Quando a luglio è stata resa nota la selezione dei film in concorso della 83esima edizione della Mostra di arte cinematografica di Venezia, tutti, o almeno molti, hanno alzato un sopracciglio. Negli anni precedenti il festival del Lido, sfruttando il fascino della sua ambientazione e la sua collocazione ai primi di settembre, all’inizio della lunga stagione che porta agli Oscar, era riuscito ad attirare tanti autori e attori del grande giro hollywoodiano. Era ormai entrato nella vulgata il concetto che il festival fosse una porta principale per arrivare al premio più ambito della grande industria cinematografica occidentale.

Quest’anno non è stato così. Dimenticatevi Julia Roberts, Nicole Kidman, Cate Blanchett, Emma Stone, Brad Pitt, Oscar Isaac, The Rock, Timothée Chalamet, Jacob Elordi, Harry Styles e compagnia. A tenere alta la fiaccola dello star system quest’anno, oltre all’habitué George Clooney e alla gran dama Ellen Burstyn (che hanno ricevuto il Leone d’oro alla carriera), c’era praticamente solo Robert Pattinson, protagonista di Prime time di Lance Oppenheim, mentre per richiamare i fan ai margini del tappeto rosso si è fatto affidamento principalmente sui fratelli Noel e Liam Gallagher, che accompagnavano il documentario Oasis: Don’t look back in anger.

Io, ottimisticamente, ho pensato che magari la Mostra ci avrebbe sorpresi con film ricchi di contenuti, capaci di farci piangere, ridere, divertire, soffrire e riflettere senza la distrazione di stelle, paillettes e passerelle. Alla fine, dopo aver visto una quarantina di film, in lotta con un principio di gastrite causata da un eccesso di tramezzini mangiati di fretta, posso dire che per me è stato così. L’arte cinematografica si è presa una piccola rivincita sull’industria.

Ciò detto, hanno fatto discutere i premi assegnati dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal. Il Leone d’oro a Woman unknown di May el-Toukhy, più che una sorpresa è sembrata una scelta obbligata, trattandosi dell’unico film in concorso diretto da una donna, visto che l’altra regista in concorso, Rachel Szor, ha firmato Naza con Yuval Abraham. Una scelta quasi obbligata soprattutto per Gyllenhaal, che il primo giorno del festival, incalzata sulla scarsa presenza di autrici nella selezione ufficiale del concorso, non è riuscita a nascondere un certo imbarazzo.

È quindi perfettamente comprensibile che Gyllenhaal abbia voluto sfilarsi da una posizione per lei insostenibile. Non è stata una gran sorpresa, considerato anche che Woman unknown è un bel film (ma non tra i miei favoriti). Semmai mi ha sorpreso di più la vittoria della Coppa Volpi della protagonista, l’attrice danese Mathilde Arcel, considerato anche che di solito non si dà più di un premio a un singolo film.

Niente da dire sugli altri premi. Anzi, per quanto mi riguarda, ritengo sacrosanto il premio per la regia a Ilja Chržanovskij. Pazienza per i tanti film italiani, che si potranno rifare con i fiumi di inchiostro che si riverseranno sulla stampa italiana e (speriamo) con il caloroso abbraccio che gli riserverà il pubblico delle nostre sale.

Di seguito una veloce guida per conoscere i film della 83esima Mostra del cinema. Se non è specificato alla fine del testo, non c’è ancora una data di uscita ufficiale per il film recensito.

Ink

Siamo nel 1969. Rupert Murdoch è deciso a scalare le vette dell’editoria britannica anche per indispettire l’establishment che lo considera un pecoraio australiano. Si affida a Larry Lamb, un giornalista del Daily Mail, pronto anche lui a vendicarsi su chi l’aveva emarginato e costretto a lasciare Londra. Porteranno il Sun a diventare il quotidiano più venduto del Regno Unito e a rivoluzionare il concetto di tabloid. È strano trovarsi dalla stessa parte della barricata di personaggi che abbiamo sempre individuato come il male. Danny Boyle riesce a farci provare questa esperienza aiutato da Guy Pearce, che interpreta il magnate australiano, e soprattutto da Jack O’Connell, che nei panni di Lamb continua la sua ascesa nella mia personale classifica degli attori maschi. Uscita prevista: fine 2026-inizio 2027.

Bucking fastard

Le sorelle Jean e Joan vivono in totale simbiosi. Parlano all’unisono e si muovono all’unisono tanto che, finite in tribunale per rispondere a un’accusa di stalking nei confronti di un vicino di casa, hanno una speciale dispensa per testimoniare in contemporanea. Allontanate dai genitori, prima sono aiutate dai servizi sociali e poi vengono ospitate da una zia che ha una bella casa nelle campagne irlandesi. Lì le due donne cominciano seriamente a cercare il loro posto nel mondo, il nostro o qualche altro mondo.

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Il grande Werner Herzog torna alla fiction con un film molto divertente che, a tratti, mi ha fatto pensare a quel genere di leggende irlandesi che non rispondono necessariamente a una morale riconoscibile per noi cresciuti con le fiabe classiche. Qualcuno ha liquidato il film, impreziosito dalle interpretazioni sincronizzate delle sorelle Kate e Rooney Mara nei panni di Jean e Joan, come “un Herzog minore”. Io l’ho trovato divertente, geniale e soprattutto, come praticamente tutti i suoi film, originale e fuori da ogni canone del cinema europeo e statunitense, documentario e non.

Wild horse nine

Chris e Lee sono due sicari della Cia che il capo dell’agenzia di Santiago del Cile spedisce sull’isola di Pasqua a pochi giorni dal colpo di stato del 1973. Il motivo del viaggio non è chiaro, forse una specie di premio, forse un modo per toglierseli di torno. Soprattutto perché Chris, veterano di mille operazioni sporche, ha problemi di salute e di memoria. Una volta a Rapa Nui ogni segreto e ogni bugia saranno rivelati. Tra leggerezza e malinconia, tra spy story e buddy movie, tra In Bruges e Gli spiriti dell’isola, Martin McDonagh tiene insieme un cast meraviglioso e un luogo magico, e prova a ricordarci che la nostra umanità è forse il nostro maggiore dono. John Malkovich ha meritatamente vinto la Coppa Volpi per la sua interpretazione, ma è il grandissimo Sam Rockwell, con la sua impareggiabile compassione, il vero compasso emotivo di tutto. Il film uscirà in sala il 5 novembre.

Mr. Nelson, did you kill people?

Il signor Nelson del titolo è un reduce del Vietnam che non ha mai smesso di combattere. Prima erano i “charlie”, ora sono i suoi incubi. Il Vietnam al cinema lo abbiamo visto e rivisto, ma forse Shinya Tsukamoto, l’autore di Tetsuo (1989), horror fantascientifico di culto scoperto in gioventù grazie a Fuoriorario di Enrico Ghezzi, ha trovato un modo nuovo per mostrarcene l’orrore e l’alienazione. Un film non proprio per tutti.

15/18

Cédric Kahn firma un classico film francese contemporaneo che ci racconta la realtà quotidiana di un istituto psichiatrico dove sono rinchiusi alcuni adolescenti. Strizzando l’occhio ad alcuni capolavori (I 400 colpi, Qualcuno volò…) il film rimane comunque con i piedi ben piantati per terra. Si eleva grazie al giovane cast e grazie a un graffio finale che suona quasi come un disperato grido di speranza.

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Prime time

Chris Hansen (Robert Pattinson, sempre efficace quando deve respingere più che sedurre) è l’ambizioso conduttore di un reality che smaschera dei presunti predatori sessuali. La redazione li attira in un appartamento con la promessa di un minorenne sessualmente disponibile e, a quel punto, scatta la trappola e il mostro viene sbattuto in prima serata. Spinto da un ego smisurato e dalla sete di successo, Hansen supera ogni possibile limite etico per cercare di intrappolare il Moby Dick dei predatori. I film della A24 con il tempo si sono guadagnati una cifra molto riconoscibile e quello di Lance Oppenheim non fa eccezione spingendo sull’acceleratore fin dalla prima inquadratura e partendo in mille direzioni. Tanto che alla fine sono rimasto con un dubbio inestricabile: non va da nessuna parte o sono io che non ho capito niente? Il film esce nelle sale il 15 ottobre.

Succederà questa notte

Matteo e Greta si conoscono su un campo da tennis: lui sta giocando con il fratello, lei sta per sposarsi. Nel tempo di un unico game, che perde, Matteo rimane folgorato. Per anni non smetterà mai di pensare a Greta, finché un giorno, per caso, si rincontrano e i nostri cuori s’innalzano. Cucendo alcuni racconti della raccolta Legami di Eshkol Nevo e senza tradire neanche per un istante il suo modo di fare cinema Nanni Moretti mette insieme una commedia sentimentale sincera, commovente e divertente. Louis Garrel, oltre a essere lui stesso splendido, ha la qualità di far risplendere anche chi gli sta vicino. Non che Jasmine Trinca, solare e bellissima, ne avesse bisogno. Lo stesso Moretti si ritaglia una piccola, piccolissima parte in cui, facendoci ridere e al tempo stesso commuovere, si fa elegantemente da parte per lasciare la scena ai suoi protagonisti. Alla fine il sentimento che ho provato verso il film e il suo autore è di gratitudine. Il film esce in sala il 3 dicembre.

Possible love

Mi-ok è operaia in una piccola azienda. Suo marito Ho-seok ha perso il lavoro dopo che è stato pestato a sangue dalla polizia durante uno sciopero. Traumatizzato e depresso, fatica a tirare avanti. Della loro situazione s’interessa la giovane e ambiziosa Ye-ji che sta realizzando un documentario sulla fabbrica in cui lavorava Ho-seok. Tra le due donne nasce quella che sembra un’amicizia sincera e disinteressata. Durante un fine settimana nella bella villa sul mare del ricco marito di Ye-ji la geometria messa in piedi da Lee Chang-dong mostra tutte le sue storture. Film bellissimo, potente, ricco di infinite quanto precise sfumature psicologiche, Possible love tiene insieme i due grandi totem della società e della narrativa cinematografica e televisiva sudcoreana: il rapporto con il mondo del lavoro e l’apparentemente insanabile classismo. Il mio personale Leone d’oro. E Jeon Do-yeon, nei panni di Mi-ok, la mia personale Coppa Volpi. Il film esce il 6 novembre.

Woman unknown

Nella Danimarca dell’immediato dopoguerra la resistenza dà la caccia a chiunque abbia intrattenuto rapporti troppo stretti con gli occupanti nazisti. Sembra quasi un controsenso, ma nel mirino dei giustizieri finiscono molto facilmente le donne. Maria cerca in tutti i modi di nascondere un passato sconveniente che comprometterebbe il suo futuro. Assunta come bambinaia da un ricco industriale vedovo, è diventata la sua amante e ora è la sua promessa sposa. L’incontro con un vecchio spasimante e il terrore di perdere una grande occasione la spingono verso il baratro. Non faccio che ripetere che il cinema nordico sta vivendo anni clamorosi. Il trionfo al Lido del film di May el-Toukhy sembra confortare la mia fissazione scandinava. Eppure a Woman unknown, anche se capisco perché ha vinto tutto, ho preferito almeno una dozzina di film. Niente di grave: piccole contraddizioni dei grandi festival.

The echo chamber

Leo (Luca Marinelli) è un produttore discografico con quella che sembra una grave forma di ernia del disco. Per continuare il suo progetto di un album che segna il ritorno alle scene della grande cantante Ava (Susan Sarandon), si rivolge a Anne (Alicia Vikander) che lo salva con massaggi e iniezioni. Ma il dolore non gli dà tregua e, mentre tra lui e Anne nasce una storia d’amore, Leo scivola nella dipendenza da oppiacei. Tratto da una sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci poco prima di morire, The echo chamber di Andrea Pallaoro è un film che mi ha lasciato più dubbi che certezze. Il cuore della vicenda, la storia d’amore e dipendenza che lega Leo e Anne, mi è piaciuto. La gestione del tutto, con la lunga introduzione e soprattutto con una coda finale che sottolinea con il pennarello indelebile delle suggestioni che si potevano affidare tranquillamente allo spettatore, non mi è piaciuta. Il film è in sala.

Look back

Fujino frequenta le scuole medie ed è una piccola celebrità. I suoi manga sono una presenza fissa sul giornalino scolastico e tutti li adorano. La determinazione di Fujino è messa in crisi quando vede dei manga disegnati da Kyomoto, una sua compagna sempre assente (praticamente una hikikomori), che lei trova superiori ai suoi. Le due ragazze sono destinate a incontrarsi e a formare un sodalizio artistico e umano che le porterà lontano. Ma quando Kyomoto decide di smettere di disegnare per frequentare l’accademia di belle arti, la storia s’inoltra in un territorio più profondo e solo apparentemente più cupo.

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Hirokazu Koreeda si è appassionato al manga omonimo a cui è ispirato il film e ha deciso di cimentarsi nella difficile sfida di far vivere sulla pellicola (in un film non animato) i disegni delle sue eroine. C’è riuscito alla grande realizzando un film commovente che parla anche di amicizia, perdita, rinascita. Qualcuno si è affrettato a dire che Look back è “un Koreeda minore”. Non so se ha senso parlare di opere minori e maggiori di un regista molto prolifico, che solo negli ultimi dieci anni ha realizzato tredici film vincendo decine di premi. Se Koreeda vi piace, vi piacerà senza dubbio anche Look back. Detto questo, io non sono un fan del maestro giapponese, ma ho adorato questo film. Il film uscirà il 21 gennaio 2027.

L’estranea

Anna e Walter (Jasmine Trinca e Adriano Giannini, i due veri mattatori italiani quest’anno al Lido) formano con i loro due figli Tobia e Alice una famiglia perfetta. Ma il destino ha in serbo qualche tiro mancino. Morsa da un cane, Alice rischia di perdere una gamba. Anna, disperata, stringe un patto con una figura diabolica (una Valeria Bruni Tedeschi perfettamente a suo agio): la gamba della figlia in cambio della forma fisica invidiabile di Tobia. Sembra uno scambio accettabile e invece è l’inizio dell’incubo. Anche se un po’ faustianamente prevedibile, L’estranea di Paolo Strippoli (oltre che dal cast in cui c’è anche una sempre intensa Romana Maggiora Vergano) è sostenuto da un’innegabile energia. A caldo pensavo che Strippoli avesse voluto impressionare il pubblico con le sue qualità. Ma ripensandoci ho avuto l’impressione che per questo film, presentato come un thriller, quando ha tutti i canoni dell’horror, Strippoli abbia dovuto in realtà trattenersi. Dopo l’exploit dell’anno scorso, proprio a Venezia, con l’altro horror La valle dei sorrisi, forse per tendere una mano al grande pubblico (e per entrare in concorso), magari addirittura inconsciamente, abbia smorzato qualche tono, abbia smussato qualche spigolo. Per quello che vale, io dico: vai, Paolo! Sempre più forte, niente compromessi. Il film esce in sala l’8 ottobre.

Bunker

Anche Miguel e Sofia formano una famiglia da invidiare. Lui è un architetto di successo, lei è editor in una grande casa editrice. Vivono a Londra in una casa da sogno con le loro figlie. I problemi arrivano quando un vicino di casa decide di aprire una finestra nel muro che affaccia sul loro giardino, mentre Miguel deve riflettere sulla proposta faraonica di un tycoon della Silicon valley che vuole creare un gigantesco bunker alle Hawaii per affrontare l’imminente apocalisse. Sofia è contraria e vorrebbe ritrovare la magia degli anni in cui lei e Miguel non erano ancora all’apice. A parte un certo paternalismo nel modo in cui Florian Zeller propone questa storia dall’alto a noi comuni mortali, ho trovato molte delle idee che la sostengono troppo telefonate. Strano anche il tono generale da thriller che sembra funzionare meglio quando prende la strada della commedia. La cosa migliore del film è il cast. Javier Bardem e Penélope Cruz fanno davvero una bella coppia (che sorpresa!). Notevole anche il terzo elemento costituito da Stephen Graham che, pure nei panni di un improbabile vicino di casa resistente alla gentrificazione, risulta sempre potente e penetrante. Il film arriverà in sala a gennaio 2027.

Company

Una sconosciuta bussa di notte in una casa da qualche parte negli Stati Uniti dove si sta svolgendo una specie di festa. Invitata a entrare s’intrattiene con alcuni ospiti raccontando la storia di una sua antenata che anni prima, sorpresa da una bufera di neve in una foresta, era stata tratta in salvo da un eremita. Per intrattenere il suo salvatore anche lei gli racconta una storia, ancora più antica, di un ragazzo che trova riparo in una fattoria isolata tra i boschi del Colorado. Qual è il filo conduttore di queste storie? Dove andremo a parare? Casey Affleck in conferenza stampa ha detto che avrebbe sempre voluto partecipare a una qualche storia gotica ma non si era mai presentata l’occasione. E così l’ha creata per conto suo. E la sua ballata country-gotica ha l’andatura dinoccolata di un cavallo che vaga per la foresta. Placido, mai minaccioso, si può indugiare un po’ a guardarlo, ma poi, inesorabilmente, dobbiamo riprendere la nostra strada, abbastanza certi che non ci incontreremo più.

Dau

Alla vita e alle avventure del fisico sovietico Lev Landau (detto Dau), il regista Ilja Chržanovskij ha dedicato più di vent’anni della sua carriera. Questa opera unica è (probabilmente) l’atto conclusivo di un progetto enorme, cominciato nei primi anni duemila e portato avanti attraverso una miriade di iniziative cinematografiche, artistiche, televisive, digitali, espositive… Per farvi una piccola idea vi invito a leggere un articolo che abbiamo dedicato a Chržanovskij nel 2021. Il risultato finale è un film di tre ore e un quarto, che chiede molto allo spettatore ma lo ripaga con qualcosa di assolutamente unico. Nessun film presentato quest’anno a Venezia risponde meglio di Dau all’idea di arte cinematografica. Consiglio vivamente la visione in una sala con grande schermo e una poltrona comoda. Da non perdere.

Un bon petit soldat

Nel nuovo film di Stéphane Brizé, regista che ha dedicato diverse opere alle storture del mondo del lavoro, Alba Rohrwacher interpreta Carla, neoassunta responsabile delle risorse umane in una grande azienda assicurativa francese. Mentre ancora fatica a capire come compiacere i suoi capi si ritrova in una situazione difficile da sbrogliare. L’idea è che qualunque cosa farà non andrà bene finché non cederà all’unica vera logica che muove ogni cosa: perseguire il profitto a tutti i costi cercando di limitare ogni possibile danno collaterale. Ottima Rohrwacher, anche se Vincent Lindon, nei panni dell’umorale e amorale capo supremo, riesce a rubarle la scena. Premio per la migliore sceneggiatura.

Il fuoco che ti porti dentro

Anna insegue un cappone che scappa da tutte le parti nell’appartamento milanese del figlio Antonio. La sorte del pennuto mette una certa ansia alla moglie e ai figli di Antonio anche se la vera inquietudine è rappresentata dalla presenza della nonna, Anna, arrivata da Napoli per celebrare il Natale insieme ai suoi cari. Tratto dal romanzo di Antonio Franchini, il film di Edoardo De Angelis sembra voler eccedere in tutto. Tutto ruota intorno alla figura di Anna, interpretata da Vanessa Scalera, una donna che sa essere molto sgradevole e che tutti sembrano sopportare con grandi difficoltà. De Angelis ha parlato di attrazione e repulsione, ma onestamente è difficile intuire il fascino di Anna al di là della presenza scenica di Scalera. Solida prova anche di Lino Musella nei panni di Antonio. E ci fermiamo lì.

Un peu avant minuit

Léo (Melvil Poupaud), di passaggio a Parigi, è costretto a fermarsi in città per più giorni del previsto. Approfitta per incontrare la figlia di 19 anni, che vede di rado e che si divide tra studio, lavoro e attivismo politico. Approfitta anche per incontrare di nuovo i vecchi colleghi di quando era un giovane aspirante giornalista culturale nella ruggente Parigi degli anni novanta. Lui e il suo gruppo di lavoro erano una leggenda nell’ambiente dove erano chiamati “l’orda”. Inarrestabili, cinici e sessualmente insaziabili trattavano le giovani colleghe come “carne da macello”. Stimolato anche dalla figlia, Léo comincia a riflettere sul suo passato, sulle sue storie, sulla mascolinità tossica, sulle colpe nascoste dietro la cortina della consuetudine. Tutto questo mentre Parigi, assediata dalla polizia, scivola nel caos. L’anagrafe, più che i comportamenti, mi avvicina molto a Léo e il film di Nicolas Pariser ha sicuramente stimolato molte riflessioni sui comportamenti che tutti noi abbiamo avuto o quantomeno avallato e tollerato in passato. Ci sarebbe molto da dire e magari lo faremo quando il film arriverà in sala, chissà quando.

Naza

Al contrario del film che ha scosso il Lido l’anno scorso, La voce di Hind Rajab, il nuovo documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor (due dei quattro autori del premio Oscar No other land) non fa nessun ricorso alla sfera emotiva. Si tratta invece di un’inchiesta giornalistica rigorosa che ci mette di fronte a una realtà devastante e inaccettabile. Ventiquattro agenti dell’intelligence militare israeliana, intervistati dagli autori sui tetti di Tel Aviv, spiegano nel dettaglio le loro attività quotidiane, svolte nella quasi totalità dei casi davanti a un computer o a un tablet. Nella sistematica caccia agli “operativi” di Hamas e nella sistematica distruzione di Gaza, i “naza”, acronimo con cui sono indicate le vittime civili di un attacco, sono solo un numero e non hanno alcun peso nelle decisioni e nelle scelte dei militari. Devastante.

Ritorno a Buenos Aires

Mariano è un medico italiano chiamato a testimoniare da un tribunale argentino in un processo contro alcuni ex militari del regime di Videla. Arrivato a Buenos Aires, Mariano ritrova altri sopravvissuti che, come lui, sono stati prigionieri nel famigerato Garage Olimpo e comincia a rivivere i traumi del passato. Seguito ideale di Garage Olimpo, film con cui Marco Bechis nel 1999 svelò al pubblico italiano gli orrori della dittatura argentina, Ritorno a Buenos Aires aggiunge un importante tassello nella narrazione della dittatura argentina e va oltre, affrontando temi universali con momenti di grande verità. Magnifica interpretazione di Adriano Giannini nei panni di Mariano. Il film è già in sala, non perdetelo.

Questo testo è tratto dalla newsletter Schermi.

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