. “E vecchia. E un po’ cattiva”.
Steinem è stata libera. Ed è invecchiata. Ma non è mai davvero diventata cattiva, almeno per quanto ne sappia io.
Semmai, forse a volte ho avuto l’impressione che avesse un’idea troppo buona del genere umano e del suo potenziale. Una volta, spiegando perché non temeva che la candidata vicepresidente per il 2008 Sarah Palin potesse essere scambiata per una femminista, nonostante i tentativi dei repubblicani di presentarla come tale, mi disse: “Devi sempre fare la tara alle cose che dico considerando che io sono un’ottimista patologica, no?”.
In effetti, a volte bisognava farci la tara.
Forse si era aggrappata un po’ troppo rapidamente all’idea che il movimento in avanti, più libertà per più persone, fosse inevitabile. In un’intervista del 2018, quando era imminente la riconferma di Brett Kavanaugh (accusato di molestie sessuali) alla corte suprema, le chiesi cosa si provava ad aver vissuto in un periodo di progresso e a vedere cancellate quelle conquiste.
Stranamente non seppe rispondere alla domanda, rassicurandomi – con troppa fiducia, pensai – che anche se certamente i contraccolpi erano forti non saremmo davvero tornate ai tempi della sua infanzia, a un mondo fatto di sessualità repressa e controllata e di inaccessibilità ai servizi di salute riproduttiva.
Lo diceva pur sapendo bene, come e meglio di chiunque altra, che pur essendo ancora in vigore la storica sentenza Roe contro Wade (che riconosceva il diritto costituzionale all’aborto), milioni di persone negli Stati Uniti già non avevano accesso ai servizi di salute riproduttiva e ad altri milioni sarebbe stato negato negli anni successivi.
Forse era il negazionismo di una “ottimista patologica” che aveva attraversato un’epoca di grandissimi cambiamenti e poi aveva vissuto abbastanza a lungo da vederli in gran parte intaccati. Per Steinem era difficile fare i conti con questa realtà: le sconfitte, la profondità e la tenacia della furiosa resistenza al suo progetto.
Nonostante tutti gli anni passati a combattere l’ingiustizia, non si era mai abituata al fatto che l’ingiustizia spesso prevale. Nel 1972 a Miami, camminando su Collins avenue dopo che il candidato del Partito democratico George McGovern aveva tradito il caucus delle donne alla convention nazionale del partito sulla proposta sull’aborto, era scoppiata a piangere di fronte a Nora Ephron perché i politici “non ci prendono sul serio… Sono stanca di essere presa in giro, per giunta dagli amici. Da George McGovern, per il quale ho raccolto la metà dei soldi della sua prima campagna elettorale, ho scritto i discorsi… Proprio non capisce… Siamo andate a incontrarlo a un certo punto per discutere di aborto ed è venuta fuori la questione dell’assistenza sociale. ‘Perché ti preoccupi dell’assistenza sociale?’, mi ha detto. Proprio non capiva che si trattava di una questione che riguardava le donne. Non ci prendono sul serio. Siamo solo uteri che camminano”.
Ephron scrisse che non sapeva come reagire alle emozioni di Steinem. “Non ho mai pianto per cose anche solo vagamente politiche nella mia vita, e onestamente non avevo idea di cosa dire”.
Steinem teneva sempre tanto alle questioni, al punto da piangere, in parte perché ha sempre creduto che gli esseri umani non solo dovessero, ma davvero potessero essere migliori di quello che spesso sono.
Gli uomini la deludevano profondamente perché lei li amava davvero, credeva in loro, scriveva i loro discorsi, lavorava al loro fianco, li scopava ardentemente e senza remore, talvolta si innamorava di loro. Il fatto che amasse tanto gli uomini, pur criticando e denunciando il loro potere sproporzionato, era una delle cose che la rendeva forte: nessuno poteva accusarla di odiare gli uomini.
Più che gli uomini, però, Steinem amava le donne, credeva nelle donne, sapeva vedere il buono che c’è nelle donne. Era questo che le dava la sua forza. Ma mi sono spesso chiesta se quell’amore, quella tenace fiducia nelle donne, fosse una delle sue debolezze.
La miniserie in stile soap sul movimento femminista degli anni settanta Mrs. America, uscita nel 2020 su Hulu, che Steinem detestava, sembrava indicare che lei non avesse preso seriamente la minaccia rappresentata dalla leader antifemminista Phyllis Schlafly, non abbastanza da fermarla o sconfiggerla.
E senz’altro non si trattava solo di Schlafly, perché fu un intero sistema di organizzazioni economiche impegnate a perpetuare l’oppressione delle donne che contribuì alla sconfitta dell’Equal rights amendment.
Ma Steinem a volte si rifiutava di vedere il potere e la venalità di alcune donne, sottovalutando l’esercito chiamato a raccolta da Schlafly: donne che pensavano che Steinem e le sue compagne dovessero marcire all’inferno; donne che non volevano rinunciare alla loro supremazia razziale e di classe; donne che non volevano essere liberate e che proprio non volevano neanche la liberazione delle altre donne.
Ma quell’amore per le donne era, naturalmente, anche la sua forza. Il suo incrollabile affetto per le donne e la sua fiducia nel loro infinito potenziale di crescita e rivoluzione, è il fattore che spiega forse perché Steinem è rimasta una sostenitrice convinta delle giovani donne, mentre molte della sua generazione di femministe della seconda ondata le hanno guardate con rancore, considerandole non abbastanza radicali (e poi, più di recente, troppo radicali nelle critiche alla generazione precedente).
Quando le chiesi di questa dinamica nel 2009, Steinem disse: “Se dovessi tenere una conferenza per altre persone della mia età, direi che è vero che la maggior parte delle femministe della seconda ondata non è stata sufficientemente apprezzata – io sì, ma la maggior parte no – per il suo duro lavoro e i sacrifici. Ma non si può pretendere questo prezzo, la gratitudine, dalle proprie figlie. Anche Susan B. Anthony ha detto ‘Il nostro compito non è rendere le giovani donne grate; è renderle ingrate’”. Peraltro, a Steinem piaceva dire “Non andavo in giro dicendo ‘Grazie per il voto’”.
Steinem trattava le giovani donne come esseri umani a pieno titolo, con rispetto, ironia e attenzione; parlando con loro le trattava da pari. Mi è scesa qualche lacrimuccia quando l’ho sentita dire: “Se penso alle donne sotto ai venticinque, vent’anni, penso che ho dovuto aspettare la nascita di alcune delle mie amiche”, perché era un’affermazione così sdolcinata e al tempo stesso sincera.
Più o meno in quel periodo una ragazzina di dodici anni le chiese che consigli avrebbe dato alle giovani femministe. “Non sono io a doverti dire cosa fare”, rispose. “Io sono qui per sostenerti qualunque cosa tu voglia fare. Tu sai cosa è ingiusto e cosa dev’essere corretto. Le bambine lo sanno fin dalla nascita. Da ragazzine si dicono sempre due cose: ‘Non è giusto’ e ‘Tu non mi comandi’. Tutto il movimento per la giustizia sociale si basa su questi principi”.
Uno spazio a New York
Per anni Steinem ha messo il suo appartamento a disposizione delle giovani femministe, come spazio per gli incontri e le feste. Dopo che il covid aveva bruscamente interrotto i suoi viaggi, aprì ulteriormente la sua casa nell’Upper East Side anche a gruppi che volevano tenere sessioni confidenziali di strategia, “cerchi di dialogo”, discussioni post-teatrali e dibattiti politici.
Anche quando la sua acuta memoria cominciava ad annebbiarsi un po’, Steinem se ne stava seduta in mezzo a donne che spesso non conosceva, a volte contribuendo alla conversazione, a volte solo ascoltando. E anche se quella ressa di gruppi che arrivavano nel suo salotto colorato per incontrarsi e farsi foto con lei anziana sembrava un po’ una tappa in una Disneyland femminista, era evidente che Steinem aveva sempre voluto che la sua casa diventasse un luogo di raduno e che questo fosse parte del suo lascito quando sarebbe scomparsa.
“Ricordate, io voglio che voi pensiate sempre a questo salotto come al vostro salotto, se ne avrete bisogno”, aveva detto all’inizio del 2026, a novantun anni, a un gruppo di donne impegnate in una conversazione confidenziale. Più tardi, sulla metro, io e un’amica avevamo discusso di cosa significasse una promessa così – la promessa di uno spazio, esplicitamente per donne – a New York.
A volte Steinem metteva a disposizione un letto soppalcato in quel salotto ad alcune giovani donne che avevano bisogno di un posto dove stare. Durante la campagna presidenziale del 2008 ospitò l’attivista Shelby Knox, all’epoca ventenne. Knox era diventata una fedele sostenitrice di Clinton nelle primarie e stava aspettando Steinem al suo ritorno da Washington dopo il discorso della sconfitta, quello dei “diciotto milioni di crepe”.
Quando Steinem rientrò a casa trovò Knox ancora stravolta e le chiese perché stesse piangendo, facendole notare che erano stati comunque realizzati dei grandi progressi. “Vivrai abbastanza per vedere una donna alla Casa Bianca”, la rassicurò Steinem.
“Ma tu no”, ribatté Knox.
Steinem sarebbe poi vissuta abbastanza a lungo da vedere una donna vicepresidente, per la prima volta nella storia e nella politica statunitense. Quando Kamala Harris si ritrovò a sorpresa a essere la candidata democratica alla presidenza nel 2024 Steinem aveva novant’anni e ormai non era più molto attiva. La mattina del voto ripubblicò sul suo Substack un articolo che aveva scritto nel 1970 intitolato “Come sarebbe se vincessero le donne”.
Poi non ha pubblicato più nulla fino a quattro giorni dopo il secondo insediamento di Trump, quando nella sua newsletter è comparso un articolo intitolato “Continuare a sperare”, in cui scriveva: “Una delle cose utili di aver vissuto una vita lunga è ricordarsi di quando le cose erano peggio, e ricordarsi che quando arrivano i tempi difficili si scatena anche un’esplosione di comunità e di energia tra le persone impegnate per la giustizia”.
Mi dispiace davvero tanto che Gloria non sia riuscita a vedere una donna – una femminista, una progressista, una che creda nella liberazione e nell’intreccio tra forme di oppressione – eletta presidente.
Anche a lei è sicuramente dispiaciuto. Spesso diceva che sperava di vivere cent’anni. E ci è arrivata molto, molto vicina.
“Mi è piaciuto moltissimo essere qui”, dice nel documentario della Hbo. “Mi piace moltissimo. Vorrei che non finisse mai”.
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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